Il processo
Morte di Nicholas Nanut, patteggiamento accolto. La rabbia della famiglia: «Non è giustizia»
Il giudice ha accolto l’accordo per l’imprenditore Claudio Arosio e per la società Aps Arosio Extrusion. La famiglia protesta, «tre anni e cinque mesi di attesa per non avere giustizia».
Si chiude con il patteggiamento il procedimento penale per la morte di Nicholas Nanut (in foto), il trentenne di Gorizia che perse la vita in un incidente sul lavoro nella notte tra il 22 e il 23 maggio 2023, nello stabilimento Aps Arosio Extrusion di Mariano del Friuli. Nell’udienza di martedì 27 ottobre, nell’Aula 43 del Tribunale di Gorizia, il giudice dell’udienza preliminare Marco Mucelli ha accolto le richieste di applicazione della pena concordate dall’imprenditore Claudio Arosio e dalla società. Per l’uomo è stata stabilita una pena di un anno e sette mesi di reclusione, con sospensione condizionale, oltre a 16mila euro di multa; per l’azienda è stata invece prevista una sanzione di 120mila euro, rateizzata in quindici mensilità. Una conclusione che ha suscitato la durissima reazione dei familiari della vittima, presenti in aula: la madre, in lacrime, ha lasciato la sala delle udienze assieme ai parenti più stretti del ragazzo, che hanno seguito fin da subito l’iter processuale.
La tragedia risale alle prime ore del 23 maggio 2023. Nicholas, originario di Gorizia, lavorava nello stabilimento di Mariano, specializzato nella produzione di profili estrusi in alluminio. Il giovane, assunto con un contratto interinale, stava operando durante il turno notturno insieme a un collega quando è rimasto coinvolto nella fase di chiusura di una pressa, che lo ha schiacciato. L’allarme era stato lanciato da un collega e sul posto erano intervenuti i soccorsi sanitari, con un’ambulanza e l’elisoccorso, oltre ai vigili del fuoco. I tentativi di rianimazione si erano rivelati inutili. L’autopsia aveva successivamente confermato che la morte era stata provocata dalle lesioni da schiacciamento al torace.
Fin dalle prime ore dopo l’incidente, la Procura di Gorizia aveva avviato gli accertamenti per ricostruire la dinamica e verificare le condizioni di sicurezza dell’impianto, disponendo il sequestro dell’area interessata. L’inchiesta per omicidio colposo ha coinvolto Claudio Arosio, amministratore unico della società e datore di lavoro ai fini della sicurezza. Al centro delle verifiche è finito il funzionamento dei dispositivi di protezione della linea produttiva. Secondo la ricostruzione accusatoria, un selettore a chiave avrebbe consentito di escludere i sistemi di sicurezza installati sui cancelli di accesso al macchinario, che avrebbero dovuto determinarne l’arresto in caso di ingresso di un operatore nell’area di lavoro. Gli accertamenti tecnici, condotti anche attraverso un incidente probatorio, erano stati disposti proprio per verificare le caratteristiche dell’impianto, il suo stato di manutenzione e l’effettiva funzionalità dei dispositivi di protezione.
A spiegare la scelta del patteggiamento è stato l’avvocato Maurizio Conti, difensore di Arosio. «È stata una scelta difficile e sofferta. C’erano argomenti difensivi, ma abbiamo scelto la strada migliore anche per chiudere un capitolo difficile. Siamo convinti di aver fatto la cosa giusta», ha dichiarato il legale. La decisione, ha aggiunto, è stata presa considerando anche i tempi che avrebbe richiesto un eventuale dibattimento: «Avessimo affrontato il processo, avremmo avuto un procedimento più lungo di altri cinque anni». Della stessa idea, condividendo le parole del collega Conti, è Carlo Serbelloni, difensore della società Aps Arosio Extrusion.
Di segno opposto la reazione dei familiari di Nicholas, che hanno contestato duramente l’esito giudiziario. La madre, Teresa Gomiscek, la sorella Michela e gli altri parenti hanno espresso tutta la propria amarezza per una pena che ritengono sproporzionata rispetto alla gravità della perdita. «È imbarazzante che sia stato condannato a due anni e quattro mesi. Questa persona non sconterà nulla, nemmeno un giorno di domiciliari. Che messaggio vogliamo dare ai giovani, agli italiani? Che si può rischiare la vita e che chi ha soldi fa il danno e poi paga», hanno lamentato, facendo riferimento alla pena che hanno percepito come esito del procedimento.
Nel loro sfogo, i familiari hanno richiamato anche quanto sarebbe emerso sulle condizioni del macchinario coinvolto nell’incidente. «Ci è stato riferito che era dal 2013 che il macchinario era rotto e Nicholas è morto nel 2023. Siamo distrutti», hanno raccontato, chiedendo anche chiarimenti sugli eventuali investimenti effettuati in altri stabilimenti, in particolare a Brescia. «Con questi risultati, questi imprenditori sono incentivati a continuare così. Non è giustizia questa».
La rabbia della famiglia è legata anche alla mancanza di un gesto che potesse almeno rappresentare un riconoscimento umano del dolore subito: «Non abbiamo nemmeno ricevuto delle scuse. Il giorno prima della scorsa udienza abbiamo ricevuto un acconto», hanno riferito a margine dell’udienza. «Tre anni e cinque mesi abbiamo aspettato per non avere giustizia», è la frase che sintetizza l’amarezza dei parenti al termine dell’iter processuale. La famiglia, tramite il legale Alfonso Davide D’Angelo, ha infatti già annunciato l’intenzione di proseguire in sede civile per far valere le proprie richieste.
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