Quando la tendopoli si trasforma in un accampamento: Floramo racconta la sua ‘Estate indiana del '76’

Quando la tendopoli si trasforma in un accampamento: Floramo racconta la sua ‘Estate indiana del '76’

NELLA TENDA ERODOTO

Quando la tendopoli si trasforma in un accampamento: Floramo racconta la sua ‘Estate indiana del '76’

Di Eliana Mogorovich • Pubblicato il 30 Mag 2026
Copertina per Quando la tendopoli si trasforma in un accampamento: Floramo racconta la sua ‘Estate indiana del '76’

Nell'ultimo libro dello scrittore e docente, i dolorosi ricordi del sisma si tingono di speranza grazie alla fantasia del nonno. Il suo invito, «Se saremo accoglienti e avremo la capacità di reinventarci, potremo far scappare l’orco qualsiasi sia il suo nome».

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È un’altalena di emozioni “L’estate indiana del ‘76”. Nel nuovo romanzo di Angelo Floramo, terzo tempo di un’ideale trilogia dedicata alla sua famiglia, le lacrime versate sulle macerie dei condomini sbriciolati dal terremoto si alternano ai sorrisi suscitati da una storia che ricorda “La vita è bella” nel suo delicato tentativo degli adulti di proteggere i più piccoli da una situazione di paura. E se Guido trasforma l’esperienza del lager in un gioco a premi, nonno Fiorello decide di vestire i panni di Aquila Bianca per diventare il capo della piccola e scapestrata tribù che popola la tendopoli innalzata sulle rovine di San Daniele.

Ultimo degli appuntamenti della seconda giornata di èStoria a essere ospitato nella Tenda Erodoto, la presentazione guidata da Vincenzo Compagnone ha seguito il flusso di emozioni che si respirano nel libro passando dallo scoramento per quanto è stato e per il deserto di socialità che l’autore respira nel mondo di oggi, alle risate per i ricordi d’infanzia dipinti con vivacità e ricreati di fronte agli occhi del pubblico come vi stesse assistendo in diretta.

Si immagina così la sera del 6 maggio, con la scossa di avvertimento che suggerisce a molti di riversarsi per le strade dove, purtroppo, rimarranno travolti dalle macerie causate dalle scosse seguenti mentre Floramo, dieci anni ancora da compiere, dalla cameretta inizia a chiamare la mamma, in casa con lui insieme alla sorellina più piccola. Il padre, medico all’ospedale di Udine, dopo poco si trova a gestire l’emergenza di centinaia di corpi senza vita e persone ferite fra cui spera di non trovare la figlia maggiore, rendendosi conto nello stesso momento che quel suo auspicio di non vederla lo rende comunque il padre di tante vittime ancora senza nome.

E poi il racconto dello scrittore ricostruisce l’iniziale smarrimento degli sfollati, con gli adulti che cercano di darsi da fare e tentano di non lasciarsi vedere in lacrime perché «un adulto non può piangere» anche se ha perso casa, moglie e figlia, mentre i bambini aspettano di capire cosa stia succedendo e come trascorreranno i prossimi mesi. Ci pensa nonno Fiorello, terza elementare e una cultura formatasi sui libri trovati nelle case dei "ricchi" del paese, capace di declamare la Divina Commedia aggiungendoci brani in friulano per colmare le pagine mancanti usate dei precedenti proprietari per usi meno nobili e più fisiologici nell’intimo delle loro ville.

Assunto il nome di Aquila Bianca, il nonno esorta i piccoli indiani e squaw a darsi un nome per affrontare le scorribande fuori dal limite della tendopoli e non temere l’ululato dei cani in allerta per le scosse di assestamento, trasformati anche loro in lupi del Klondike che si muovono sulle piste dei bisonti che in realtà si muovono sottoterra facendola tremare ancora, rumorosamente. Questo «nonno sciamanico che sapeva aprire varchi di sogno e ci ha salvati dall’orrore» è stato la dimostrazione che «esiste un Dio dei bambini, che li salva dal mondo».

Quella che per molti è stata l’estate peggiore della vita, fatta di ricostruzione e pianti, si è trasformata per questo manipolo di bambini l’estate migliore di sempre. Ma il mondo viene comunque cambiato dal terremoto e, come ha detto David Maria Turoldo, l’unica salma a non essere stata estratta dalle macerie è quella della dignità del mondo contadino. «Siamo sicuri che il Friuli ringrazia e non dimentica?» si chiede Floramo vedendo oggi, al posto delle tende e dei prefabbricati, lussuose villette cinte da alte siepi che ci riparano dai vicini.

«Se non sappiamo nulla né ci interessiamo di chi vive accanto a noi, come possiamo pensare ai migranti che attraversano la rotta balcanica? Dopo il terremoto il Pakistan di ha donato 1200 tende e adesso, a Monfalcone, impediamo ai pachistani di pregare. E solo adesso, cinquant’anni dopo, il sindaco di Gemona ringrazierà la Bosnia per le crivaia (le casette prefabbricate arrivate dopo la scossa del 15 settembre, ndr) dopo la diffidenza al tempo dimostrata agi operai che le sistemavano, sospettati su suggerimento del parroco, di essere spie di Tito?».

Nonostante le incredibili avventure vissute con Piedi Scalzi, Vento di Tuono e la bellissima Denti d’argento, anche Volpe che corre nell’erba conta delle perdite: prima fra tutte, la vivacità e l’indipendenza del nonno che, per la paura di perdere sotto l’ennesima scossa la sua amata moglie, torna bambino e a poco a poco si spegne. Non prima, però, di aver lasciato ai bambini del campo l’insegnamento che non ci si può fermare davanti alle pagine mancanti di un libro e una vita: in entrambi i casi, in fondo, è sempre questione di improvvisazione.

Un'improvvisazione che deve però essere guidata dal cuore. Dice il professor Floramo, docente di Lettere dell’Its Magrini Marchetti di Gemona: «La fortuna delle nostre scuole oggi è che sono il riassunto del mondo: se saremo accoglienti e avremo la capacità di reinventarci, potremo far scappare l’orco qualsiasi sia il suo nome e la sua forma».

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