l'intervista
Quel ‘modello Friuli’, Cristicchi: «Io, apolide, racconto il ‘Fasin di bessôi’ nell’abbraccio dei friulani»
Nel cinquantenario del terremoto e dopo il successo oltreoceano, il 23 ottobre lo spettacolo approda a Grado. Ad accompagnare il cantautore saranno Coro e Orchestra del Friuli Venezia Giulia, guidati dal maestro Valter Sivilotti.
È un’orazione civile e musicale, un «ibrido» fra «narrazione ed epica moderna», quella che andrà in scena il 23 ottobre a Grado nell’Auditorium Biagio Marin. Ma è soprattutto la voce di un popolo in grado di rialzarsi e risorgere dalle ceneri delle macerie, in nome della propria identità e della forza di creare tessuto sociale. A cinquant'anni dal terremoto che cambiò per sempre il volto di questa regione, la memoria si fa carne e musica con “Orcolat '76”, opera firmata e interpretata dal poliedrico Simone Cristicchi. Una tappa centrale, quella dell’Isola d’Oro, perché fu proprio la comunità gradese ad accogliere gli sfollati in quel tragico autunno di mezzo secolo fa. A raccontarci la forza del Friuli è stato lo stesso artista romano, che dopo “Magazzino 18” e “Trieste 1954” torna a esplorare le ferite delle nostre terre attraverso il potere salvifico del teatro.
“Orcolat '76" nasce da una raccolta di testimonianze popolari. Per te che hai radici romane, è stato facile penetrare l'anima e il dolore del popolo friulano? «Personalmente, non ho mai percepito nel profondo la questione delle mie origini, mi sento apolide. Tanto che posso dire - senza retorica né piaggeria - di aver trovato la “patria” lontano dal mio luogo d’origine. È l’abbraccio di regioni e territori che mi hanno accolto con calore. In questo senso, il Friuli, ma anche Trieste e tutto il Veneto, mi hanno sempre decretato un grande affetto e permesso di esprimermi. L’ultimo capitolo, quello che definirei una sorta di matrimonio animico con il Friuli, è stato proprio l’intento di realizzare uno spettacolo su questa ferita, sul dolore del sisma del ’76 e della forza incredibile dei friulani, che hanno fatto risorgere queste terre diventando un po’ un esempio. Lo spettacolo “Trieste 1954” è quasi il seguito di “Magazzino 18”. Come vedi, torno sempre qui, ritorno dove ci si sente anche un po’ a casa».
L'Orcolat è una figura della tradizione contadina, un mostro che provoca quella che definisci «tosse della terra». Questa metafora da “favola nera” rappresenta l’espediente per parlare al cuore della gente? «Lo spettacolo si apre proprio con la favola, riscritta, dell’Orcolat, la leggenda di un orco che s’innamora ma viene rifiutato e ricacciato sottoterra. In generale, la favola è un modo d’interpretare e dare significato alla realtà, a cose che sembrano non avere senso. Apriamo con la nonna: Anna Maria De Monte recita una favola in forma di poesia, perché ormai la favola è un genere che va scomparendo. Oggi facciamo fatica a raccontare le favole ai nostri figli, mentre trovo bello tornare alla magia di quelle che erano le veglie. Un ritorno al passato che mi piace molto. Più il mondo va avanti, incontro a un progresso tecnologico per certi versi inquietante, più sento il dovere di recuperare le antiche tradizioni, di quando non c’era nulla. Di recente ho visto “Gli ultimi” di Vito Pandolfi (1963, ndr), il film ideato da Padre Turoldo. Un film crudo, realista, ambientato nella Friuli contadina, che mi ha stimolato grandi riflessioni. Una pellicola in cui trovano spazio le veglie: ci si ritrovava intorno al camino, in questi casolari di campagna, dove esisteva ancora una certa forma di comunità. Dove ciascuno aiutava l’altro a tirarsi su, a continuare a camminare, a sperare. Qualcosa che purtroppo oggi sento sempre più lontano».
Lo spettacolo non è solo il ricordo di una ferita, ma in primis una "storia di resurrezione ed esempio". In questo senso, cos’ha insegnato il "Modello Friuli" all'Italia attraversata da altri sismi e tragedie, come quelle in Irpinia, Puglia o Abruzzo? «Sicuramente uno degli insegnamenti è quello del rimboccarsi le maniche, prima di tutto. Infatti, cito il famoso “fasin di bessôi”, “facciamo da soli”. E questo rimboccarsi le maniche ha un grande valore, a livello di dignità di un popolo: è l’evitare di cadere nell’assistenzialismo, dandosi invece da fare in prima persona. C’è da dire che il modello Friuli è dovuto a una serie di altri fattori: per prima alla centralità della gente, della “int”, che si riuniva in assemblea, discuteva, si scontrava su diversi argomenti. Questo esserci comunque in prima persona nella contingenza che si sta vivendo, senza delegare, fa del modello Friuli un esempio. Un insegnamento spirituale, più che politico o sociale: è il sentirsi parte di una comunità, qualcosa di più grande del nostro piccolo ego. Per questo nella conclusione pongo interrogativi abbastanza inquietanti, al pubblico: domandando perché quella casa ricostruita e rimessa in piedi torni a essere quel maledetto muro che ci separa gli uni dagli altri. È un po’ la riflessione che vorrei si portasse a casa il pubblico, e il concetto che desidero instillare»
.Nella pièce viene dato spazio anche al ruolo degli emigranti friulani, i Fogolârs Furlans, e alla solidarietà internazionale. La comunità di Grado stessa ricoprì un ruolo fondamentale, mettendo a disposizione gli appartamenti liberati dai vacanzieri e organizzando un vero piano di arretramento per accogliere le famiglie sfollate. Quanto è importante l'idea di "comunità allargata", nella tua narrazione? «A maggio di quest’anno siamo stati anche a Washington e Toronto, ed è stato bellissimo ritrovare questo grande affetto. Apparteniamo tutti alla stessa famiglia, la comunità allargata è il sentire di poter essere d’aiuto anche a qualcuno di molto lontano, come ho sperimentato con Amref (African Medical and Research Foundation, ndr) in Kenya. Sono avvenimenti che ti cambiano profondamente, che ti rendono al contempo più fragile e più forte. Mi rifaccio anche alla tradizione buddista che si fonda sull’interconnessione e interdipendenza: troppo spesso dimentichiamo come ogni nostra azione possa contribuire a influenzare la realtà. Addirittura, i mistici ritengono che gli stessi nostri pensieri rappresentino una forma di energia positiva. Dalla preghiera e dalla meditazione si passa poi all’atto pratico, perché senza l’atto pratico non avrebbero alcun valore. Allo stesso modo, per me il teatro rappresenta un luogo in cui creare un’energia di collettività e comunione con il pubblico. Anche in “Orcolat ‘76” cerco di dialogare continuamente con il pubblico, perché in fondo sono un “foresto”, vengo da fuori e racconto la vostra storia come accadde con “Magazzino 18”. La visione di un esterno probabilmente piace, affascina, perché è come sentirsi raccontare la propria vita e la propria storia da chi in realtà l’ha solo ricercata, senza viverla sulla sua pelle, ed è una chiave di lettura che mi appartiene molto».
Nell’anniversario del cinquantenario presenti uno spettacolo in forma di orazione, con l’architettura musicale del maestro Valter Sivilotti a guidare Coro e Orchestra del Friuli Venezia Giulia. Dal connubio fra narrazione testuale e musicale, che genere di opera prende forma? «Un ibrido tra il teatro di narrazione puro e l’epica. Io sono al leggio, a incarnare in maniera quasi sacrale il testo, cui si affianca l’intervento di altre due figure: Anna Maria De Monte, che rappresenta la generazione che ha vissuto il terremoto, e Francesca Gallo, che invece simboleggia la generazione successiva. Mentre l‘orchestra e il coro conferiscono un alone di epicità, trasformando l’opera in un’epica direi quasi moderna, attuale. Anche perché le musiche scritte appositamente da Sivilotti si richiamano al sacro e al contempo al mondo attuale».
Nel testo compaiono anche brani storici di autori friulani come Giorgio Ferigo e Dario Zampa. Che valore ha per te cantare e recitare utilizzando il marilenghe? «A me piace molto imparare nuovi linguaggi, così quando canto “Preghiere” di Zampa mi emoziono profondamente insieme al pubblico, che reagisce con grande commozione. Da romano ho avuto bisogno di aiuto per la pronuncia, ma sono sfide che affronto con piacere, come quando cantai in “Magazzino 18”».
Lo scorso aprile hai portato lo spettacolo persino all'Ambasciata italiana a Washington e al Greenwin Theatre di Toronto. Di fronte a questa “tosse della terra”, come ha reagito il pubblico che non ha vissuto il '76 o che si ritrova dall'altra parte del mondo? «Posso dire quello che percepivo dal palcoscenico: una grande partecipazione emotiva ancora prima che cominciasse lo spettacolo. È chiaro, in quel caso abbiamo dovuto presentare una versione ridotta perché non potevamo avere un’orchestra né un coro. Ci siamo concentrati maggiormente sul racconto, anche se avevamo musicisti molto in gamba. Il pubblico ha reagito con divertimento di fronte ai momenti di leggerezza, fino a esplodere in un pianto generale nella conclusione, con la standing ovation. E questo è stato davvero emozionante, soprattutto perché stiamo parlando di una generazione – quella dei friulani del Canada – che sta scomparendo. La storia interessa soprattutto alle generazioni che l’hanno vissuta in prima persona, e infatti c’erano pochi giovani. Da un lato mi ha fatto piacere, perché abbiamo portato un omaggio alla forza dei friulani. Dall’altra ho notato una realtà che lentamente sta svanendo. Così, mantenere vivi i cardini della propria memoria storica, del vissuto interiore e del proprio territorio, lo trovo ancora più rivoluzionario e in un certo senso necessario».
Il teatro civile ha spesso il compito di lenire le ferite, ma le cicatrici restano. A dieci anni dal debutto nel duomo di Gemona, ritieni che il tuo impegno abbia aiutato i friulani a ricomporre i pezzi del proprio vissuto? «Questo lo dovrebbero dire loro. Devo ammettere che ho ricevuto solo commenti positivi, anche alla prima di dieci anni fa. Quando lo mettemmo in scena per la prima volta non eravamo consapevoli dell’effetto che avrebbe sortito sul pubblico. Nel Duomo di Gemona c’è un’atmosfera particolare, e quest’anno l’abbiamo replicato il quindici settembre nello stesso luogo. La cosa bella è che ho lavorato con Simona Orlando e Francesca Gallo alla ricerca delle piccole storie. Passando settimane e mesi a intervistare, raccogliere aneddoti, testimonianze dalle persone reali, non dai libri, per poi ritrovarsele in platea ad ascoltare se stesse e la propria storia. E questa è stata un’esperienza molto particolare, che già avevo sperimentato con “Magazzino 18” e “Mio nonno è morto in guerra”: portando in scena storie reali che avevo registrato e salvato. A Gemona c’erano i Vigili del Fuoco, di cui racconto le storie, e alcuni sopravvissuti. In particolare, la signora Paola, che all’epoca aveva otto o nove anni e rimase intrappolata sotto una trave. Per poi essere salvata da un Vigile del Fuoco che sprofondò con la gamba in questo buco, mentre lei gli si aggrappò per farsi estrarre dalle macerie. Erano presenti entrambi, ed è stato toccante, perché restituisce il senso di questo lavoro improntato alla collettività, al costruire insieme la narrazione nel suo farsi. Certo, io sono deputato a metterlo in scena e a narrarlo; ma è un racconto collettivo, intessuto da tante voci, da tante persone che ci hanno donato la propria scheggia di vita». Foto, Rossana D'Ambrosio
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