Sant'Antonio 'di Gennaro'. La festa di Sant'Antonio Abate nel Friuli Orientale

La tradizione popolare

Sant'Antonio 'di Gennaro'. La festa di Sant'Antonio Abate nel Friuli Orientale

Di Ferruccio Tassin • Pubblicato il 17 Gen 2021
Copertina per Sant'Antonio 'di Gennaro'. La festa di Sant'Antonio Abate nel Friuli Orientale

Ferruccio Tassin ci porta alla scoperta di alcune località che nel corso della storia hanno raccolto la devozione a Sant'Antonio Abate. Con storie spesso particolari...

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Si vede, il purzit, fornito di “cicìn e di saìn” sulle stampe ottocentesche e in qualche statua. Nella chiesa di S. Michele a Villesse c’è un S. Antonio Abate (251-356), marmoreo (’700): ai piedi, l’onnipresente purzìt quasi tornito, con coda a ricciolo. Idem (ma ’800) nel quadro del Paghini a Joannis (parrocchiale): col Megaloantonio, il maiale satollo “di blava” che da due secoli signoreggiava le nostre contrade. Cereale adatto al suino, solo nutrimento di facciata per l’umano. Ne guadagnano gli animali, gli uomini, in un primo tempo la povera gente; poi, soprattutto i padroni, e ne guadagnano le chiese che sorgono numerose nel ’700 anche per gli aumentati redditi. La pellagra nascerà dal riempire la pancia di polenta.

Ma si guardi il maiale ai piedi di Sant’Antonio dal ’600, arretrando nel tempo: meschinello, irsuto... Poco grasso quando il grasso occorreva; pelo lungo; denti arrovesciati. Un tal esemplare, col Santo, è nella chiesa di San Vìto al Torre (’500). Erano maiali asciutti, più veloci per guadagnarsi la giornata in proprio. Prezio: sulle loro spalle (spatulae porcorum) si pagavano affitti, veniva parte delle proteine che non fossero da legumi. Perciò non tanto credibile (possibile sì) la nomea di essere mimetismo del Maligno che tentò il Santo nel deserto. Non è “lu Dimonio” del canto popolare abruzzese. Vuol dire carità degli Antoniti, che in Francia curavano i pellegrini dall’herpes zoster di tanghera memoria. Ai monaci, privilegio di far scorrazzare i suini che allora ramazzavano ciò che di edibile si parava sul cammino. I comuni suini erano guardati dai porcari, servi più pagati per la preziosità degli animale cui accudivano per i prati, e foreste che aumentavano di valore, non solo per il legno, ma per quanto fossero atte ad saginandos porcos.

E poi “Il purzit di Sant’Antoni” era l’animale girovago (che il paese nutriva) poi venduto a beneficio dei poveri. Santo della carità: aveva venduto i propri beni, prima di dedicarsi a Cristo (meno bene aveva fatto a vendere i beni non suoi… della sorella!). Non era colto a lui bastavano le scritture, però esempio: fu l’iniziatore del monachesimo orientale, uomo di pace, sostegno ai Cristiani perseguitati.
In gioiosa associazione, e confusione con l’altro Antonio, è venerato a Medea (statua lignea in una nicchia del santuario sulla Mont).

Almeno nel ’500, a Medea, era il Sant’Antonio di gennaro, festa il 17, nella chiesa in comproprietà con S. Antonio da Padova (1195-1231). Festeggiato, con eccessi; Il Barbaro, vicario patriarcale di Aquileia, nella visita del 1593, impose di asportare le zampe dei porci lasciate come ex voto vicino alla porta. Là andò in processione, nel ’700, la comunità della pieve di Chiopris, affidandosi a S. Francesco Saverio, a S. Bovo, altro protettore contro degli animali.
Vediamo la gioiosa commistione dei due santi anche il 13 giugno, a Medea, allorché si festeggia solennemente quello di zugno. Si vendono i campanelli di terracotta: ed essi richiamano pari pari il Sant’Antonio di gennaio. La campanella (con fuoco, porco, diavolo, palme) è un simbolo che è tutto suo. Pende dal suo bastone a forma di Tau, o dal collo del maiale, e sono, per dirle alla tedesca, Bettlerglocken, campanelle da mendicante; il marchio dei suini che appartenevano agli Antoniti.

La questua per il purzit di Sant’Antoni, non era facile; in anni di crisi, qualche confratello del suino venne involato e, a inizi ’800, quando si cominciava a coltivare la patata, l’animale suino di Visco, in crisi, con gramole troppo riposate, dovette essere soccorso da un possidente per non schiattare d inedia!

A Medea, la chiesa di S. Antonio da Padova, prima dedicata alla Esaltazione della Croce, ma almeno dal 1437 era già “sua”. Ma, se il titolare era lui, anche l’Abate, più antico, aveva il momento di gloria. Al 1583: “Si spende il giorno di Santo Antonio di Gennaro alli fratelli che lavorano et conzano le vide, alli reverendi Sacerdoti, Camerari, Banderari, Cantori et Monachi, con la ellemosina delli Sacerdoti lire 100 [40 era la spesa per “Santo Antonio di Zugno”], et più si masena per far detto pasto formento stara 5 [gli aridi si misuravano in capacità; uno staio = 70-80 l.].

S. “Antonio di Genaro” è ancora vivo, pur nel mutare dei tempi. Le stalle non ci sono più, le immagini, quasi scomparse dalle case, continuano nelle chiese, con le opere d’arte. Innumerevoli erano gli usi. A Begliano, la prima domenica dopo il Santo, si benediva sale, bestiame e corone. Al 1898, nella Fiumicello dell’on. Adamo Zanetti, il 17 gennaio viene presentato il nuovo schema di statuto della Società di Assicurazione di mutuo soccorso per i bovini, sotto la protezione del Santo. E ora si benedicono gli animali da compagnia… 

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