In moto da Cervignano a Kabul: così Amedeo Lovisoni racconta l’Iran e l’Afghanistan su ‘Offroad History’

In moto da Cervignano a Kabul: così Amedeo Lovisoni racconta l’Iran e l’Afghanistan su ‘Offroad History’

IL PERSONAGGIO

In moto da Cervignano a Kabul: così Amedeo Lovisoni racconta l’Iran e l’Afghanistan su ‘Offroad History’

Di Federico De Giovannini • Pubblicato il 03 Ott 2026
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35 anni e 12 viaggi nel cuore dell’Asia, la sua pagina è esplosa con oltre 40mila follower in pochi mesi. Focus del progetto è la divulgazione storica «sul posto», tra luoghi sconosciuti e millenari monumenti.

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Tempo di lettura

Una giornata afosa di inizio luglio. Una scrollata sui social, ed eccolo che spunta. Un giovane italiano che sfreccia in moto tra le montagne dalle tinte bruciate dell’Iran. “Day 6 of Travelling in Iran During the War” titola il video, mentre paesaggi mozzafiato si aprono oltre il cruscotto della sua Triumph Scrambler 1200 XE. Nel reel successivo si ferma di fronte ad un antichissimo santuario zoroastriano e, mentre ne racconta la storia con palpabile passione nonostante la temperatura rovente, qualcosa nella cadenza del suo italiano parlato ci suggerisce da dove può essere partito per arrivare fin lì.

È così che, durante questa calda estate, il 35enne Amedeo Lovisoni ha riportato le cronache di un viaggio lungo la bellezza di 25 mila chilometri tra andata e ritorno: da Cervignano del Friuli, dove lavora e vive, fino a Iran e Afghanistan, passando per Balcani, Turchia, Georgia e Asia Centrale. Un viaggio di oltre tre mesi tra le tracce più o meno visibili della storia, filmando e raccontando un mosaico di culture, civiltà e monumenti millenari che brillano come stelle a noi lontane nei vastissimi territori di Paesi di cui normalmente si sente parlare soltanto in termini di poteri autoritari, guerre e altre tragedie.

Il suo profilo social si chiama “Offroad History” ed è diventato nel giro di poco tempo un successo di visibilità: da febbraio a ottobre, è cresciuto da poche centinaia a 43mila followers. Non solo, si tratta di un vero e proprio progetto divulgativo con un’identità che ancora mancava nel vasto panorama di contenuti accessibili attraverso Internet e i social network. Ma Amedeo Lovisoni non è affatto “l’ultimo arrivato” in terra ignota tra i cosiddetti e sempre più popolari “influencer di viaggio”. Dal 2016 a oggi, ha visitato, sempre in moto oppure a bordo di una Jeep Willys costruita tutta da lui stesso, l’Iran per 12 volte, l’Afghanistan tre e la Turchia almeno venti, e sempre partendo dal garage sua centralissima casa e bed & breakfast nel comune della Bassa friulana. Che è dove lo andiamo a trovare, durante una giornata di lavori di manutenzione straordinaria, per conoscerlo da vicino.

Amedeo, prima di parlare del tuo ultimo viaggio, viene spontaneo chiederti: come e quando hai cominciato ad avventurarti sulle vie dell’Asia?

Fino a dieci anni fa, sono sempre stato una persona molto sedentaria. La storia è sempre stata una delle mie principali passioni: sono cresciuto leggendo vecchi libri che c’erano qui a casa e parlavano di luoghi lontani, civiltà antiche e meravigliose. Dopo la morte di mia madre, a seguito di una lunga malattia, sono andato a Mumbai in India a svolgere un tirocinio alla Camera di commercio e una volta lì ho trovato lavoro per una società che si occupava di internazionalizzazione. Nel 2017 ho scelto di tornare a vivere a Cervignano: invece che in aereo come al solito, decisi di tornare a casa a bordo della motocicletta che mi ero comprato là. Mentre ero in India c’è stato un momento in cui mi è scattata la curiosità e la necessità di vedere quei luoghi di cui ho sempre letto le storie. Ho così fatto il mio primo vero lungo viaggio, entrando per la prima volta in Iran e in Afghanistan, ed è stato amore a prima vista. Tornato a Cervignano, abbiamo preso in famiglia la decisione di ristrutturare e adibire a bed & breakfast, la casa dove viviamo. Per nove mesi all’anno ci lavoro facendo tutte le manutenzioni necessarie; nei restanti tre, posso prendere e partire.

Cosa ti ha spinto, in seguito, a creare “Offroad History”?

Il profilo su Instagram esiste dal 2021, ma restava strettamente personale. A febbraio di quest’anno ho avuto l’idea di provare a raccontare a modo mio e per una platea più ampia i viaggi che organizzavo. I primi video erano ancora influenzati da un taglio più motociclistico, ma strada facendo ho capito che il senso che volevo dare era quello di raccontare luoghi dimenticati oppure sicuramente inusuali ai più, “sconosciuti” perché tradizionalmente la gente non ci va in vacanza o non ne conosce e apprezza la storia. Ho imparato a conoscerli benissimo perché, oltre a viaggiarci ogni anno, ho fatto anche da guida per dei gruppi di viaggiatori. Ma non è soltanto questione di far conoscere ciò che ho studiato sui libri: quello che voglio trasmettere con “Offroad History” è un trasporto emotivo che va oltre il nozionismo, è il mio amore furibondo per questi luoghi e la mia sensazione di essere a casa quando ci ritorno. Ho puntato su un passaggio dalla conoscenza storica astratta alla “storia reale”, raccontata sul posto. Un progetto di divulgazione di questo genere mancava anche nel panorama di contenuti in lingua inglese.

Quest’anno hai attraversato un Iran in guerra, da pochi mesi ufficialmente sotto attacco. Hai avvertito la presenza del conflitto, il suo impatto sul quotidiano delle persone?

No, il conflitto non impattava realmente sulla vita quotidiana. È stata bombardata perlopiù la costa a sud, distante chilometri e chilometri da dove sono passato (zona centrale e zone desertiche), anche se a febbraio i missili sono stati lanciati pure su Isfahan - che quest’estate ho visitato. Qui hanno danneggiato anche il palazzo di Chenel Soutoun, uno dei siti Unesco nel centro storico della città! I cittadini iraniani sono naturalmente molto arrabbiati, ma anche ad Isfahan la vita scorreva con una normalità imbarazzante: la gente era seduta la sera nei parchi, a cantare come fanno spesso lungo i ponti della città…

C’è qualcuno che ti ha dato del “pazzo” quando ha saputo che volevi partire lo stesso?

Fuori dalla cerchia di chi mi conosce, certo che sì. Ma, viste anche le dimensioni dell’Iran, la poca densità abitativa fuori dalle città e il loro sviluppo orizzontale a perdita d’occhio, il pericolo che proprio io finissi centrato da un missile era statisticamente poco rilevante. Chi mi conosce sa quanta attenzione io presti alle statistiche. Se volessimo guardare il numero di morti per incidenti sulle strade laggiù, il maggior pericolo che ho corso in questo viaggio è stato proprio guidare la moto! (ride, ndr.)

Che cosa ti stupisce ancora, dopo tutti i viaggi che hai fatto, quando torni nel cuore dell’Asia?

Quanto gentili sono gli iraniani, gli afghani o i turchi (in questo caso, fuori dalle grandi città turistiche). La genuinità con cui la gente mi parla e cerca di aiutarmi è bellissima. È una tendenza che cresce gradualmente man mano che ti sposti verso Oriente, ma il vero “salto” lo percepisci dopo la Cappadocia e nelle zone rurali, dove lo straniero rappresenta ancora un’eccezione straordinaria. La loro gentilezza si lega a questioni culturali affascinanti: già Erodoto scriveva che gli iraniani erano un popolo dall’ospitalità “inconcepibile” anche per i greci del tempo. A questa si è sommato il fattore religioso, il martirio del quarto imam sciita Husseyn: discendente di Maometto, fu circondato dalle truppe califfali e fatto morire di stenti nel deserto fuori Kerbala. Aiutare chi viaggia o dare cibo e acqua al viandante ha lo stesso valore di salvare il discendente del Profeta, di risparmiare al “pellegrino nel deserto” quello che l’imam per gli sciiti ha patito.

Invece, quanto i poteri al governo in alcuni di quei Paesi condizionano e opprimono il quotidiano delle persone? Regnano i divieti o ci sono dei margini di autonomia?

Intanto Iran e Afghanistan sono due Paesi che non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro. L’Afghanistan è un Paese dove vige l’oppressione, in cui non esiste una sfera privata accettata: le donne non vanno a scuola, non puoi ascoltare la musica. Linciaggi e lapidazioni sono un dato di fatto. C’è un dualismo folle tra ciò che è concesso allo straniero rispetto a coloro che ci vivono. Le persone che incontri viaggiando sono tutte gentili e cortesi, ma è un posto spaventoso dal punto di vista sociale e di ciò che viene calato dall’alto sul suo popolo.

L’Iran, invece, è un Paese che funziona nel senso vero e proprio del termine. Pur con una sensibilità e una storia molto diverse dalle nostre, è un Paese molto più normale di quanto sembra. Le regole ci sono da sempre, anche quelle più rigide, ma le persone conducono una “doppia vita”. Per la Repubblica Islamica è essenziale conservare la morale pubblica, ma nel privato la gente vive più liberamente di quanto si possa immaginare. Le leggi più severe persistono, ma la realtà è diversa nel quotidiano. Tutta la questione è più complessa rispetto a come viene spesso semplificata. Facciamo l’esempio del velo: sulla carta è ancora obbligatorio. Fino a cinque anni fa, la polizia ancora fermava le donne e ordinava di indossarlo. Poi c’è stata la vicenda di Masha Amini con le successive rivolte (fomentate molto dall’esterno, poiché Stati Uniti e Israele tendono a soffiare sul separatismo curdo con l’obiettivo di destabilizzare la Repubblica Islamica - e Masha Amini era di etnia curda). La legge sul velo non è cambiata e non verrà rimossa, poiché la Repubblica non può accettare che il proprio potere venga intaccato alla radice facendo concessioni a una piazza che protesta, ma anno dopo anno è mutata la realtà quotidiana. Oggi, complici anche la guerra e l’attenzione verso il “nemico” esterno, poche ragazze vanno in giro indossando il velo. Molte non lo tengono nemmeno più soltanto calato sulle spalle, e quando passano davanti ai Guardiani della Rivoluzione nessuno dice più nulla.

E che sentimenti nutre la collettività iraniana verso il “blocco” occidentale?

La storia di ciò che ha subito l’Iran negli ultimi settant’anni da parte di chi oggi ancora lo attacca e lo definisce come “il covo del terrore” è spaventosa. Prima il colpo di Stato condotto da Cia e MI6 ai danni del primo ministro Mossadeq, reo di aver nazionalizzato il petrolio e i suoi proventi depredati per anni dai britannici. Poi, negli anni Ottanta, tutti – Usa, Israele e pure Unione Sovietica - convinsero Saddam Hussein a invadere l’Iran: otto anni di guerra, milioni di morti. Oggi ogni famiglia iraniana ricorda qualche parente morto in quella guerra come martire. Gli iraniani sono un popolo con una grande coscienza della loro storia: sanno da dove vengono, sanno cosa hanno combattuto. Quando bruciano le bandiere americane in piazza, lo fanno con grande cognizione di causa. E hanno un enorme rispetto per il loro patrimonio culturale, sia islamico che pre-islamico: un iraniano riconosce come sua sia la storia dei popoli della m che quella dei Selgiuchidi o dell’Impero achemenide.

Al giorno d’oggi, nell’opinione pubblica e politica europea, l’Islam nella sua interezza è spesso visto con diffidenza se non con ostilità…

L’Islam nel tempo è cambiato. Fino a duecento anni fa, non era così come è oggi. Il sultano ottomano Murad II, padre del conquistatore di Costantinopoli, beveva vino e recitava poemi in persiano. Anche Hafez, il più grande poeta persiano musulmano, beveva vino e raccontava di donne e amori. Ci sono motivazioni sia storiche che religiose. Nell’Ottocento nacque la corrente wahhabita all’interno del mondo musulmano, che cominciò a predicare un “ritorno alle origini” dell’Islam: una sua riscoperta in chiave radicale e conservatrice, come alternativa al modernismo e al secolarismo che proponeva il modello dell’Occidente. Questa volontà di tornare indietro a una visione “più pura” della fede islamica, al giorno d’oggi, si è inserita in un meccanismo globale: le leadership wahhabite di Paesi come l’Arabia Saudita, assieme a quelle salafite (l’altra corrente islamica più radicale e conservatrice) finanziano all’estero una miriade di centri culturali e molte altre realtà di matrice religiosa conservatrice. Questo tipo d’estremismo religioso viene anche e sempre più impiegato a fini politici. È questa la componente dell’Islam più problematica. Non tutto l’Islam, non la religione in sé.

L’errore inaccettabile da parte nostra sta nel semplificare tutto ciò e spalmarlo su tutto quanto il vasto mondo musulmano, ignorandone la complessità. L’Islam non è diverso o più violento di altre religioni: noi lo percepiamo così perché è la fede di Paesi vessati dalla storia che hanno avuto bisogno di un’identità. Fino agli anni Settanta tutti i movimenti indipendentisti, anche nel mondo musulmano, erano di matrice comunista, socialista, nazionalista e secolarista e non esisteva ancora il “terrorismo islamico”. Dopo di che, con il crollo dell’Unione Sovietica e del sogno comunista, popoli che avevano bisogno di credere disperatamente in qualcosa si sono identificati nell’estremismo religioso, tornando a qualcosa che noi abbiamo abbandonato da seicento anni secolarizzando pian piano la società. L’Afghanistan, ad esempio, cambierà? Sì. La condizione delle donne migliorerà? Si. Quando? Tra due o tre generazioni. Non si può pretendere di spiegare dall’oggi al domani il secolarismo a un Paese che non l’ha mai vissuto.

Tornando ai tuoi viaggi: quanto ti mettono alla prova?

Fisicamente ti fanno a pezzi. Ma la parte bella, nonostante il caldo infernale e gli imprevisti sulla strada che ti trovi costretto ad aggiustare, è proprio vedere il mondo che gradualmente cambia mentre ti sposti. Quando prendi un volo sei semplicemente catapultato in un’altra realtà e ti perdi tutta la bellezza dell’attraversamento. E poi c’è ancora un altro aspetto: costruire la mia Jeep Willys oppure riparare una moto sono la stessa cosa di “spacchettare” un viaggio costruendosi un itinerario un po’ per volta. Sono cresciuto con mio nonno materno che riparava automobili nel fine settimana; da bambino avevo già gli attrezzi del mestiere in mano. La manualità, per me, è più che un piacere: è una necessità, un modo di vivere. I miei viaggi sono figli di questa forma mentis.

Infine, quali saranno le prossime "rotte fuori strada” in cui porterai chi segue la tua pagina?

Le rotte saranno sempre quelle. Il prossimo anno andrò per la quarta volta in India, in moto partendo da Cervignano ovviamente. Passerò sempre per Turchia, Iran, Afghanistan, Tagikistan e Cina e racconterò sempre di questi mondi perché sono quelli che più mi appartengono. Girare le città dell’Iran senza navigatore, aver reso casa per me un Paese così grande: è questo il bello della mia esperienza che intendo portare nel progetto. Penso che sia molto più interessante raccontare di posti che conosci bene e che ti appassionano piuttosto che fare l’influencer tuttologo che va in una nuova nazione dopo l’altra sapendone poco o nulla.  

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