‘Verità sotto assedio’: «La democrazia non può sopravvivere se la verità diventa facoltativa»

‘Verità sotto assedio’: «La democrazia non può sopravvivere se la verità diventa facoltativa»

FESTIVAL DEL GIORNALISMO DI RONCHI

‘Verità sotto assedio’: «La democrazia non può sopravvivere se la verità diventa facoltativa»

Di Pieter Omtzigt e Manuel Delia • Pubblicato il 15 Giu 2026
Copertina per ‘Verità sotto assedio’: «La democrazia non può sopravvivere se la verità diventa facoltativa»

Pieter Omtzigt e Manuel Delia analizzano le sfide poste dalla disinformazione, dalla crisi della fiducia pubblica e dalle trasformazioni dell'ecosistema informativo europeo.

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In un'epoca caratterizzata da trasformazioni tecnologiche profonde, da una crescente polarizzazione del dibattito pubblico e da una diffusa crisi di fiducia nelle istituzioni, il rapporto tra informazione, verità e democrazia assume un'importanza sempre più centrale. Le sfide poste dall’imperversare della disinformazione, dall'evoluzione delle piattaforme digitali e dall'impatto dell'intelligenza artificiale non riguardano soltanto il mondo dei media, ma investono direttamente la qualità della vita democratica, la partecipazione dei cittadini e la capacità delle istituzioni di mantenere la propria credibilità. Il contributo scritto da Pieter Omtzigt e Manuel Delia nasce dalla convinzione che il giornalismo, soprattutto quello investigativo e indipendente, rappresenti uno degli strumenti fondamentali per garantire trasparenza, responsabilità pubblica e controllo democratico. Attraverso esperienze maturate in contesti nazionali differenti, gli autori propongono una riflessione sullo stato delle democrazie europee, sulle fragilità che le attraversano e sulle condizioni necessarie per preservarne la resilienza in un contesto informativo sempre più complesso e incerto. S.F.

Ogni anno, il Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari rappresenta un’importante occasione non solo per riflettere sul giornalismo, ma anche per interrogarsi sulla direzione delle nostre democrazie. La qualità del dibattito pubblico non è mai soltanto una questione mediatica. Il modo in cui una società comprende la verità, la responsabilità e il dovere pubblico finisce inevitabilmente per influenzare il modo in cui governa se stessa. Negli ultimi anni, il dibattito pubblico si è concentrato sempre di più sulle fake news, sulla disinformazione e sulla manipolazione delle informazioni. Sono problemi reali. Ma non sono, di per sé, il principale pericolo che le società democratiche affrontano oggi. Il pericolo più profondo è che i cittadini stiano gradualmente perdendo fiducia nella capacità delle istituzioni, dei media e dei governi di dire la verità, di correggere i propri errori e di assumersi le proprie responsabilità.

Viviamo in un ambiente saturo di informazioni, ma sempre più segnato dalla sfiducia. Molte persone non sanno più a chi credere. Il dibattito pubblico si polarizza e si frammenta. I fatti vengono trattati come proprietà tribali anziché come punti di riferimento comuni. La comunicazione politica premia sempre più l’indignazione, la semplificazione e lo spettacolo invece dell’approfondimento e del confronto serio. Una democrazia non può funzionare a lungo in queste condizioni. La democrazia vive di conflitto e di differenze. Ma il dissenso è possibile soltanto se i cittadini continuano a credere nell’esistenza di una realtà condivisa, in cui le prove possano essere valutate, gli argomenti discussi e le responsabilità accertate. Quando la verità diventa facoltativa, anche la responsabilità pubblica comincia a indebolirsi.

Noi arriviamo a questa riflessione da paesi e da esperienze diverse. Uno di noi proviene dai Paesi Bassi, un paese spesso considerato stabile e solido sul piano istituzionale. L’altro viene da Malta, dove le preoccupazioni per la corruzione, l’impunità e la debolezza delle istituzioni sono diventate evidenti a livello internazionale dopo l’assassinio della giornalista Daphne Caruana Galizia. Nonostante queste differenze, ci siamo trovati di fronte a problemi democratici sorprendentemente simili. Nei Paesi Bassi, lo scandalo dei sussidi per l’assistenza all’infanzia ha mostrato quanto possa essere devastante l’opacità istituzionale quando le autorità pubbliche smettono di vedere i cittadini come persone e iniziano a considerarli soprattutto come rischi amministrativi. Migliaia di famiglie sono state ingiustamente accusate di frode e spinte verso il disastro economico e sociale. Per anni, le istituzioni hanno resistito ai controlli, nascosto informazioni e rifiutato di correggere ingiustizie evidenti.

A Malta, gli scandali di corruzione hanno rivelato debolezze diverse ma altrettanto gravi: la concentrazione del potere, l’erosione dell’indipendenza delle istituzioni e la normalizzazione dell’impunità. Anche qui, troppo spesso le istituzioni sono apparse più preoccupate di proteggere sé stesse che di affrontare apertamente e con trasparenza i propri fallimenti. Queste esperienze variano per contesto, storia e dimensione, ma mostrano un problema comune. I sistemi democratici diventano fragili quando le istituzioni perdono la capacità, o la volontà, di correggersi con onestà. È per questo che il giornalismo conta ben oltre il settore dei media. Il giornalismo investigativo è uno dei pochi meccanismi democratici concepiti proprio per contrastare l’oblio organizzato. Il suo compito non è soltanto quello di denunciare gli abusi, ma anche di preservare la memoria pubblica, collegare fatti apparentemente isolati e rendere possibile l’accertamento delle responsabilità. Questo lavoro è spesso lento, difficile e poco spettacolare. La responsabilità pubblica raramente emerge in modo improvviso o teatrale. Più spesso dipende da indagini sui pazienti, accesso alle informazioni, trasparenza istituzionale, controllo parlamentare, magistrature indipendenti e cittadini disposti a perseverare anche quando i sistemi resistono all’esame critico.

Eppure, oggi, il giornalismo opera in condizioni sempre più difficili. Le pressioni economiche indeboliscono i media indipendenti. Le piattaforme social premiano la velocità e la reazione emotiva più della verifica dei fatti. L’intelligenza artificiale rischia di inondare lo spazio pubblico di contenuti sintetici il cui obiettivo non è necessariamente persuadere, ma confondere. Allo stesso tempo, i giornalisti che indagano sulla corruzione, sulla criminalità organizzata, sugli abusi di potere o sulle derive autoritarie subiscono sempre più spesso intimidazioni, campagne di odio, pressioni legali e isolamento sociale. A queste difficoltà si aggiunge una nuova sfida. I contenuti prodotti dal lavoro giornalistico vengono sempre più spesso assorbiti e riutilizzati dalle grandi piattaforme tecnologiche senza un adeguato riconoscimento del valore economico e professionale che li ha generati. I sistemi di intelligenza artificiale si alimentano del lavoro umano accumulato nel tempo – articoli, inchieste, libri, immagini e conoscenze – trasformandolo in nuovi prodotti commerciali. Questo pone interrogativi importanti non soltanto sulla sostenibilità economica del giornalismo, ma anche sulla distribuzione del valore e del potere nell’ecosistema informativo contemporaneo.

Il pericolo non è soltanto la censura nel senso tradizionale del termine. In molte democrazie contemporanee, la minaccia maggiore è la diluizione: il giornalismo serio sommerso da una quantità travolgente di rumore, propaganda, indignazione permanente e conflitti performativi. In questo ambiente, corruzione e disinformazione si rafforzano reciprocamente. I sistemi corrotti non cercano sempre di convincere i cittadini che le menzogne siano vere. Spesso puntano a qualcosa di ancora più dannoso: convincere le persone che la verità sia impossibile da accertare, che tutte le istituzioni siano compromesse, che ogni giornalista agisca per interesse politico e che ogni fatto sia soltanto un’arma di parte. Quando i cittadini iniziano ad accettare questa idea, la responsabilità pubblica diventa estremamente difficile da sostenere. Le rivelazioni non producono più conseguenze. Gli scandali si normalizzano. Il cinismo diventa cultura politica. Questo pone interrogativi difficili per le società democratiche.

Come difendere la verità senza rafforzare la censura? Come regolamentare le piattaforme digitali senza creare nuovi strumenti di abuso politico? La storia offre molte ragioni per essere prudenti. Affidare ai governi il potere di stabilire ufficialmente che cosa sia vero e che cosa sia falso ha spesso prodotto effetti contrari a quelli desiderati. Quando il potere politico pretende di identificarsi con la verità stessa, il rischio è che il dissenso venga delegittimato e che il controllo dell’informazione si trasformi in uno strumento di governo anziché in una garanzia democratica. La difesa della verità richiede istituzioni indipendenti, pluralismo e trasparenza, non l’attribuzione a un’autorità politica del monopolio sulla definizione della realtà. Come preservare il pluralismo e la libertà di espressione, contrastando al contempo la manipolazione, l’intimidazione e la disinformazione organizzata? Non esistono risposte semplici. Le democrazie devono evitare sia il controllo autoritario sia il caos algoritmico. Ma riconoscere la complessità del problema non può diventare una giustificazione dell’inazione. Le istituzioni democratiche non si definiscono per l’assenza di errori. Gli errori esistono in ogni sistema. Ciò che distingue una democrazia resiliente è la capacità delle istituzioni di riconoscere gli errori con trasparenza, correggerli efficacemente e ristabilire la fiducia pubblica.

Per farlo servono molte cose insieme. Servono tutele più forti per i giornalisti investigativi e i whistleblower. Servono obblighi di trasparenza per le piattaforme digitali che oggi modellano il dibattito pubblico oltre i confini nazionali. Servono istituzioni capaci di resistere alle pressioni politiche e di accettare il controllo pubblico, senza considerare ogni critica un atto ostile. Serve anche un’educazione civica e mediatica che aiuti i cittadini a orientarsi in modo responsabile in ambienti informativi sempre più complessi. Ma soprattutto servono cittadini che continuino a credere che la verità sia un bene pubblico. La resilienza democratica non si costruisce soltanto attraverso costituzioni, elezioni o leggi. Dipende anche dalle abitudini civiche: dalla volontà di verificare le informazioni, ascoltare seriamente, difendere il controllo indipendente anche quando è politicamente scomodo e pretendere che le istituzioni restino responsabili nei confronti dei cittadini che dovrebbero servire.

La storia di Daphne Caruana Galizia continua a essere importante in tutta Europa proprio per questo. Il suo assassinio ha mostrato che cosa può accadere quando corruzione, impunità e ostilità nei confronti del controllo pubblico vengono lasciati crescere per anni senza correzioni istituzionali efficaci. Ma la sua storia ha dimostrato anche un’altra cosa: che l’intimidazione non riesce necessariamente a cancellare la verità. In tutta Europa, giornalisti, organizzazioni della società civile, magistrati, whistleblower e cittadini continuano a difendere l’idea che la responsabilità pubblica sia ancora possibile e che la democrazia non possa esistere senza di essa.  Questo non è idealismo. È una necessità democratica. La democrazia resta resiliente solo se i cittadini continuano a credere che la verità conti, che le istituzioni possano ancora essere chiamate a rispondere delle proprie azioni e che il controllo pubblico resti possibile. Difendere queste condizioni è oggi una delle principali responsabilità democratiche dell’Europa.

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