la passione
Studenti stregati dalla fotografia di Davide Degano, il laboratorio a Gorizia
Successo per il corso organizzato dalla Mediateca e portato tra le classi dell’Isis D’Annuncio. L’artista vive tra Gand, L’Aia e il Friuli.
Semplici scatole di scarpe sigillate dal nastro nero. Le aule al buio, oscurate per ogni fessura: a illuminarle una piccola luce rossa concessa per lo sviluppo. Si è concluso ieri – 9 aprile – il corso di fotografia tenuto dall’artista Davide Degano agli allievi di Biotecnologie sanitarie e ambientali del “D’Annunzio” di Gorizia. «Abbiamo creato delle piccole “pinhole” – specifica Degano – stenopeiche che richiamano il principio basico della fotografia, lo stesso utilizzato dai pittori del Rinascimento per ragioni prospettiche e di ricerca del dettaglio. Ho spiegato loro come funziona una macchina fotografica, una scatola scura dove i raggi entrano attraverso un piccolo foro. Una volta che i raggi penetrano attraverso il foro si incrociano originando immagini capovolte, proiettate al contrario all’interno di una superficie nera e impressa su un elemento fotosensibile, in questo caso la carta». Il corso si è sviluppato appassionando studenti e insegnanti, spingendosi dalla nascita della fotografia in Inghilterra prima e poi in Francia con Niépce, Daguerre e Fox Talbot fino all’immagine fissata e allo sviluppo, passando attraverso la cianotipia ideata dalla botanica Atkins.
Una vita divisa fra Gand, L’Aia e il Friuli Venezia Giulia, Davide – classe 1990 – nasce in Sicilia e inizia a praticare fotografia all’Accademia d’Arte olandese KABK. «In realtà iniziai in Australia – racconta – dove dopo le superiori vissi per quattro anni come fotografo commerciale occupandomi per lo più di fashion, oggettistica e matrimoni». Attratto dalla narrazione di storie attraverso immagini, proseguì gli studi alla Royal Academy of Art e infine in Belgio. «A Gand ho conseguito un Master di secondo livello alla KASK – prosegue - mentre al momento sto per ottenere l’equipollenza nella laurea magistrale a Brera in Arti visive, dove tengo anche qualche lezione». A rappresentarlo in Italia è lo Studio Faganel di Gorizia, mentre i suoi lavori si focalizzano sul concetto di costruzione dell’identità e dell’unità italiana. «La mia è una ricerca incentrata sull’uso delle immagini – sottolinea – impiegate per creare in maniera artificiosa l’identità come strumento di esclusione e marginalizzazione. Per me l’Italia rappresenta un caso studio, dove i ritratti non sono mai neutri e ciascuno ha delle finalità». Dal concetto contraddittorio di italianità all’immagine coloniale della donna di colore, Degano indaga la realtà allontanandosi dalla stereotipia. «M’interessa – aggiunge - come vengono rappresentati gli italiani di seconda generazione
.Quando si parla di baby gang, il primo riferimento sono i ragazzi di origine marocchina, nonostante in realtà siano italiani di terza generazione. Molte volte nei talk show trash di Rete 4 non riescono a distinguere un ragazzo di origine marocchina da un italiano che probabilmente come me ha origine siciliana. L’altro aspetto interessante è l’immagine usata dal Lombroso - da cui si sviluppa la rappresentazione coloniale e l’alterità - o la raffigurazione della donna di colore: super sessualizzata come la Venere Nera, oppure super stereotipata come la Big Mama». Ad attrarre l’attenzione di Degano sono poi quelle immagini che «creano centro e periferia» e la raffigurazione dell’italiano medio: «Nelle pubblicità non ci sono mai famiglie omosessuali, persone nere o asiatiche. Adesso prende piede qualcosa perché va di moda. Però non c’è mai un italiano nero. Come viene rappresentato Paola Egonu, come un Balotelli?». Ad approfondire lo studio della trasformazione dell’identità e dell’“ibrido” italiano che va affermandosi è il suo recente “Romanzo meticcio” edito da Artphilein: «Qui studio come l’immagine dall’Unità d’Italia ai giorni nostri sia stata utilizzata per creare alterità – precisa - e la pongo in dialogo con le foto d’archivio della mia famiglia: mia nonna è colombiana, mentre da parte di papà è slovena.
Le metto in relazione esplorando il concetto di margine e di periferie». Una narrazione autentica che in realtà sorprende il pubblico all’estero: «Fuori da qui ritengono rappresenti un’Italia che non rientra nel loro immaginario, che potrebbe rispecchiare quella dei paesi europei di Olanda, Francia o Portogallo». A creare perplessità nell’artista è in primis la scarsa considerazione dell’Italia verso l’ambito culturale: «Mi sorprende che la cultura venga sottovalutata all’estremo – ammette - specialmente negli istituti d’arte: non ci sono investimenti, il lavoro del professore viene sottovalutato, affidandogli responsabilità che ritengo non debba avere. In Italia siamo davvero indietro in tantissime cose». Fresco della collaborazione con il Centro di Ricerca e Archiviazione del pordenonese, è stato premiato per la Fotografia friulana ricevendo in assegnazione una residenza d’artista: «Con loro faremo una mostra nel mese di luglio ai Musei Civici del Castello di Udine – rimarca - insieme a Olivo Barbieri, Marina Caneve e Giulia Colutti. Ci è stata commissionata un’interpretazione del Friuli cinquant’anni dopo il terremoto». Pochi giorni fa è invece volato a Parigi, dove è stato selezionato per il festival Circulation(s) con il lavoro “Do-li-na”, inerente alla riforma Gentile e alle minoranze linguistiche sopravvissute attraverso tradizioni orali o mitologia. «Anche lì utilizzo il mezzo fotografico per rappresentare qualcosa di non tangibile – riflette - mettendola in relazione al concetto di verità e omissione».
In piedi ha poi una collaborazione con il programma europeo “Futures”, per il quale è stato selezionato dal Centro italiano per la Fotografia di Torino. Da ultimo, ma non di minor importanza, è il lavoro con la Mediateca goriziana con cui insegna nelle scuole: «Mi piace tantissimo insegnare – confessa – ai ragazzi dalla terza superiore in su, perché sono praticamente adulti: li trovo super interessati e super interessanti». Tutto ebbe inizio un paio d’anni addietro con progetti sulla fotografia analogica e sul simbolismo della visione. «Insegno ai ragazzi a non sottovalutare le immagini – chiarisce – perché ciascuna ha un significato. Si ritrovano immersi in un periodo storico in cui ne sono bombardati: vivono più attraverso le immagini che nella vita reale, ed è necessario alfabetizzarli». Affiancare il lavoro d’artista a quello dell’insegnante non gli pesa affatto: «Con i ragazzi basta parlare il loro linguaggio – ribadisce – mi siedo con loro e li responsabilizzo, trattandoli da adulti. Fra un paio di anni, per quanti andranno all’università, a nessuno interesserà se vai in bagno, se mangi mentre spiego o bevi qualcosa. Rispetto le dinamiche di una scuola superiore, ma all’interno del mio corso intendo trattarli come universitari e devo dire che il più delle volte funziona». Secondo Davide il segreto sta nell’osservazione attenta dei ragazzi: «Alcuni di loro non hanno sguardi da sedicenni – considera - ma sembrano molto più vecchi. Probabilmente a casa fronteggiano situazioni che il ragazzo medio non dovrebbe affrontare».
Un corso iniziato dalle basi, poi progredito verso l’allestimento di una camera oscura, la stenopeica e la cianotipia. «Con le professoresse e la Mediateca abbiamo deciso di dividere il corso fra classi terze e quarte per parlare di confini o spingere i ragazzi a creare una piccola storia di cinque sei immagini. Questa è l’idea per il futuro: ciascuno creerà un racconto personale totalmente libero. Può essere sui confini, sulla loro condizione adolescenziale o su altro». In parallelo Degano scatta foto per studiare la trasformazione del Friuli dal punto di vista antropologico e sociale, esaminando la relazione fra il terremoto del 1976 e la fondazione dell’università. «Il Friuli si è inserito nelle dinamiche globali del capitalismo – esplicita - e il terremoto non ha fatto che accelerare questi processi in atto da prima. Nel nostro gruppo di ricerca per questa residenza abbiamo utilizzato il termine “crinale” più che “spartiacque”, in quanto il crinale permette di avere un occhio al passato con un’attenzione al presente proiettato al futuro. Che poi è l’essenza del Friuli, con piccoli richiami al mondo rurale di tradizioni in divenire. E io mi concentro sui giovani, universitari che fotografo all’Aba piuttosto che in altre parti dove insegno. O giovani delle superiori, che si ritrovano in quel momento immediatamente precedente un disastro naturale: in cui devi decidere, vieni sopraffatto dall’incertezza, non sai se mantenerti in una posizione di comfort o provare qualcosa di differente. Mi sembrava una bella metafora, quella di utilizzare i giovani d’oggi, per descrivere, tra virgolette, chi sono i friulani nel 2026».
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