Ronchi, la tomba della famiglia partigiana dei Fontanot restaurata per ricordare chi pagò con la vita i propri ideali

Ronchi, la tomba della famiglia partigiana dei Fontanot restaurata per ricordare chi pagò con la vita i propri ideali

LA CERIMONIA

Ronchi, la tomba della famiglia partigiana dei Fontanot restaurata per ricordare chi pagò con la vita i propri ideali

Di Salvatore Ferrara • Pubblicato il 05 Set 2026
Copertina per Ronchi, la tomba della famiglia partigiana dei Fontanot restaurata per ricordare chi pagò con la vita i propri ideali

Cerimonia al cimitero di via D’Annunzio per la riconsegna della sepoltura di una famiglia simbolo dell’antifascismo: un lavoro promosso dall’Anpi con il sostegno del Comune.

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Preservare la memoria e, con essa, mantenere il decoro dei luoghi. In questi mesi, a Ronchi dei Legionari, l’Anpi – con il sostegno dell’amministrazione comunale – ha provveduto a restaurare al cimitero di via D’Annunzio, la tomba della famiglia Fontanot dove riposano nel sonno eterno Regina, Licio, Giovanni, Maria, Enea, Armido, Vinicio. Con loro c’è anche Emma Crisman. Al campo santo di via D’Annunzio, familiari, amministrazione comunale ed Anpi hanno deposto una corona d’alloro, un mazzo di garofani rossi e una rosa rossa. È stata dunque espressa la gratitudine per la realizzazione di un lavoro certosino, fatto con passione, culminato nella mattinata di oggi, sabato 5 settembre, con una cerimonia alla quale hanno preso parte anche membri della famiglia provenienti da altre regioni d’Italia. Quando parliamo di certe vicende, c’è un dettaglio che spesso ci sfugge. Noi vediamo una pietra tombale, magari consumata dal tempo, e ci sembra soltanto un pezzo di marmo abbandonato nell’erba. Invece no. «Contro il fascismo oltre ogni frontiera. I Fontanot nella guerra»: da quella storia è nato un libro, opera di Nerina Fontanot, Anna Digiannantonio e Marco Puppini. Alla cerimonia hanno partecipato anche loro. Assente per motivi di salute la presidente locale dell’Anpi, Marina Cuzzi.

A nome dell’associazione ha parlato Giuliano Černic che ha evidenziato il valore della «restituzione alla cittadinanza e ai familiari» di una tomba alla quale è stata ridata una veste dignitosa e consona alla figura di questa famiglia di Partigiani. Černic ha ringraziato il lavoro di squadra svolto. In particolare, sono stati ricordati Michele Todon che ha curato il restauro della parte muraria e Luciano Benes il quale ha assicurato il supporto logistico e la manovalanza. L’amministrazione comunale di Ronchi ha patrocinato l’iniziativa e ha collaborato nella ricerca anagrafica. Prezioso anche l’apporto del custode del cimitero che ha agevolato gli accessi per lo svolgimento dei lavori. «Le segnalazioni che abbiamo ricevuto – aggiunge Černic – sono state utili a comprendere il ricordo di queste persone. Il passato non è qualcosa di superato e inutile. La memoria è strumento per comprendere chi siamo e da dove veniamo». La riconsegna odierna è segno di «vivo legame tra comunità e storia». Un aspetto richiamato anche dal sindaco Mauro Benvenuto che ha parlato di «giornata di memoria e profonda gratitudine», un atto «di giustizia» nel ricordo di coloro che «hanno dato la vita per dire no all’orrore del nazifascismo».

Il parroco monsignor Ignazio Sudoso ha impartito la benedizione «nel profondo rispetto per la scelta di chi qui riposa» in un raccoglimento pregno di «memoria feconda». A portare la sua testimonianza anche la nipote di uno dei Fontanot, Licio. Ha “rispolverato” commossa i ricordi dell’album di famiglia. E con lei – lontana da Ronchi da 48 anni - c’erano anche altri nipoti che hanno ricordato gli ideali di libertà e uguaglianza cui ha fatto riferimento anche la storica e vicepresidente dell’Anpi Provinciale, Anna Di Gianantonio. «I Fontanot sono stati l’anima della lotta all’antifascismo, non solo una famiglia operaia ma di intellettuali» spiega la storica. Intellettuali contrari agli interessi nazionalisti che hanno compiuto delle lotte per un lavoro e un mondo diverso. Ricordati anche i rapporti con i combattenti sloveni che diedero la vita perché convinti dei loro ideali.

Lo storico Marco Puppini ha riferito delle ampie ramificazioni di questa famiglia tra Trieste, Muggia, Monfalcone, Ronchi e anche in Francia. Una «dimensione internazionale», esempi di accoglienza degli esuli antifascisti, di rispetto del diverso e punti di riferimento della Resistenza. Oltre ai caduti di questa famiglia, furono 147 i ronchesi che caddero durante la Guerra di Liberazione, ben più alto il numero di coloro che imbracciarono il fucile per scacciare le truppe nazifasciste. Una lotta che coinvolse numerose famiglie. Una lunga storia che, nel maggio 1993, è approdata alla decisione dell’allora governo di insignire il gonfalone della città con la Medaglia d’Argento al Valor Militare.

Foto di EV e di SF

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