Oleotto firma ‘Maschi Veri 2’ su Netflix: «Sul Patriarcato c’è ancora tanto da lavorare»

Oleotto firma ‘Maschi Veri 2’ su Netflix: «Sul Patriarcato c’è ancora tanto da lavorare»

l'intervista

Oleotto firma ‘Maschi Veri 2’ su Netflix: «Sul Patriarcato c’è ancora tanto da lavorare»

Di Rossana D'Ambrosio • Pubblicato il 11 Ott 2026
Copertina per Oleotto firma ‘Maschi Veri 2’ su Netflix: «Sul Patriarcato c’è ancora tanto da lavorare»

La seconda stagione della comedy è già sulla piattaforma on-demand ed è stata seguita dal regista di Gorizia: «È necessario tornare alla gentilezza, all’inclusione, alla cultura. L’amore non basta».

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È sbarcato sulla piattaforma Netflix il 7 ottobre ed è già nella Top Ten dei contenuti più visti. Parliamo della seconda stagione di “Maschi Veri”, serie televisiva comedy del regista goriziano Matteo Oleotto. Se nella prima i quattro amici quarantenni sono alle prese con il mutamento delle dinamiche di genere fra uomo e donna attraverso leggerezza e ironia, il seguito non è meno esilarante. A raccontarci la crisi d’identità maschile e i cambiamenti nelle relazioni è lo stesso Oleotto alla nostra Redazione.

Cominciamo dal cast: la notizia di Davide Iacopini - in terapia intensiva al San Camillo di Roma - è piombata in concomitanza del debutto per la seconda stagione di Maschi Veri su Netflix. Un atto gratuito, quello contro l’attore, che richiama a mente “I sotterranei del Vaticano” di Gide: dove per noia Lafcadio getta dal treno uno sconosciuto. Come avete accolto l’accaduto, che impatto ha avuto sui colleghi e come lo interpretate? «Siamo molto vicini alla sua famiglia – ammette con apprensione – e stiamo rispettando la loro privacy, per quanto possibile. Avrà bisogno di tantissimo tempo, ma siamo tutti fiduciosi che Davide possa tornare a recitare, è necessaria tanta energia positiva. In merito all’accaduto, il mio unico pensiero è analizzare gli avvenimenti nella loro complessità. Che esistano persone che compiono atti sconsiderati è scontato, ma non bisogna cadere nella tentazione di semplificare o banalizzare quanto accaduto. Sono convinto che sia necessario riportare gentilezza e amore, nel mondo. Questi atti sono la fase finale di un percorso di aggressività e scontro di cui i governi di questo mondo sono pieni. Politicamente, sono convinto che sia necessario tornare alla gentilezza, all’inclusione, alla cultura. A investire nelle scuole e non lasciare soli i genitori nell’educare i figli, fornendo loro figure professionali, perché l’amore non basta».

La prima stagione metteva a nudo la crisi dei quattro protagonisti di fronte a un mondo che cambia. In “Maschi Veri 2” la sfida diventa quella di mettere concretamente in pratica quanto i “maschi” hanno imparato. Il passaggio dalla comprensione all'azione avviene con leggerezza e ironia, oppure con qualche dramma? «Il racconto è leggero e ironico, anche se non è detto che riesca nel suo intento, in quanto passare dall’idea all’azione non è sempre così semplice e naturale. Rappresenta certo un passo in avanti, ma l’aver capito delle cose non significa saperle mettere in pratica. Quindi ci sarà da divertirsi anche in questa seconda stagione».

La serie è l'adattamento italiano della spagnola Machos Alfa dei fratelli Caballero, imperniata sul patriarcato. A parte certi comizi politici, pensi che in Italia il modello patriarcale sia ancora forte? «Penso sia ancora forte e sono convinto che non si sia davvero compreso il pericolo insito. Bisogna continuare a lavorarci. Personalmente in politica ho perso un po’ di speranza, ma sono genitore di un figlio maschio, sento molta responsabilità rispetto alla sua educazione e a un tema tanto delicato. La risposta è sì: ci sono fior di persone ancora convinte che le donne debbano stare a casa. Nel mio mondo questa cosa fortunatamente non esiste, ma mentre giravamo la serie ci rendevamo conto che il superamento di questa posizione non era così scontato. C’è ancora tanto lavoro da fare».

Al Corriere hai dichiarato che gli uomini della tua generazione hanno imparato il sesso sui giornaletti porno. Con questa stagione provi a smantellare quell’eredità culturale ingombrante? «Neanche tanto, perché la generazione di cui si parla nella serie è la stessa alla quale appartengo: una generazione che ha sempre detto di non aver bisogno di psicologi o aiuti. Abbiamo ricevuto un’educazione veramente bislacca, potrei definirla una “non educazione”. E questo porta poi alle deviazioni di cui purtroppo ogni giorno siamo complici. Mi auguro possa esserci sempre qualcuno che possa spiegarlo ai nostri ragazzi, che normalizzi la questione anche dal punto di vista femminile. Spesso sembra inopportuno parlare di una sessualità al femminile, invece nel caso di una coppia eterosessuale i rapporti si fanno in due, ed è il caso che si prenda in considerazione che dall’altra parte c’è una donna, una persona».

Un’educazione sentimentale alla Flaubert? «Sarebbe la base, perché data solo in mano ai genitori abbiamo visto che non funziona. Se si ha male al ginocchio si va dall’ortopedico, se si ha un problema al cuore si va dal cardiologo: non capisco perché non si possa affrontare una tematica così complessa dallo psicologo».

Anche stavolta condividi la regia con una donna, Milena Cocozza: quanto conta il doppio sguardo maschile e femminile per raccontare questo tema, e con quale sinergia state dietro alla macchina da presa? «Anche la serie della prima stagione l’ho condivisa con Letizia Lamartire. È di fondamentale importanza, perché ci sono punti di vista che sono così intimamente maschili e femminili, così dannatamente conficcati nell’humus di entrambi i sessi, che è necessario confrontarsi e trovare soluzioni. Ci siamo meravigliati, su alcuni aspetti, ed è stato un percorso molto bello».

Mattia (Maurizio Lastrico), Massimo (Michele Martari), Riccardo (Francesco Montanari) e Luigi (Pietro Sermonti) mostrano grande alchimia, sul set. Perché l’amicizia è il vero collante emotivo della serie, un porto sicuro in cui i protagonisti possano sentirsi protetti senza essere giudicati. Hai lasciato spazio anche all’improvvisazione, per far emergere la loro spontaneità? «Sì, sicuramente. Sono diventati molto legati: si vedono fuori dal set, fra loro è nata un’amicizia, e per la seconda stagione abbiamo sfruttato questo loro piacere di stare assieme. Pe me era importante che un gruppo si raccontasse attraverso la leggerezza e la spontaneità. Non dimentichiamo che - pur trattando di temi importanti - si tratta di una commedia. Era indispensabile che si creasse questo mood un po’ scanzonato tra loro».

L’ironia salverà il mondo: ridere dei propri limiti aiuta in qualche modo a riconoscersi allo specchio e prendere le distanze dai propri stereotipi? «Assolutamente sì, ma non è tanto una questione di salvare il mondo. Credo che attraverso l’ironia si possano affrontare conflitti molto più importanti, rispetto al dramma: la commedia ha la forza di predisporre lo spettatore al ridere, ed è quando molla la corazza che si riescono a far passare quei concetti alti e forti, mentre sul dramma spesso è prevenuto. In questo senso, la commedia è uno strumento incredibilmente efficace».

Mi viene in mente l’Othello di Welles, dove il regista utilizza gli specchi per mostrare la crisi e la disintegrazione del personaggio, il dramma del maschio che non sa più chi sia. Anche in questo caso la riflessione intende condurre il pubblico a prendere coscienza di sé, seppure in maniera stilisticamente diversa? «Sì, alcuni dei miei amici maschi si sono riconosciuti, altri hanno rifiutato l’idea di ritrovarcisi, altri ancora si sono chiesti come migliorarsi. Questi quattro maschi molto diversi l’uno dall’altro costituiscono ciascuno una fetta, e insieme rappresentano la mascolinità tutta. In questo la commedia aiuta a far passare concetti importanti, perché la gente pensa che la comedy non sia pesante. Ed è lì che colpiamo duro».

Rispetto alla prima, qui i personaggi femminili si evolvono e non sono più un’appendice del maschio: è il riscatto della donna moderna, nonostante le contraddizioni di femminicidi e violenze? «È stato uno sviluppo consecutivo alla prima serie. Nella seconda stagione abbiamo cercato di conferire maggior importanza ai personaggi femminili per mettere in risalto i problemi dei maschi, che così si sono ritrovati in posizione scomoda». Non resta che prepararsi a ridere e imparare a guardarsi allo specchio: perché il primo passo per superare i cliché è accettare le nostre stesse fragilità. Nella foto, la locandina. 

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