SCUOLA
Tetto agli stranieri in classe, a Monfalcone la vera sfida: «Chi è italiano?»
Nei comprensivi della città la presenza di alunni con cittadinanza non italiana arriva a sfiorare il 70%. Ma per chi ogni giorno è in aula la questione è soprattutto linguistica e culturale.
L’annuncio di Giorgia Meloni sul futuro tetto agli alunni stranieri nelle classi riporta al centro una questione che a Monfalcone, più che altrove nell’ex provincia di Gorizia, è già una realtà quotidiana. La città dei cantieri rappresenta infatti uno dei casi più particolari del Friuli Venezia Giulia per la composizione della popolazione scolastica, con percentuali di alunni con cittadinanza non italiana che in alcuni istituti si collocano ben oltre il 30% indicato dalla normativa del 2010.
I dati regionali diffusi dall’Ufficio scolastico e riferiti all’anno scolastico 2022/23 avevano già fotografato con chiarezza la situazione: i due istituti comprensivi di Monfalcone raggiungevano complessivamente circa il 60% di presenza di alunni stranieri. In Friuli Venezia Giulia erano 17 su 143 le scuole che superavano il 30%, soglia prevista dalla circolare ministeriale del 2010 ma accompagnata dalla possibilità di deroghe.
Dentro la città, tuttavia, le percentuali cambiano sensibilmente da istituto a istituto. Al Comprensivo “Randaccio”, secondo i dati riportati dalla Rai nel 2023, la presenza sfiorava il 60%, con quasi il 70% nelle scuole dell’infanzia, circa il 50% alle elementari e il 53% alle medie. E c’è un elemento che torna anche nelle testimonianze raccolte oggi: la maggior parte di questi bambini è nata in Italia. Nel caso del Randaccio, solo il 14% risultava nato in Bangladesh, pur rappresentando quella comunità circa il 70% dei minori stranieri dell’istituto.
Numeri ancora più alti erano stati rilevati nello stesso periodo al Comprensivo “Giacich”: per il 2023/24 gli iscritti erano 1.407, con una percentuale di alunni stranieri del 78,56%; al Randaccio gli iscritti erano 1.156 e la percentuale arrivava al 68,96%. Sono dati relativi agli istituti nel loro complesso e non significano che ogni singola classe raggiunga quelle percentuali, ma restituiscono la particolare concentrazione della popolazione scolastica monfalconese. La situazione è quindi molto diversa a seconda dell’ordine di scuola. Nell’agosto 2026, i dati sugli iscritti alle scuole cittadine indicavano complessivamente 3.538 studenti, mentre negli istituti superiori la quota di studenti stranieri era scesa al 23%. La concentrazione maggiore rimane dunque nei primi cicli dell’istruzione. Il quadro demografico spiega in parte questa situazione. Al 1° gennaio 2025 Monfalcone contava 9.832 residenti con cittadinanza straniera, pari al 32,4% della popolazione. La comunità più numerosa è quella bangladese, con il 57,7% dei cittadini stranieri residenti, seguita da quella rumena e da quella della Macedonia del Nord.
Anche le fasce più giovani restituiscono un'immagine particolarmente significativa. Nel 2023, tra i residenti di età compresa fra 0 e 4 anni, la quota di cittadini stranieri superava il 59%, arrivando al 64% tra i bambini di un anno; a 5 anni era ancora al 52%, a 6 anni al 47,9% e a 7 anni al 54,7%. La percentuale rimaneva sopra il 40% fino a diverse fasce dell’età adolescenziale. Sono dati demografici, non iscrizioni scolastiche, ma aiutano a comprendere perché la composizione delle scuole monfalconesi sia così particolare.
Il confronto con i comuni vicini rende ancora più evidente la specificità della città. Sul piano demografico, al 1° gennaio 2025 i cittadini stranieri rappresentavano l’8,6% della popolazione a Ronchi dei Legionari, il 7,9% a Turriaco e il 7,1% a Staranzano, mentre a San Canzian d’Isonzo erano il 6,2%. Monfalcone, con il suo 32,4%, si colloca quindi su un livello nettamente differente. È dentro questo quadro che si inseriscono le parole di chi la scuola la vive ogni giorno. Stefano Piredda, classe 1968, insegna italiano alla scuola media “Randaccio”. Nella sua prima, racconta, ci sono 18 ragazzi e «nessuno ha genitori italiani». Ci sono un ragazzo moldavo, uno marocchino, uno con genitori algerini e altri figli di famiglie bangladesi. «La situazione è questa», osserva. E aggiunge che, se fossero stati presi in considerazione tutti gli alunni con genitori italiani delle diverse sezioni, probabilmente non sarebbe stato possibile costruire una classe interamente italiana. Ma per Piredda il problema va affrontato a monte. «C’è un problema culturale di fondo: non abbiamo mai affrontato in maniera seria, né risposto in maniera seria, a che cos’è un italiano». Il docente mette quindi in discussione anche l’utilità di fermarsi alla cittadinanza come unico criterio. «Abbiamo problemi di insegnamento, arrivano da qualsiasi Paese e arrivano in prima senza avere una parola di italiano». Eppure, sottolinea, «la gran parte dei figli di immigrati che abbiamo sono nati in Italia e scolarizzati in Italia. Hanno fatto scuola materna, scuola primaria e poi arrivano alle medie». Da qui la sua conclusione: «Dobbiamo prima stabilire che cosa è un italiano».
La questione linguistica emerge anche dalle parole di Anna Maria Furfaro, insegnante delle elementari per quarant'anni, oggi in pensione. Nell’ultima classe seguita prima del pensionamento, racconta, «ho avuto solo quattro bambini italofoni». Il problema, spiega, era già cominciato prima dell’ingresso alla primaria: «Posti non c’erano nelle scuole materne, per cui i bambini arrivavano alle elementari senza aver mai visto la lingua».Per Furfaro la priorità è quindi mettere i bambini nelle condizioni di raggiungere gli altri sul piano linguistico e culturale. «Il problema è quello di mettere i bambini in grado di essere messi alla pari culturalmente», anche attraverso un rapporto diretto con le famiglie: «Spesso incontravo le mamme e spiegavo loro alcune necessità per vivere qui». Una situazione che, secondo l’ex insegnante, impone anche di cambiare il modo di fare scuola. «Bisogna cambiare tipo di didattica». Nel lavoro quotidiano sono entrati così anche l’educazione civica, l’igiene, le regole della convivenza e perfino l’utilizzo dei mezzi pubblici. «Bisogna portarli a fare più esperienze possibili», racconta. E in classe, aggiunge, si sono incontrati anche bambini appartenenti a etnie «storicamente in lotta tra di loro».Più prudente sull’annuncio politico è Marco Fragiacomo, sindaco di Staranzano ed ex dirigente scolastico dell’Isis “B.E.M.” di Gradisca. Per lui, al momento, si tratta di esternazioni giornalistiche nazionali «inesatte», alle quali occorre attendere che seguano provvedimenti concreti. Il punto, secondo Fragiacomo, non dovrebbe essere l’origine dello studente. «Va effettivamente valutato in maniera attenta chi conosce e chi non conosce l’italiano: ad essere un problema, non è l’origine ma le competenze linguistiche». Una distinzione che, a suo giudizio, diventa fondamentale anche per evitare discriminazioni. Fragiacomo ricorda inoltre che «norme specifiche già esistono» e invita a verificare chi effettivamente non comprenda la lingua e possa quindi incidere sull’andamento didattico della classe. Sull’annuncio di Meloni vede anche una forte componente di comunicazione politica, definendolo uno «spot elettorale». Quanto al tema del burqa e della necessità di avere il volto scoperto, ritiene che anche questo aspetto debba essere affrontato evitando che il volto venga nascosto, citando anche il caso delle mascherine utilizzate per motivi sanitari.
Dalla scuola superiore arriva invece un'apertura, ma accompagnata dalla richiesta di conoscere prima gli strumenti concreti. Carmela Piraino, dirigente scolastica dell’Isis “Pertini” di Monfalcone, considera positiva «ogni iniziativa finalizzata ad agevolare il lavoro dei docenti». Ma, aggiunge, bisognerà capire quali strumenti e quali risorse saranno effettivamente messi a disposizione dal ministero. Piraino ricorda che «sul tema c’è già una vecchia circolare dell’ex ministro Gelmini» e sottolinea come la scuola sia comunque «in continuo aggiornamento quanto ad ambienti, spazi e strumenti». Anche per la dirigente, però, il dato della cittadinanza rischia di essere troppo generico. Più corretto sarebbe parlare di «alunni non italofoni che hanno difficoltà con la lingua italiana». «Nelle nostre scuole abbiamo studenti di origine straniera ma nati in Italia e qui scolarizzati», sottolinea. Per questo, secondo Piraino, quanto affermato dalla premier necessita di essere specificato: «A Monfalcone abbiamo una rosa di situazioni molto diverse e da valutare istituto per istituto».
Il Pertini, intanto, dispone già di alcuni strumenti per affrontare le difficoltà linguistiche: test d’ingresso, una maggiore presenza di docenti e corsi L2, cioè percorsi di italiano destinati agli studenti non italofoni. Sono strumenti che raccontano una scuola già impegnata da tempo sul terreno dell’inserimento linguistico e che, proprio per questo, attende di capire se e come la nuova norma cambierà il lavoro quotidiano. Il nodo, dunque, rimane quello della futura applicazione del provvedimento. La disciplina del 2010 già prevedeva un limite del 30%, ma consentiva deroghe e nella pratica il superamento della soglia si è verificato proprio nei territori dove la composizione demografica rendeva difficile una distribuzione equilibrata degli alunni. Per Monfalcone la questione sarebbe quindi particolarmente concreta. Se il Governo renderà effettivo un limite numerico per classe, bisognerà stabilire non soltanto la percentuale, ma anche come distribuire gli iscritti, con quali criteri e a quale distanza dalla scuola di riferimento.
E soprattutto bisognerà capire quale sarà il parametro decisivo: la cittadinanza, come nella disciplina esistente, oppure la conoscenza della lingua italiana e le effettive esigenze didattiche. Perché i numeri raccontano una città nella quale la presenza di cittadini stranieri è molto elevata, ma le testimonianze di chi lavora nelle scuole aggiungono un elemento che le percentuali da sole non possono restituire: molti degli alunni considerati “stranieri” sono nati in Italia e hanno frequentato qui l’intero percorso scolastico. È su questa distinzione che, a Monfalcone e, più ampiamente nel territorio, la discussione sul nuovo tetto potrebbe giocare la sua partita più concreta.
Ha collaborato Salvatore Ferrara.
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