la recensione
Gli occhi sulle miserie di Brooklyn, Popolizio gran finale del Verdi a Gorizia
Un testo che è anche affresco sociale di una Brooklyn del secondo dopoguerra, dove gli immigrati cercavano un futuro migliore.
Non è sempre facile riuscire a individuare quella linea che divide il giusto dall'errore, lo stesso confine che separa l'amore dall'ossessione, un amore esagerato che eccede e sconfina nella morbosità . Così come non è forse così semplice giudicare Eddie, il protagonista del celebre Uno sguardo dal ponte, portato sul palco del Teatro Verdi di Gorizia la sera di sabato 6 maggio e interpretato dall'impeccabile Massimo Popolizio, di cui anche la regia. Un racconto nato da un reale fatto di cronaca che colpì e sconvolse lo sceneggiatore e scrittore americano Arthur Miller.
Un testo che è anche un affresco sociale di una Brooklyn del secondo dopoguerra, nel quale moltissimi erano gli immigrati – molti dei quali italiani – che lì arrivavano già da metà Ottocento nella speranza di un futuro migliore. La stessa fiducia che accompagna i fratelli Marco e Rodolfo, cugini della moglie di Eddie, Beatrice, che arriveranno come immigrati clandestini nella apparentemente scintillante patria a stelle e strisce. Marco spera di riuscire a guadagnare abbastanza da poter mantenere la propria famiglia, la moglie e i figli lasciati nella ormai lontana Sicilia, dove spera di tornare appena avrà messo via sufficiente denaro.
àˆ il giovane Rodolfo invece ad essere completamente pervaso dalla passione e l'amore verso gli Stati Uniti, per le possibilità di una laica redenzione e rinascita che possono portare anche un giovane povero come lui ad avere una vita migliore, lontano da quella che definisce la "miseria e povertà " della Sicilia che ha lasciato, e nella quale mai più si vuole accingere a tornare. Saranno Eddie e Beatrice ad ospitarli nella casa in cui vivono con la nipote Caterina rimasta orfana in tenera età , ignari che, se per i due cugini voleva essere un nuovo inizio, per loro sarebbe stata la fine della tranquillità vissuta fino ad allora.
Questo per un semplice e apparentemente innocuo motivo: il giovane amore che sboccia tra Rodolfo e l'ormai diciottenne Caterina, e le uscite che i due iniziano a fare di tanto intanto, per una camminata tra i quartieri di Brooklyn o per andare al cinema del quartiere per vedere un film appena uscito. Appuntamenti che non passano inosservate allo zio di Caterina, che inizia a sentire la mancanza della nipotina che ogni sera quando tornava a casa dal lavoro era pronta a saltargli addosso felice, abbracciarlo forte e che, sperava, sarebbe stata sua per sempre.
àˆ anche la storia di un uomo onesto, un instancabile lavoratore, che è stato traviato dai suoi sentimenti incestuosi per la nipote che aveva cresciuto come una figlia. E se è normale provare sdegno, ribrezzo e perfino odio nei suoi confronti, è anche lui stesso vittima di un sentimento ossessivo che lo porta a compiere ciò che pensa sia il bene della nipote, venendo però accecato dalla bramosia di volerla possedere. Nell'inseguire il suo ottuso convincimento perderà tutto ciò che gli era di più caro, immolando la sua vita per un amore che era, per lui, un sentimento troppo grande, “una passione che gli era entrata dentro come un corpo estraneo”.
“Un uomo puro” verrà però dipinto alla fine dall'avvocato Alfieri, che come un coro greco fa da cornice e narratore della vicenda: perché se pur è stato ottuso, villano, deplorevole, “è stato sé stesso, fino alla fine”.
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