Lorenzo Ielen alla guida dell’Archivio di Stato di Gorizia: «Il confine oggi è anche un regalo»

Lorenzo Ielen alla guida dell’Archivio di Stato di Gorizia: «Il confine oggi è anche un regalo»

NUOVO INCARICO

Lorenzo Ielen alla guida dell’Archivio di Stato di Gorizia: «Il confine oggi è anche un regalo»

Di Ivan Bianchi • Pubblicato il 18 Set 2026
Copertina per Lorenzo Ielen alla guida dell’Archivio di Stato di Gorizia: «Il confine oggi è anche un regalo»

Dal 29 luglio il nuovo direttore è al lavoro nell’istituto di via dell’Ospitale. Storico del confine orientale e della Guerra fredda, arriva dall’Archivio di Stato di Teramo. «Ci sono tante cose da fare, spero di poterle fare tutte».

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Dal 29 luglio Lorenzo Ielen è il nuovo direttore dell’Archivio di Stato di Gorizia. Un incarico che segna un passaggio importante nel suo percorso professionale e che lo riporta, per certi versi, al centro di quel territorio di confine che ha studiato a lungo come storico. Ielen arriva infatti dall’Archivio di Stato di Teramo, dove si è occupato fino a oggi soprattutto della sala studio. Quello alla guida dell’istituto goriziano, racconta, è dunque «un bel salto», anche per il peso delle responsabilità amministrative che accompagnano la direzione.

Il nuovo direttore conosce bene il territorio e, soprattutto, alcune delle sue pagine più complesse: classe 1984, la sua formazione e la sua attività di ricerca si sono concentrate in particolare sulla storia militare, sul confine orientale e sulla Guerra fredda. Nel suo percorso di dottorato all’Università degli Studi di Trieste ha studiato la presenza britannica nella Venezia Giulia e nel Territorio Libero di Trieste tra il 1945 e il 1954, soffermandosi anche sulla conflittualità lungo il confine nel medesimo periodo.

Ora, però, il rapporto con le carte è destinato a cambiare. Non più soltanto quello del ricercatore che arriva in archivio con una domanda precisa, quanto quello di chi dovrà conoscere e amministrare un patrimonio molto più ampio rispetto al proprio principale campo di interesse. «Sono fortemente sbilanciato sul contemporaneo», ammette Ielen, spiegando che le prime settimane sono state inevitabilmente assorbite dagli aspetti amministrativi del nuovo incarico. «Per ora non ho visto molte carte», racconta, con la consapevolezza di avere davanti un patrimonio ampio e particolare.

L’Archivio di Stato di Gorizia offre infatti una documentazione estremamente articolata, capace di attraversare epoche e ambiti differenti. Tra i fondi conservati ci sono anche archivi privati, come quello della famiglia Coronini, oltre alla documentazione prodotta dalle istituzioni e dagli uffici del territorio. Un patrimonio che merita di essere conosciuto e valorizzato. «Ognuno, in base alle proprie inclinazioni, può trovare qualcosa di suo interesse», osserva Ielen. La sfida è quella di capire quali siano gli interessi delle nuove generazioni e riuscire a declinare quel patrimonio in un’offerta capace di intercettarli.

Al momento, una delle richieste più frequenti che arrivano all’istituto riguarda però la genealogia. Sono numerose le persone che consultano le carte alla ricerca delle proprie origini familiari, dei documenti relativi a nonni e bisnonni o delle informazioni necessarie per successive pratiche di cittadinanza. Particolarmente richiesto è anche il materiale di carattere militare. Le possibilità offerte dai fondi, tuttavia, sono molto più ampie e Ielen auspica che possano arrivare nuovi ricercatori e studiosi interessati a riscoprire anche quelle parti della storia locale che ancora attendono di essere indagate.

Il patrimonio, del resto, è destinato ad ampliarsi. Con il progressivo versamento della documentazione da parte degli istituti e degli uffici, nuove carte entreranno a far parte dell'Archivio. «Io non vedo l’ora di poter controllare alcuni fondi», racconta il direttore, lasciando trasparire la curiosità dello storico che si trova ora dall’altra parte del tavolo, con la possibilità di entrare direttamente nel patrimonio che dovrà contribuire a custodire e valorizzare.

Una delle sfide più importanti riguarda proprio il rapporto tra gli archivi e il pubblico. Ielen parla di una sensazione, non supportata da dati statistici, di un calo generalizzato della frequentazione degli archivi negli ultimi anni, forse anche in conseguenza della pandemia. Gli istituti, osserva, stanno comunque cercando di fare la propria parte attraverso attività con le scuole, visite, iniziative di valorizzazione e comunicazione sui social. Resta però da capire quanto queste attività riescano effettivamente a trasformarsi in una maggiore frequentazione delle sale di studio.

A pesare, secondo Ielen, potrebbe essere anche una certa percezione dell’archivio come luogo difficile da avvicinare. «Forse spaventa un po’ l’idea che sia una cosa complicata», osserva. In realtà, spiega, l’Archivio non è affatto una «torre d’avorio per eletti». Al contrario, le sue carte possono parlare a pubblici molto diversi e raccontare vicende estremamente concrete: famiglie, persone, militari, istituzioni, attività economiche e trasformazioni del territorio.

È proprio sul rapporto con il territorio che si innesta anche la riflessione più personale di Ielen. Il suo studio del confine orientale si è accompagnato, nel tempo, alla scoperta dell’«oltreconfine» vissuta anche nella quotidianità. Una scoperta arrivata racconta con semplicità, con le amicizie che propongono gite fuori porta soprattutto enogastronomiche. In famiglia, spiega, il territorio oltreconfine non era particolarmente vissuto, ma nemmeno percepito in termini negativi.

La ricerca storica gli ha poi permesso di comprendere più profondamente cosa abbia significato quel confine negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale. Nella sua tesi di dottorato aveva analizzato proprio la conflittualità lungo la linea di demarcazione tra il 1945 e il 1954, un periodo nel quale il confine poteva apparire quasi «evanescente», ma nel quale non mancavano gli scontri tra le pattuglie. Una realtà nella quale una linea oggi quasi invisibile poteva invece rappresentare un limite concreto e pericoloso.

È anche da questa prospettiva che Ielen guarda oggi alla frontiera goriziana. Senza alcuna nostalgia per quel periodo, ma con una maggiore consapevolezza di quanto sia cambiato il significato di quel confine. «Pensi che c’era anche la possibilità di prendersi una pallottola per passare il confine», ricorda. Oggi quella stessa linea può essere attraversata liberamente. «Poterlo fare liberamente è un regalo».

È una consapevolezza che accompagna l’inizio del nuovo incarico e che si intreccia con una visione dell’Archivio non come luogo statico, ma come istituzione capace di mettere in relazione passato e presente. Il patrimonio conservato a Gorizia può infatti essere letto attraverso molte prospettive e non soltanto attraverso quella della storia del confine. La varietà dei fondi permette di seguire vicende personali e collettive lungo diversi secoli e di costruire percorsi differenti a seconda degli interessi di chi entra in Archivio.

Ielen arriva dunque alla direzione con un’idea precisa: il lavoro da fare è molto e richiederà tempo. Ma anche con la sicurezza che il direttore non sia solo: «All’interno di un archivio c’è un direttore che si assume responsabilità, ma c’è una squadra», sottolinea. E proprio nella collaborazione individua la prospettiva per i prossimi anni: «Ci sono tante cose da fare, io spero di poterle fare tutte, pensando di poter proseguire lavorando insieme ai collaboratori dell’Archivio». 

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