Le esequie
Cormons saluta Emanuele Mullon: «Non sei passato, hai lasciato un segno»
Nel duomo di Sant’Adalberto l’ultimo abbraccio della comunità a 'SuperManu', tra la maglia dell’Udinese sulla bara, le parole degli amici e l’omelia di monsignor Nutarelli, «una vita si misura dall’amore che riesce a lasciare».
La maglia dell’Udinese appoggiata sulla bara bianca. Un corteo di giovanissimi della Cormonese e dei compagni di scuola. Un silenzio, quasi irreale per le centinaia di persone riunite oggi a Cormons nel duomo di Sant’Adalberto, ha accolto le spoglie di Emanuele Mullon, il ragazzo di 15 anni strappato da una grave malattia alla famiglia, agli amici e ai tanti conoscenti che lo hanno voluto salutare per l’ultima volta.
Queste le immagini di un dolore collettivo, radunato e vissuto con la consapevolezza di dire addio a un amico – a un figlio, un fratello, un volto sorridente e vivo, come emerso dai tanti racconti – che la comunità cormonese ha dato a un suo figlio rubato alla vita troppo presto.
A celebrare le esequie è stato monsignor Paolo Nutarelli, il parroco che aveva visto crescere Emanuele e che nell’omelia ha scelto di partire proprio da quel sorriso diventato, per chi lo ha conosciuto, una delle immagini più forti del giovane. «Se siamo qui oggi è perché abbiamo conosciuto un angelo custode, Emanuele», ha detto. Un angelo che, già nel nome, portava secondo il sacerdote il significato di “Dio con noi” e che ha saputo insegnare a chi gli stava accanto lo stupore per le piccole cose.
Perché Emanuele, ha ricordato Nutarelli, aveva un carattere unico e doveva spesso compiere uno sforzo in più per raggiungere i propri obiettivi. La malattia gli aveva messo davanti un avversario difficile, ma lui non aveva smesso di combattere. «Una vita non si misura dagli anni che dura, ma anche da quanto amore riesce a lasciare», ha sottolineato don Paolo, indicando proprio nelle tante persone presenti in duomo la misura di ciò che Emanuele è riuscito a lasciare dietro di sé. In prima fila la mamma Moira, il papà Fabio, il fratello Filippo e i parenti più stretti.
Il calcio, la sua Udinese, il ricreatorio, la scuola e gli amici sono diventati così parte di un’eredità fatta soprattutto di passione per la vita. «Non dire nulla per scontato. Avere qualcosa per cui emozionarsi, un obiettivo per cui impegnarsi, questo significa “Super Manu”», ha proseguito Nutarelli, riprendendo quel soprannome con cui gli amici avevano imparato a chiamarlo. Non un supereroe invincibile, però, ma qualcuno capace di mostrare una forza molto più reale: quella di continuare a sorridere quando la strada si fa difficile e di amare la vita anche quando diventa terribilmente complicata.
È stato anche il momento in cui la comunità ha cercato una risposta alla domanda più dolorosa: dove fosse, in tutto questo, l’angelo custode di Emanuele. «La nostra fede ci dice che Dio non abbandona nessuno dei suoi figli, neppure dentro la morte», ha ricordato il sacerdote, consegnando quella preghiera anche alla famiglia e agli amici. «Adesso Signore custodiscilo tu, quel sorriso che non vogliamo dimenticare, quell’amore che ha dato e ricevuto e custodisci anche noi».
Una preghiera diventata quasi un testamento collettivo: ricordare il sorriso di Emanuele quando sembrerà di non farcela, la sua determinazione nei momenti di difficoltà e il modo in cui ha saputo voler bene alle persone che gli sono state accanto. «L’ultima parola l’ha l’amore», ha concluso Nutarelli, che ha celebrato le esequie assieme a monsignor Michele Centomo, monsignor Mauro Belletti, don Stefano Goina e Don Josef N'Zí. Poi, rivolgendosi direttamente al ragazzo: «Nel breve tratto che hai vissuto con noi non sei passato, ma hai lasciato un segno».
Quel segno è risuonato anche nelle parole dei compagni della classe 2011, quattro ragazze visibilmente commosse, come tutta l’assemblea che ha affollato chiesa e sagrato, che hanno letto insieme un ricordo. «Anche chi non ti conosceva poteva capire le tue qualità», hanno raccontato, ricordando soprattutto la sua capacità di lottare e di tornare tra loro, a scuola e agli allenamenti, anche nei momenti più difficili. «Riuscivi a trovare il modo di essere te stesso», hanno detto, ripercorrendo quei momenti nei quali Emanuele aveva continuato a mettersi in gioco insieme agli altri. «Hai imparato a essere una parte fondamentale del gruppo che niente e nessuno potrà mai toglierci. Rimarrai sempre uno di noi».
Poi un secondo ricordo, affidato a un compagno di classe del padre, che ha parlato alla famiglia e in particolare a Filippo, il fratello di Emanuele. La morte del ragazzo, ha detto, ha avuto anche la capacità dolorosa di riunire persone che forse non si erano mai ritrovate così numerose e così unite. «Ci dava la forza di ritrovarci come forse non abbiamo mai fatto», ha ricordato, invitando a non perdere la speranza e la fede e a non lasciare che il dolore si rinchiuda soltanto «in ciò che le mani non possono toccare». E a Filippo ha affidato un'ultima certezza: «Emanuele sarà sempre con te. Avrà lui la forza per tutti, familiari e amici». Un invito a continuare a parlargli, a sentirlo vicino, a non perdere quell’abitudine che appartiene ai fratelli e che nemmeno la morte può cancellare.
Emanuele era nato il 9 agosto 2011. La sua vita era cambiata nel 2019, quando a soli 8 anni gli era stata diagnosticata una grave malattia al cervello. Da allora era cominciato un lungo percorso di cure, affrontato – come aveva raccontato la mamma Moira – con grande determinazione e senza perdere quel sorriso che continuava a caratterizzarlo. Dopo un anno e mezzo di trattamenti molto intensi era riuscito a tornare a scuola, alle attività parrocchiali e poi al calcio.
Aveva giocato nella Cormonese ed era un grande tifoso dell’Udinese. Il calcio era diventato per lui una passione e anche una fonte di forza, fino all’incontro con Daniele Padelli, che lo aveva invitato al ritiro di Linz. Il 22 agosto aveva assistito alla prima partita del campionato e ricevuto anche una maglia dell’Udinese, quella stessa maglia che oggi era appoggiata sulla sua bara bianca.
Emanuele aveva inoltre concluso la scuola media e si era iscritto all’Istituto Alberghiero di Grado, percorso che la malattia lo aveva poi costretto a interrompere. Amava le attività, il nuoto e soprattutto la possibilità di stare con gli altri. Anche nei periodi più difficili, raccontava la mamma, riusciva a trovare qualcosa di bello in un gioco, nella scuola o nelle persone che incontrava.
Negli ultimi tempi la malattia era tornata a farsi sentire con maggiore forza, rendendogli faticosa anche ogni attività quotidiana. Eppure, aveva raccontato la famiglia, Emanuele non aveva mai smesso di sentirsi uguale agli altri. Era rimasto “SuperManu”: non perché invulnerabile, ma per quella capacità di affrontare la fatica senza rinunciare al sorriso.
Oggi Cormons lo ha salutato così: con una maglia bianconera, con i colori della Cormonese, con le parole degli amici e dei compagni e con una chiesa piena. Ma soprattutto con la consapevolezza, ripetuta più volte durante il funerale, che i 15 anni di Emanuele non raccontano da soli la misura della sua vita. A raccontarla sono le persone che oggi erano lì, in silenzio, per dirgli addio.
Hanno collaborato Francesca Diviacchi e Mattia Zucco.
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