Doberdò, dieci anni dal monumento ai soldati sloveni: «Ricordare la guerra per capire la pace»

Doberdò, dieci anni dal monumento ai soldati sloveni: «Ricordare la guerra per capire la pace»

Memoria condivisa

Doberdò, dieci anni dal monumento ai soldati sloveni: «Ricordare la guerra per capire la pace»

Di Ivan Bianchi • Pubblicato il 25 Ott 2026
Copertina per Doberdò, dieci anni dal monumento ai soldati sloveni: «Ricordare la guerra per capire la pace»

Nel 2016 Mattarella e Pahor inaugurarono insieme l’opera di Jože Cej dedicata ai caduti sul fronte dell’Isonzo. Nel decennale, il sindaco Peter Ferfoglia e gli interventi istituzionali hanno rinnovato l’appello alla convivenza tra i popoli, mentre la musica ha riportato alla memoria il dolore della Grande Guerra.

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Dieci anni dopo lo storico incontro tra Sergio Mattarella e Borut Pahor, Doberdò del Lago è tornata a raccogliersi davanti al monumento dedicato ai soldati sloveni caduti sul fronte dell’Isonzo durante la Prima guerra mondiale. La cerimonia commemorativa, svoltasi oggi, domenica 25 ottobre nel parco comunale, ha ricordato l’inaugurazione del 26 ottobre 2016, quando i due presidenti della Repubblica italiana e della Repubblica di Slovenia deposero insieme le corone d’alloro davanti all’opera, trasformando un luogo segnato dalla guerra in un simbolo di dialogo tra i due Paesi. A dieci anni di distanza, il significato di quel gesto è rimasto al centro degli interventi, in un presente nel quale il richiamo alla pace continua a confrontarsi con nuovi conflitti.

Il monumento, realizzato su progetto dell’architetto goriziano Jože Cej, reca la dedica «In memoria dei soldati sloveni sul fronte dell’Isonzo 1915-1917». La sua costruzione fu promossa dal Comune di Doberdò del Lago e dal Kulturni dom di Gorizia, con il coinvolgimento di realtà associative e culturali del territorio. L’opera ha dato un riferimento commemorativo specifico ai militari sloveni che combatterono e morirono sul fronte isontino, in un territorio nel quale la Grande Guerra lasciò segni profondi e coinvolse popolazioni di lingue e appartenenze nazionali differenti.

A richiamare le conseguenze del conflitto è stato il sindaco Peter Ferfoglia, che nel suo intervento ha ricordato come la guerra abbia rappresentato per Doberdò una frattura enorme: il paese venne quasi completamente svuotato, molte famiglie furono costrette a lasciare le proprie case e il territorio fu devastato. Alle vittime slovene commemorate dal monumento si aggiungono quelle di altri popoli, soldati morti lontano dalle proprie terre in una guerra che travolse comunità e famiglie. Da qui, per il primo cittadino, la responsabilità di custodire quella memoria e trasformarla in un segno di fratellanza, convivenza, collaborazione e pace.

Ferfoglia ha ricordato anche il valore simbolico della presenza congiunta di Mattarella e Pahor nel 2016, un messaggio di vicinanza tra i due popoli che negli anni successivi avrebbe trovato un’altra immagine emblematica nell’incontro dei presidenti a Basovizza. Il sindaco ha inoltre richiamato la commemorazione del 14 novembre dello scorso anno, quando, insieme a lui, il ministro Luca Ciriani e rappresentanti dei ministeri ungheresi della Difesa e degli Affari esteri avevano reso omaggio ai soldati sloveni caduti. Alla cerimonia di quest’anno si è aggiunto il saluto della console d’Ungheria a Milano, Orsolya Katalin Szabó, con l’invito a onorare i caduti e a custodire la pace tra i popoli.

Il messaggio conclusivo del sindaco ha sintetizzato il senso della ricorrenza: ricordare la guerra per comprendere meglio il valore della pace, che si costruisce ogni giorno attraverso l’ascolto, il dialogo, il rispetto e la capacità di riconoscere anche la storia e il dolore degli altri. «Ricordare di più. Ricordare meglio. E trasformare la memoria in responsabilità», ha detto Ferfoglia, indicando nel monumento non soltanto un luogo di commemorazione, ma un richiamo rivolto alle generazioni presenti e future.

Nel corso della manifestazione è intervenuta la senatrice Tatjana Rojc, che ha sottolineato come le battaglie dell’Isonzo e le devastazioni della guerra appartengano alla memoria collettiva e debbano essere custodite soprattutto dalle comunità italiana e slovena. Molti giovani sloveni persero la vita combattendo per la propria patria di allora, l’Impero austro-ungarico, sulle cui rovine sarebbero sorti nuovi Stati. Una vicenda che, nel corso dei decenni, si è intrecciata con altre tragedie europee, fino alla costruzione di un percorso di pace, convivenza e sicurezza comune.

Rojc ha richiamato anche le tensioni che oggi attraversano il mondo, ricordando come il presidente Mattarella abbia più volte indicato le relazioni tra Italia e Slovenia quale esempio per i territori segnati da conflitti. Il dolore del passato, ha osservato, può aiutare a riconoscersi in una comune casa europea, da difendere e consolidare. La senatrice ha auspicato una maggiore valorizzazione dell’Isonzo come segno della Via della Pace, dal territorio di Caporetto fino al Timavo, e come simbolo di ciò che le comunità plurilingui condividono: libertà, democrazia e pace. Nel suo intervento ha ricordato anche il poeta Simon Gregorčič, cantore del fiume insanguinato, e il racconto dello scrittore sloveno Ivan Cankar nel quale un ufficiale sceglie i giovani migliori da mandare in battaglia, rivelandosi infine come la Morte.

La senatrice Francesca Tubetti ha posto l’accento sulle vicende familiari che rendono la memoria della Grande Guerra particolarmente vicina alle comunità di confine. In questo territorio, ha ricordato, le famiglie si trovarono spesso divise tra schieramenti contrapposti, con parenti che combattevano sotto bandiere diverse e popolazioni costrette a lasciare le proprie case. Il riferimento agli spostamenti verso località come Maribor, Wagna e Pottendorf ha restituito la dimensione umana di una tragedia che non si esaurisce nelle operazioni militari, ma attraversa le storie delle persone.

Tubetti, presente anche all’inaugurazione del 2016, ha ribadito l’importanza di continuare a valorizzare il monumento come esempio di pace. Ricordare la Grande Guerra, ha sottolineato, significa fare memoria delle famiglie e delle comunità coinvolte, riconoscendo una storia condivisa che ancora oggi unisce persone di lingue e tradizioni differenti.

A ripercorrere il significato della giornata del 2016 è stato anche Andrea Bellavite, invitato dal presidente del Kulturni Dom, Igor Komel, che ha ricordato l’emozione suscitata allora dalla presenza dei due presidenti, dai discorsi e dalle musiche. Nel suo intervento ha definito l’opera di Cej un capolavoro capace di trasformare la pietra carsica in memoria dei giovani sloveni morti sul fronte della Soča, il nome sloveno dell’Isonzo. Un monumento che, attraverso il ricordo dei caduti, continua a indicare una strada per il futuro: mai più la guerra, ma pace, giustizia, libertà e verità.

Bellavite ha osservato come, a distanza di dieci anni, le parole affidate a quel luogo siano ancora drammaticamente attuali. Dopo la pandemia, il conflitto tra Russia e Ucraina, la guerra in Medio Oriente e le numerose altre crisi che insanguinano il mondo, l’invito è a non abbandonare la memoria e ad ascoltare le giovani generazioni, che chiedono un futuro diverso. Nel suo richiamo ha indicato nell’esperienza di Nova Gorica e Gorizia Capitale europea della cultura 2025 un esempio concreto: la diversità delle lingue e delle culture non è un ostacolo, ma una condizione per costruire una società più solidale, pacifica, equa, accogliente e libera.

La cerimonia è stata accompagnata dalla musica e dai canti delle realtà culturali locali. Si sono esibiti i cori Jezero, Hrast e Veseljaki, insieme alla filarmonica Kras. Particolarmente toccante è stata l’esecuzione di «Oj Doberdob», il canto popolare sloveno che lega il nome del paese alla memoria dei giovani caduti e che restituisce, attraverso la musica, il peso umano della guerra. Un momento nel quale il ricordo storico si è fatto esperienza condivisa, coinvolgendo le diverse generazioni presenti.

Promossa dal Comune di Doberdò del Lago e dal Kulturni dom di Gorizia, con la collaborazione delle associazioni culturali del territorio e il patrocinio delle organizzazioni rappresentative della comunità slovena in Italia, SKGZ e SSO, la commemorazione ha rinnovato il significato di un’opera nata per ricordare una pagina dolorosa della storia europea. Dieci anni dopo la sua inaugurazione, il monumento continua così a parlare alle comunità del Goriziano: non per riaprire le divisioni del passato, ma per ricordare che la pace richiede memoria, responsabilità e un impegno quotidiano. 

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