l’alluvione
Versa a due mesi dall’alluvione, Zotter: «A molti è morto il mondo ma bisogna ripartire insieme»
Ferite ancora aperte dopo il 17 novembre con case allagate e una comunità in ginocchio che non si è piegata. Il racconto.
L’alluvione del 17 novembre ha segnato profondamente la frazione di Versa, nel comune di Romans d’Isonzo. Una ondata di maltempo eccezionale ha fatto esondare il corso del torrente Judrio e del Versa, sommergendo strade, case e attività, costringendo centinaia di persone a lasciare le proprie abitazioni. Fin dalle prime luci dell’alba, soccorritori, vigili del fuoco con natanti leggeri e un elicottero del reparto volo di Venezia sono intervenuti per evacuare famiglie intrappolate dall’acqua, mentre nei giorni successivi proseguivano le operazioni di messa in sicurezza e verifica degli edifici per consentire ai residenti di tornare nelle proprie case in condizioni di agibilità.
La piena ha travolto ogni cosa: piani terra e scantinati delle abitazioni sono stati allagati, alcune vie sono diventate veri e propri corsi d’acqua e per molte famiglie la quotidianità si è trasformata in un incubo da cui uscire è stato difficile e lungo. Anzi, per molti sarà così ancora per qualche tempo. Versa, con i suoi poco più di 300 abitanti, ha visto la propria comunità messa a dura prova ma reagire con una forza e una catena di solidarietà non da poco. Accanto alle operazioni di soccorso e di assistenza istituzionale e volontaria, la ricostruzione ha coinvolto da subito anche i cittadini, che hanno condiviso il lavoro di pulizia, rimozione dei detriti e sostegno reciproco.
In questo contesto si inserisce la voce di Gianfranco Zotter, tra i proprietari della Locanda Casa Versa, unico esercizio pubblico del paese e che in questo periodo. Conosciuta come punto di ritrovo e di ospitalità nella frazione, la locanda è stata testimone diretta di quel dramma: «Abbiamo avuto danni per circa 250mila euro – racconta Zotter – e la richiesta per i ristori è stata fatta, ma il problema è la tempistica. Ancora ci si chiede quando arriveranno i fondi e come si tradurranno in aiuti concreti per le imprese e le famiglie». Zotter ricorda con chiarezza la mattina del disastro: «Tra le 6.50 e le 7 del mattino in corte c’erano già 40 centimetri d’acqua. A mezzogiorno la situazione ha toccato il culmine e l’acqua è scesa lentissima. Abbiamo dovuto sistemare i figli e gestire in quattro adulti quello che stava succedendo. Solo martedì 18 alle 6 del mattino si è visto che l’acqua finalmente calava». La locanda non ha risparmiato perdite: «L’impianto fotovoltaico è andato distrutto. Giovedì 20 abbiamo finito di tirar fuori tutto. Senza l’aiuto di circa sessanta volontari, angeli che hanno lavorato con dedizione ed empatia, non ce l’avremmo mai fatta».
La solidarietà dei volontari e di amici, tra cui colleghi alpini, è stata per Zotter una delle componenti positive di quei giorni. «Il primo pensiero è stato: da dove iniziare? C’era grande disordine, ma poi si è normalizzata l’operazione e la gente capiva il disagio altrui», racconta. Momenti di grande empatia ma mai di compassione. Il proprietario della locanda sottolinea però come «dopo la fase dell’emergenza, in cui c’è una sorta di sovrabbondanza di aiuti e attenzione, tutto rientra in una dimensione di normalità. Ma chi è solo, come molti anziani, si trova abbandonato a se stesso». Per lui, l’evento è stato “eccezionale”, ma rivendica la necessità di «rivedere la gestione del territorio a tutti i livelli, dalle piccole alle più alte sfere, perché quando la portata d’acqua cresce e per il 30 per cento è già occupato da ghiaia e alberi si sa che il fiume finirà per uscire dagli argini».
La gestione degli argini è infatti uno dei punti su cui insiste Zotter: «È necessaria una revisione complessiva. È stata una serie di eventi concatenati che ha portato a questa fuoriuscita». Nonostante tutto, la locanda ha continuato a lavorare: «Abbiamo fatto Natale, era necessario per restituire un minimo di normalità. Ritrovarsi il 5 gennaio per la Fogarela solidale è stato anche un modo per rivedere chi ha lavorato e per mantenere vivo il senso di comunità». C’è, poi, l’incontro del 20 gennaio nel quale il Comitato raccoglierà le istanze dei cittadini per portarle alle istituzioni «dalla Regione in su». «Aspettiamo che si decreti lo stato di calamità», prosegue, «e poi ci concentreremo su quella che sarà la tutela futura del territorio. Auspichiamo un’attenzione particolare da parte delle istituzioni. Bisogna fare gruppo in maniera positiva per le tante persone che sono rimaste indietro».
L’impatto umano della piena va oltre i beni materiali: «A molte persone è morto il mondo oltre ad aver perso tutto. Anche se troveranno chi darà loro una mano – muratori, elettricisti eccetera – non sarà come prima. Soprattutto per le persone sole», riflette. Per Zotter, la comunità di Versa ha un tessuto umano “quasi reciproco”: «Non vuol dire volersi bene obbligatoriamente, ma c’è un’attenzione verso gli altri che è diversa. Io ho vissuto in città per tanto tempo e lì il rapporto è molto più anonimo». I danni materiali si estendono anche all’agricoltura e alle attività quotidiane: «Quattro macchine buttate via, il fango era ovunque nei cruscotti, con vermi da terra che vi giravano all’interno. La semina dei contadini è persa e non si può riseminare subito, bisogna aspettare almeno un anno affinché la terra si rigeneri secondo le indicazioni. Nemmeno la seconda semina, quella di soia, potrà essere effettuata ora». E aggiunge: «In comune il 50% delle attrezzature è andato, tutto quello elettronico è da buttare, compresi frigoriferi e computer, è tutto andato. Il trattore e il vecchio furgone, invece, sono ripartiti immediatamente. Però non ci si ferma».
A distanza di settimane dall’evento, mentre continuano i lavori di ricostruzione e l’erogazione dei primi fondi per i contributi ai danni subiti dalle abitazioni e dalla mobilità, la comunità di Versa prova a rialzarsi. Le istituzioni lavorano per sostenere la ripartenza, con decreti della Protezione civile regionale e l’attivazione di canali di donazione per cittadini ed enti colpiti. C’è però la memoria di quel 17 novembre rimane viva: nei racconti, nei segni del fango sulle murature, nel senso di solidarietà che ha portato vicini chi si conosce da sempre e chi ha scelto di restare per ricostruire. La locanda è lì, aperta, simbolo di una comunità ferita ma determinata a non arrendersi: come quei nomi ancora incisi a matita su una delle increspature del muro d’ingresso con i nomi degli “Angeli di Versa”.
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