Sant’Antonio da Padova e…di Medea. Storia, leggenda, attualità

La storia

Sant’Antonio da Padova e…di Medea. Storia, leggenda, attualità

Di Ferruccio Tassin • Pubblicato il 16 Giu 2021
Copertina per Sant’Antonio da Padova e…di Medea. Storia, leggenda, attualità

Ferruccio Tassin racconta storia e aneddoti sulla devozione a Sant'Antonio di Medea e dei paesi limitrofi.

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La chiesa di Sant’Antonio sulla “Mont di Migea”, dedicata, in origine, alla Esaltazione della Croce, almeno dal 1437, era già “sua”. Allora, Zuanna (Giovanna), del fu Marino di Medea vi lega 3 campi, col patto che i camerari facessero celebrare 2 messe a suffragio della sua anima, dando al celebrante 4 soldi. Il nome primitivo, più legato all’ufficialità, compare ancora nel 1570.

La confraternita del Santo è già citata per due volte nel 1425.

Lassù erano venerati i due Antoni “di gennaro e di zugno”; forse più venerato era l’Abate: gli animali erano vita per i contadini!

Sant’Antonio da Padova (1195-1231) si chiamava Fernando, era di Lisbona; iniziò gli studi dagli Agostiniani, entrò nei Francescani e conobbe S. Francesco.

Fondò diversi monasteri, e quello di Gemona, dove probabilmente soggiornò nel 1227.

Non c’è paese che non avesse qualche sua ancona sulle strade e, nelle case, la venerata immagine.

Invocato per gli oggetti smarriti, è ben più importante per i sermoni: lo dichiararono predicatore di folle che le chiese non riuscivano a contenere. Erano un inno alla carità.

Insegnò teologia, ma fu soprattutto con la gente, nei secoli, in una singolare devozione popolare che ancora resiste.

Sul colle di Medea, da Santo in “condominio” coll’ Abate; la sua fama lo sopravanzò: nel ’500, il suo altare era fuori dell’abside, mentre ora è diventato l’altar maggiore.

Il 13 giugno, 21 comunità dei dintorni vi si recavano pellegrine; molte continuano la pia tradizione. In quell’occasione, vendono anche le campanelle di terracotta, più collegate all’Abate, i cui suini, liberamente circolanti, la portavano al collo prima di diventare “vittime sacrificali” a favore dei poveri. Quelli di Terzo morirono a decine in un attraversamento del Torre, nel ’600, per raggiungere il santuario.

Numerose leggende costellano vita e presenze del Santo in Italia e Francia.

Su tutte, la più gioiosa e popolare è quella di fondazione della chiesa sul colle di Medea.

Ovvio nemico, il demonio; nemico anche dell’Abate, tanto da far nascere il canto nelle regioni centrali d’Italia sui dispetti, non riusciti, del demonio al Santo.

Fin Medea ha la leggenda: la chiesa sul colle non riusciva a crescere, per i dispetti del cornutissimo demonio. Ci fu una gara tra i due: il Nostro riuscì a saltare dalla chiesa più lontano dell’avversario e vi lasciò l’impronta dei piedi. Satanasso fallì la prova, schiantando il sedere su di una roccia, che modellò e divenne l’ammiratissimo segno del “cûl dal Diau”! (Gigi Geromet)

Meriti infinitamente maggiori costruì il Santo, fratello di ogni persona: per sua spinta si arrivò al “Pane di Sant’Antonio”; nella II guerra mondiale, salvò dalla fame legioni della nostra gente, e poi, patetica, nacque la poesia di Giuseppe Ungaretti, scritta a Mariano, ma forse meditata prima anche quando dimorò a Versa e vide ogni giorno quel colle, con la notizia della chiesa del Santo.

Si sa di Ungaretti, nascita ad Alessandria d’Egitto (1888); in casa, balia sudanese, domestica croata (una delle Alexandrinke). E le Alexandrinke erano dei nostri paesi della Contea di Gorizia e Gradisca, anche di Romans d’Isonzo (Mariano aveva avuto rapporti commerciali con l’Egitto, per sedie e mobili). Discussioni con intellettuali e anarchici (sua madre, di sentimenti cristiani, accoglieva ogni sorta di fuorusciti ad Alesssandria d’Egitto). Studi ad Alessandria poi ripresi e interrotti alla Sorbona a Parigi, ma amicizie con Apollinaire, Bracque, Modigliani, Picasso, De Chirico, e con Marinetti, Palazzeschi, Papini, Soffici.

La poesia più entrata nella cultura locale, che si distende nel dato più universale di una devozione straordinariamente dilatata, è “Peso” (Mariano il 29 giugno 1916).

Che c’entra, Ungaretti con Medea. C’entra e in pieno! E non c’è la minima forzatura.

Sosta e scrive poesie a Mariano e a Versa, di là vede “la Mont” …

Il tenente Ettore Serra, che fece pubblicare la prima raccolta di Ungaretti a Udine, in 80 esemplari, nel 1916, lesse le poesie a Medea, difatti scrisse: "Una notte portai con me sotto la collina di Medea le sue poesie scritte su foglietti laceri, buste, cartoline in franchigia. Raccolte e ordinate, fu stampato in zona di guerra quel sobrio volumetto e Ungaretti vide i primi esemplari a Versa il 16 dicembre 1916".

Altra versione di Serra: “Per leggere taluni dei suoi versi dimenticati facevano qualche volta insieme la strada dalla filanda di Sdràussina a San Martino, oltrepassando il cavalcavia della strada ferrata e seguendo l’erta sassosa e nuda. Fu allora che io decisi di essere l’editore di Ungaretti. La notte ch’io portai con me sotto la collina di Medea le sue poesie e ch’io rilessi a una a una lentamente, al lume fioco di una lucerna, ebbi quasi la sensazione di avere attorno nell’ombra una schiera di dolci e povere bambine fuggite dal buio dell’Isonzo e scrissi al mattino una lettera d’innamorato a Ungaretti annunciandogli la mia decisione. Raccolte alla meglio le sue poesie, fu stampato nel dicembre del ’16 quel sobrio volumetto a Udine, sotto il Castello immenso”

Da testimonianze locali (Gianluigi Martinis), si sa che gli attendamenti a Medea erano sotto il monte, accanto all’attuale campo sportivo, e in una località in fondo al “Borg da Zavis”. Così non c’è dubbio dove il tenente e poeta soldato Ettore Serra (1890-1980) avesse ricordato con queste parole il suo incontro con le poesie di Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto1888-Milano 1970): sotto la collina c’era solo l’accampamento nella piana accanto alla chiesa parrocchiale.

“Quel contadino soldato/ si affida alla medaglia/ di Sant’Antonio /che porta al collo/ e va leggero[…]”: non c’è dubbio trattarsi di S. Antonio da Padova; la medaglia era non amuleto, ma accorata preghiera per difesa dalle forze infernali.

Vero che il poeta si riferisce a uno dei tanti contadini soldati mandati al macello, ma fa pensare.

Era in un paese - Mariano - che, da secoli, pellegrinava a Sant’Antonio di Medea; lo aveva continuamente nel suo panorama a Mariano e, ancora di più, a Versa, dove il colle (la Mont, chiamata, materna com’è stata da sempre) gli stava di fronte.

Il contadino soldato andava “leggero” sentendosi protetto, par di capire. Il poeta non ha il ghigno dello scettico: intanto la S di “Sant’Antonio” la mette maiuscola, lui che di maiuscole ne centellinava soltanto, e poi riflette pensoso su di sé “ma ben sola e ben nuda/ senza miraggio/porto l’anima mia”. Certo, il “miraggio” viene riferito a quel soldato, ma possiamo aggiungere, che anche il miraggio sono la fede (poi raggiunta nei Versi di Cristo) e la speranza.

PESO
Quel contadino
si affida alla medaglia
di Sant’Antonio
e va leggero
Ma ben sola e ben nuda
senza miraggio
porto l'anima mia
Avvicinamento alla fede, conversione 1928 e nel ’44 scrive questi versi:
“…Vedo ora nella notte triste, imparo, / So che l'inferno s'apre sulla terra / Su misura di quanto / L'uomo si sottrae, folle, / Alla purezza della Tua passione…/ Cristo, pensoso palpito, / Astro incarnato nell'umane tenebre, /Fratello che t'immoli / Perennemente per riedificare / Umanamente l'uomo, / Santo, Santo che soffri, / Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli, / Santo, Santo che soffri / Per liberare dalla morte i morti / E sorreggere noi infelici vivi, / D'un pianto solo mio non piango più, / Ecco, Ti chiamo, Santo, / Santo, Santo che soffri”.
È la sua “salita al Monte”, nel senso di Dio, e della pace.

Nel 1966, I convegno ICM sulla poesia, con i migliori cervelli della Mitteleuropa. Il poeta contribuì al convegno con un intervento di succosa brevità. In suo onore, ci fu, il 20 giugno, nella Sala degli Stati provinciali del castello, una manifestazione in cui egli lesse sue poesie e pensieri scritti a Gorizia la sera prima. La vita lo aveva riportato sul Carso. Sulle quelle colline, ancora brulle, pronunciò queste parole: “Il nome di Gorizia, dopo cinquant’anni, mentre si compie il primo cinquantennio della vicenda che l’ha mutata, torna a significare per me ciò che per noi, soldati in un Carso di terrore, significava allora.

Non era il nome di una vittoria - non esistono vittorie sulla terra se non per illusione sacrilega; ma il nome di una comune sofferenza, la nostra, e quella di chi ci stava di fronte e che dicevano il nemico, ma che noi pur facendo senza viltà il nostro dovere chiamavamo nel nostro cuore fratello”.

Sul Carso, era con lui Celso Macor, intellettuale e poeta friulano di Versa, che scrisse sulla rivista “Iniziativa Isontina”: “Il sole piega già verso le Alpi con abbagli rossi sull’Isonzo in corsa verso l’Adriatico: manda ombre lunghe sulla vasta campagna friulana. Fra i colli d’uva sotto le Giulie ed il monumento bianco di Medea, Mariano è una macchia grigia fra i campi. Contro il sole c’è anche il profilo scuro del campanile aguzzo di Versa, che vigila sulla terra fertile dove i frumenti ingialliscono”.

Emigrato in Francia (emigrazione culturale). Le poesie pubblicate nel primo suo volume lette e scelte a Medea, vicino alla salita al monte. La Poesia di Sant’Antonio intitolata “Peso”. Il suo sgomento nel non credere e l’ammirazione per “quel contadino”. La sua salita dal non credere alla fede. E perfino lassù, oltre il santuario di Sant’Antonio un’altra sua tematica: la pace, e… c’è l’Ara Pacis.

Questa salita al Monte avviene, come immagine, anche per quegli scalini e, forse, anche Sant’Antonio, in quella salita, ci mise del suo…

Nella foto: Giuseppe Ungaretti fra Biagio Marin e Michele Martina al convegno ICM di Gorizia del 1966.

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