IL REPORTAGE
Reportage da Napoli – Alla scoperta della ‘Pizzeria Gorizia 1916’, il ponte inatteso tra il Vomero e l’Isonzo
Fondato da Salvatore Grasso, soldato napoletano della Brigata Piave reduce dalla Prima guerra mondiale, lo storico ristorante custodisce da quasi 110 anni il ricordo della presa di Gorizia dell’8 agosto 1916 e il legame tra due città lontane.
Colasanto Giuseppe, vice questore della Polizia di Stato e, successivamente, funzionario di una Agenzia dell’Unione europea. Ha operato a lungo all’estero, in aree sensibili e di frontiera, quali i Balcani, la Libia e il Medio Oriente. Per passione scrive articoli e libri.
Napoli da sempre porta del Mediterraneo, dove si respirano multiculturalità e contaminazioni, stratificatesi nei secoli, sin da quando ai marinai della prima nave fenicia apparve il suo meraviglioso Golfo. Un palcoscenico di contrasti, miscelazioni di genti e idee, musiche, colori e sapori che qui arrivavano da altre sponde e da rotte lontane. Sotto un cielo perennemente azzurro, cammino tra le strade del quartiere del Vomero, nei pressi di piazza Vanvitelli, tra vociare e profumi mediterranei, d’improvviso davanti mi appare una insegna straniante, addirittura esotica “Pizzeria Gorizia 1916”. Ma che cosa c’entra qui Gorizia? Quali storie e geografie avranno creato questo lunghissimo ponte che lega la città Mitteleuropea sulle sponde dell’Isonzo, alla capitale del Regno delle Due Sicilie? L’episodio che unisce due città così profondamente diverse è l’ingresso a Gorizia nel corso della Prima Guerra Mondiale delle truppe italiane. Era l’8 agosto del 1916, al termine della sesta battaglia dell’Isonzo, che vide l’esercito austro-ungarico abbandonare Gorizia, ripiegando all’indietro dalla linea del fronte di diversi chilometri. Fu la prima significativa conquista italiana della Grande Guerra. Tra quei militari della Brigata Piave vi era anche Salvatore Grasso, napoletano, che probabilmente, come molti allora, non sapeva neppure dove esattamente fosse Gorizia. Promise ai suoi commilitoni che, se sopravvissuto agli assalti e in omaggio al loro coraggio e sacrificio, una volta rientrato a Napoli, avrebbe intitolato il suo locale proprio alla presa della città isontina.
Salvatore, già pizzaiolo presso il ristorante Mattozzi, mantiene la parola data e, una volta congedato, riesce a mettersi in proprio con la moglie Anna, rilevando un antico locale dal duca Pironti, proprietario di un palazzo al Vomero, ai tempi quartiere non centrale ed elegante come appare oggi, ma un borgo in collina, tanto che i suoi abitanti quando dovevano recarsi in centro a Napoli, dicevano: «Vado in città».
Me lo racconta il maestro pizzaiolo Antonio Grasso, titolare della pizzeria Gorizia, alla quarta generazione. Quest’anno, quindi, la pizzeria “Gorizia 1916”, fondata dall’ex soldato Salvatore Grasso, compirà 110 anni. Oggi al Vomero sono ben due le pizzerie “Gorizia”, tanto è stato il successo di questa iniziativa imprenditoriale. La seconda aperta dal figlio di Salvatore il “goriziano”, di ritorno da un campo di prigionia in Germania, a seguito degli accadimenti bellici di Cefalonia, al termine del secondo conflitto mondiale.
Con gli occhi un po' lucidi, il signor Antonio, mi dice di quando il nonno Salvatore inizia la sua attività, l’insegna storica “Gorizia 1916” fu la prima trattoria al Vomero, luogo famigliare di cucina partenopea, vino e ricette classiche. Con il tempo il quartiere si espande e si abbellisce, al “Gorizia” si afferma la pizza e diventa un ristorante, ritrovo abituale per alta borghesia, così come per operai, professionisti, artisti e adesso turisti.
All’interno del locale una piccola chicca, appesa una foto in bianco e nero datata 1925, un fotogramma estratto da un film con in primo piano Leda Gys, famosa attrice del cinema muto, con alle sue spalle il locale intitolato Nuova Pizzeria Gorizia e nella vetrina sottostante “Colezioni alla forchetta”. Appoggiato alla porta di ingresso del locale, si nota un uomo con una giacca bianca da lavoro, quell’uomo è Salvatore Grasso, il nonno del signor Antonio, che mi spiega:«Il vetraio sbagliò nel riportare la scritta sulla vetrina, ma quel alla forchetta dà l’idea corretta di cosa avvenisse nel locale e del suo spirito, la gente entrava con il pane, lo apriva a metà e chiedeva a mio nonno Salvatore di inserirvi appunto una “forchettata” di friarielli, melanzane, carciofi, o qualsiasi altra cosa che la cucina avesse preparato quel giorno»
“Gorizia 1916” festeggia così i suoi 110 anni, che hanno significato guerre, difficoltà e rinascite, impegno e tradizione, che gravitano da sempre intorno a un forno a legna, a un impasto antico, identità e una accoglienza famigliare. Due insegne storiche che uniscono idealmente due città così apparentemente distanti, Gorizia e Napoli, ma che una volta di più, ci fanno conoscere le infinite diversità e le molteplici fusioni e comparazioni, a volte inaspettate, che la nostra Italia ci fa scoprire.
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