IL PERSONAGGIO
Dal San Carlo di Napoli a Gorizia, Salvatore Manzo racconta la sua danza: «Emozioni che solo lei sa dare»
L'étoile del noto teatro partenopeo sarà protagonista al Gran Galà 'Mimì - una vita per la danza' con Carla D'Antonio.
Una vita al servizio della danza, una disciplina che si imprime nell'anima e forgia il corpo fin dal primo momento e senza possibilità che questo amore si dica concluso: e tale passione sarà ben percepibile nell'interpretazione che Salvatore Manzo offrirà nel Pas de deux del Don Chisciotte, che danzerà a fianco di Claudia D'Antonio al galà “Mimì – una vita per la danza”, presentato dalla giornalista di Danzasì Monica Lubinu. Sabato 7 febbraio l'evento dedicato alla memoria di Corinna Brandolin Prandi de Ulmhort, fondatrice delle scuole Tersicore – Città di Gorizia e Monfalcone, porterà infatti sul palcoscenico del Teatro Verdi di Gorizia non solo le scuole di danza regionali e della vicina Slovenia ma darà loro l'opportunità di vedere da vicino e respirare le stesse emozioni delle due etoiles del Teatro San Carlo di Napoli. (Biglietti acquistabili al botteghino del Teatro Verdi dal 2 al 6 febbraio, dalle 17 alle 19, e sabato fino alle 20, oppure attraverso il circuito Vivaticket a partire da lunedì 2 alle 17).
I due danzatori saranno poi protagonisti, sabato e domenica, di una masterclass tenuta insieme a Emanuela Tagliavia, docente e coreografa di danza contemporanea presso la Scuola di ballo dell'Accademia delle Arti e Mestieri del Teatro alla Scala di Milano: si tratterà di un imprescindibile momento di approfondimento e perfezionamento tecnico rivolto a tutti gli allievi delle scuole. Interrompendo il flusso di prove e spettacoli, abbiamo rivolto alcune domande a Salvatore Manzo, una carriera iniziata nella sua Napoli, proseguita alla Royal Ballet School di Londra e proseguita fino alla nomina, nel dicembre 2023, a étoile del Teatro di San Carlo di Napoli dalla direttrice del corpo di ballo Clotilde Vayer.
Quando e come ha capito di voler e poter diventare un danzatore?
Molto presto, quasi istintivamente e fin da bambino. Ho iniziato a studiare danza grazie a mia sorella, che già frequentava dei corsi. La consapevolezza di poter trasformare questa passione in una professione è arrivata più tardi, attraverso lo studio costante, i sacrifici e i primi riconoscimenti.
Quando invece ha capito di essere arrivato, se mai un ballerino può dirsi arrivato?
Credo che un ballerino non possa dirsi mai davvero arrivato: ogni ruolo e ogni debutto rappresentano una nuova sfida e un continuo mettersi in discussione.
Come molti suoi colleghi ha ballato sia all'estero sia in Italia: quali sono le differenze maggiori fra le compagnie, il pubblico e il modo in cui viene accolta la danza?
All'estero c'è una grande considerazione della danza come un vero e proprio sistema strutturato. In Italia, pur esistendo una profonda sensibilità artistica, il modo di accogliere e sostenere la danza è differente: molti danzatori lavorano senza contratti stabili e con tempi di prova ridotti all'osso. Questo spinge molti talenti a lasciare il Paese, non per mancanza di amore verso l'Italia, ma per la necessità concreta di poter vivere del proprio lavoro. Personalmente mi considero molto fortunato perché ho la possibilità di vivere della mia professione proprio a Napoli, la mia città d'origine.
Qual è stato a oggi il momento più difficile e quello invece da incorniciare nella sua carriera?
Sicuramente l'inizio della carriera. Il momento più significativo è stato invece senza dubbio la nomina come étoile, un'emozione che ha ripagato anni di sacrifici, una tappa fondamentale del mio percorso artistico.
E invece nella giornata tipo di un ballerino quali sono i momenti più duri e quelli più appaganti?
La parte più dura è la fatica quotidiana del lavoro fisico. La più gratificante è invece il palcoscenico: l'istante in cui si entra in scena e, al termine dello spettacolo, quando senti il pubblico applaudire!
Passando alla lezione che il prossimo weekend, come sarà strutturata? Su cosa punta maggiormente? E come sono cambiati l'insegnamento e la preparazione richiesta a un danzatore rispetto a quando era lei un allievo?
La masterclass sarà strutturata come una lezione completa con lavoro alla sbarra e al centro. Punto molto sulla qualità del movimento, sulla musicalità e la consapevolezza del corpo: cerco sempre di trasmettere l'idea che la tecnica è uno strumento attraverso cui l'espressione può prendere forma. L'insegnamento oggi è maggiormente consapevole e attento all'individualità del danzatore, ma allo stesso tempo si richiede molto di più: oltre a doti fisiche sempre più elevate, è fondamentale essere versatili e capaci di affrontare rapidamente stili diversi.
Lei ha partecipato a numerosi concorsi: qual è la loro importanza nella carriera di un ballerino?
I concorsi rappresentano un'occasione di confronto e visibilità , soprattutto all'inizio del percorso. Non sono determinanti ma possono offrire opportunità importanti: è però il lavoro quotidiano a costruire una carriera solida.
Tornando a domande più personali, chi è la persona a cui deve di più?
La mia famiglia, che mi ha sempre sostenuto, e i maestri che hanno creduto in me e mi hanno guidato nel corso degli anni.
C'è qualcosa che le manca nella sua vita, alla luce dei molti sacrifici che richiede la sua professione?
A volte manca il tempo per una vita più “normale”, spesso si vive in funzione del teatro. Ma è una scelta consapevole.
Un motivo per cui rifarebbe e uno per cui non rifarebbe questa scelta.
La rifarei per l'emozione unica che solo la danza sa dare. Forse non la rifarei per la durezza fisica e mentale che comporta, soprattutto sul lungo periodo.
Il suo sogno adesso?
Continuare a crescere artisticamente e trasmettere la mia esperienza alle nuove generazioni.
Foto Luciano Romano da Giornaledelladanza.com
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