«Respirava male»: ascoltato un compagno di stanza al processo per la morte di Enukidze

«Respirava male»: ascoltato un compagno di stanza al processo per la morte di Enukidze

I fatti

«Respirava male»: ascoltato un compagno di stanza al processo per la morte di Enukidze

Di Ivan Bianchi • Pubblicato il 06 Feb 2026
Copertina per «Respirava male»: ascoltato un compagno di stanza al processo per la morte di Enukidze

Dibattimento in tribunale a Gorizia con esame e controesame di un testimone presente con il trentasettenne morto il 18 gennaio 2020. «Ho visto il corpo pieno di macchie».

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Un altro passo nel processo per la morte di Vakhtang Enukidze, il cittadino georgiano di 37 anni, trattenuto nel Centro di permanenza per i rimpatri di Gradisca d’Isonzo che il 18 gennaio 2020 morì all’ospedale di Gorizia. L’uomo, poco prima, era stato trovato privo di conoscenza nella propria stanza del Cpr.

Oggi, 6 febbraio, davanti al giudice Francesco Scifo, il dibattimento è proseguito con l’esame e il controesame di un testimone, Ukeke Best, classe 1997 e originario della Nigeria, attualmente residente a Cambiate in provincia di Como, presente all’interno della stessa stanza con Enukidze e altre quattro persone.

Un dibattimento durato più di un’ora, sia da parte della Pm Giulia Villani che dal rappresentante del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, l’avvocato Riccardo Cattarini, che dai difensori degli imputati, gli avvocati Giorgio Gargiulo e Mattia Basso. Rivolgendosi ai presenti un po’ in italiano e in gran parte in inglese, con la traduzione dell’interprete Helena Bia di Gorizia, Best ha ripercorso alcuni tratti di quella che è stata l’ultima notte di Enukidze all’interno della struttura ospitata all’interno dell’ex caserma Polonio di Gradisca d’Isonzo.

Best ha ricordato come Enukidze «respirava male con suoni» come un rantolo. «Non ho premuto io direttamente il pulsante del citofono che usavamo per chiedere assistenza o cibo – ha proseguito – ma un ragazzo di cui non ricordo il nome». Il testimone ha anche ricordato di aver cambiato letto per poter riposare in quanto Enukidze stesso, producendo rumore, non lo faceva riposare.

«Quando sono arrivato – così ancora le parole del testimone, incalzato dalla difesa – ho visto il corpo del ragazzo pieno di macchie e quando gli ho chiesto cosa fosse successo mi ha risposto che la polizia l’aveva picchiato». Le domande sono poi proseguite sui momenti successivi alla richiesta di aiuto dopo che i compagni di stanza avevano visto il georgiano «con schiuma alla bocca». Da lì la richiesta di soccorso, l’arrivo dell’ambulanza e la partenza verso l’ospedale di Gorizia, senza più fare ritorno.

Ora l’aggiornamento è per il 13 febbraio alle 8 del mattino con il prosieguo del dibattimento che va avanti tra l’escussione dei testimoni e il confronto sulle prove documentali e tecniche, mentre sullo sfondo resta il tema della prescrizione, fissata nel luglio 2027 salvo sospensioni. Con la difficoltà oggettiva, per il Tribunale, di rintracciare ulteriori testimoni della vicenda, ormai quasi tutti non solo all’estero ma fuori Unione Europea.

Va ricordato che l’autopsia aveva stabilito come causa del decesso un edema polmonare e cerebrale riconducibile all’assunzione di sostanze, escludendo un nesso diretto tra la morte e traumi letali, ma rilevando comunque la presenza di lesioni superficiali. Fin dalle prime ore successive al decesso la vicenda aveva suscitato forti interrogativi: alcune testimonianze e dichiarazioni pubbliche parlarono di un intervento violento da parte degli operatori del centro per sedare una rissa, con Enukidze immobilizzato e colpito. La Procura della Repubblica di Gorizia, con la pm Giulia Villani, aprì un’indagine per chiarire le circostanze della morte, disponendo accertamenti medico-legali e acquisendo documentazione sanitaria e amministrativa del Cpr.

L’istruttoria mise in luce criticità nella gestione dell’emergenza sanitaria, nei tempi di intervento e nella catena delle comunicazioni interne. Ulteriori elementi di complessità emersero sul fronte della videosorveglianza, con immagini interne risultate di difficile consultazione per problemi tecnici legati ai supporti informatici. Sul piano giudiziario, al termine delle indagini, la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per omicidio colposo nei confronti di Simone Borile, all’epoca direttore della cooperativa che gestiva il Cpr, e di Roberto Maria La Rosa, operatore in servizio al centralino nella notte del decesso. I due imputati, invece, sono difesi, rispettivamente, dagli avvocati Giorgio Gargiulo e Mattia Basso, entrambi del foro di Padova.

Nel processo, in corso davanti al Tribunale di Gorizia, gli imputati sono assistiti dai rispettivi difensori di fiducia, che hanno sollevato diverse eccezioni procedurali, in particolare sull’utilizzabilità dei filmati e sulla ricostruzione del nesso causale tra le condotte contestate e la morte di Enukidze. La famiglia della vittima si è costituita parte civile, rappresentata dall’avvocato Pietro Romeo, insieme al Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, la cui ammissione è stata oggetto di discussione in aula. 

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