Lettere - Versa e le sue acque nei versi di Macor e Bauzon

Lettere - Versa e le sue acque nei versi di Macor e Bauzon

LA LETTERA

Lettere - Versa e le sue acque nei versi di Macor e Bauzon

Di GIOVANNA COMELLI • Pubblicato il 08 Ott 2026
Copertina per Lettere - Versa e le sue acque nei versi di Macor e Bauzon

L’ex insegnante Giovanna Comelli rilegge le poesie dei due autori a quasi un anno dall'alluvione del 17 novembre 2025, tra il rispetto per i corsi d'acqua che circondano il paese, i giochi dei bambini di un tempo e la fedeltà alle proprie radici.

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Giovanna Comelli, ex insegnante della scuola dell'infanzia e residente a Versa di Romans d'Isonzo, che a quasi un anno dall'ultima alluvione, quella del 17 novembre 2025, ripercorre attraverso i versi dei poeti Celso Macor e Antonio Bauzon il rapporto della comunità con le acque che circondano il borgo (M.Z.).

LETTERA

Ormai è passato quasi un anno dall'ultima alluvione, quella del 17 novembre 2025, che ha colpito Versa. Un evento ricorrente, oggi come ieri, nel nostro piccolo borgo, ricordato anche dai poeti Antonio Bauzon e Celso Macor. Versa è un paese coronato da tre corsi d'acqua che nei secoli, come narra la voce della storia, nel bene e nel male hanno accompagnato il nostro vivere quotidiano. Lo ricorda pure Celso Macor (Versa 1925 – Gorizia 1998) nella poesia «Aghis» (1991), inserita nel secondo volume della raccolta I fucs di Belen. Riporto alcuni versi:

"Tor, Judri, Viarsa, aghis/da tiara dai paris,/da flabis piardudis,/aghis dal leamp da montagnis/e da int di adalt;/aghis dal sacri dai secui/siaras tal arcan di un clap,/aghis ch'a ves sculpit la tiara/rumat la arzila/ crevat i volz ta viamenza da plenis/lassant gorcs fonz/ienfra grops di poi pa gionda/di fruz senza timp". "Torre, Judrio, Versa, acque della terra dei padri, delle favole perdute, acque che legano a noi le montagne e la gente di lassù; acque del sacro dei secoli chiusi nell'arcano di un sasso, acque che avete scolpito la terra, sbriciolato l'argilla, spezzato le curve nelle veementi piene lasciando cavità profonde tra i pioppeti per la gioia di bambini senza età".

Leggendo questi versi traspaiono il rispetto per le acque, il legame con i nostri avi e le antiche favole dimenticate: acque fautrici di un incontro tra la montagna, la pianura e le persone che vi abitano. Suggestiva è l'immagine del mistero di un piccolo sasso in cui sono racchiuse le vicissitudini della gente nei secoli trascorsi, e sembra affiorare una venerazione per queste acque. Durante le impetuose alluvioni l'acqua trasforma l'ambiente circostante, creando un paesaggio nuovo e buche profonde tra gli alberi, dove è presente anche d'estate, per il divertimento dei bambini piccoli e grandi.

Andando a ritroso nel tempo, quando i bambini vivevano più a stretto contatto con la natura, essi ne conoscevano anche i pericoli, guidati da un adulto. I giochi di una volta erano comunitari, fatti con materiali poveri e forse più creativi, perché suscitavano immaginazione e fantasia. Nel paese c'era di solito qualche adulto provetto che sapeva costruire vari giochi con materiale di recupero, per la gioia dei bambini! L'allegria e lo stupore dei bambini infondono sempre la speranza in un futuro migliore.

Prima di Celso Macor, il cartellonista e poeta Antonio Bauzon (Trieste 1879 – Versa 1952) scrisse il sonetto «A montane finide», inserito in Poisiis di Toni Bauzon (Udine, Del Bianco, 1957), che riporto di seguito:

"Corin i nui e 'l aiar rafres'ciad / al sofle dolz. La blave stravacade / si dreze a poc a poc; cu la bugade / si disgote 'l morar e 'l pol bagnat. / Al iess de stale il contadin biad, / a para vie di lung l'aghe fermade / e 'l razzat e la ocie svolmenade / uacarin pal curtil dut travanat. / Al torne il zil turchin, torne il soreli / a contrasta' sul scur, lad in marine; / lusin i tez de vile come un spieli. / A nus rid il ricolt e a la fontane, / tirant il cariolon, la contadine, / in muse legre e cu la giambe sane".

In questo sonetto il poeta ci restituisce l'immagine di una rinascita nel piccolo borgo, a alluvione finita. Nel cielo le nuvole corrono veloci e soffia dolcemente una leggera brezza. Il granoturco, sdraiato malamente dall'acqua impetuosa, a poco a poco si raddrizza, mentre grazie al venticello il gelso e il pioppo lasciano cadere l'acqua dalle loro foglie. Anche il contadino esce dalla stalla e si mette al lavoro, togliendo l'acqua in eccesso dal cortile, dove l'anatra maschio e l'oca starnazzano nella terra completamente zuppa. Come per incanto anche il cielo si apre, torna turchino e si rivede il sole, che contrasta con il buio ormai andato verso il mare, e i tetti delle case brillano come uno specchio. Il raccolto ci sorride, e con lui la contadina che si reca alla fontana trascinando con la forza delle sue braccia il barroccino, il viso allegro e piena di energia.

Coloro che ci hanno preceduto lasciano una testimonianza, un esempio da seguire, perché sono rimasti fedeli al proprio paese di Versa in tempi in cui le risorse erano inferiori a quelle di oggi. Antonio Bauzon e Celso Macor, nei loro versi, lasciano trasparire un invito sottinteso a rimanere attaccati alle proprie radici, anche se talvolta ci troviamo in balia di questi eventi devastanti. Un sentimento di gratitudine va a Bauzon e a Macor, che con la loro poesia illuminano la nostra strada.

Giovanna Comelli Versa di Romans d'Isonzo

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