Il primo e ultimo giorno dell'Arcidiocesi, il potere di Gorizia nell'Impero

S di Soppressione dell’Arcidiocesi di Gorizia

Il primo e ultimo giorno dell'Arcidiocesi, il potere di Gorizia nell'Impero

Di Vanni Feresin • Pubblicato il 20 Mar 2022
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Nel 1788, Giuseppe II soppresse l'Arcidiocesi metropolita. I confini fino a Maribor.

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8 marzo 1788. L’Arcidiocesi metropolita di Gorizia venne soppressa per volontà dell’Imperatore Giuseppe II, dopo quattro anni di sede vacante. L’arcivescovo conte Rodolfo Giuseppe d’Edling dovette lasciare la città e andare in esilio prima a Roma e poi a Lodi, dove morì nel 1803. Il Settecento goriziano è segnato da una fondamentale questione e cioè l’erezione dell’Arcidiocesi sotto l’impulso di tre grandi sovrani della Casa d’Austria: Giuseppe I, Carlo VI e Maria Teresa.

Già dopo l’estinzione della dinastia comitale goriziana nell’aprile del 1500 e trovatesi a contatto immediato le due massime potenze Venezia e l’Impero, apparve sempre più precaria e insostenibile la sorte del patriarcato di Aquileia diviso fra veneti e imperiali ma costantemente in mano al patriziato veneto, anche se Aquileia già nel 1509 era inclusa nella Contea di Gorizia. Papa Benedetto XIV (al secolo Prospero Lambertini) avrebbe preferito l’istituzione di un Vicariato apostolico (Breve del 29 novembre 1749) ma, viste le pressioni imperiali e il lascito del barone Agostino Codelli (1683-1749) di centomila fiorini per il nuovo arcivescovo e i suoi successori, la situazione cambiò.

Si decise per elevare alla dignità episcopale il vicario apostolico Carlo Michele d’Attems, già canonico e tesoriere della Basilica di Aquileia, il quale venne prima insignito del titolo di vescovo titolare di Menito e Pergamo (il 17 giugno del 1750) e successivamente sarà nominato primo arcivescovo di Gorizia. L’Imperatrice Maria Teresa fu l’artefice dell’erezione della nuova arcidiocesi e si occupò di dotare il nuovo presule di stemma, titoli e corredo necessario per le sacre funzioni e i pontificali. La sovrana concesse alla Chiesa metropolitana, all’arcivescovado di Gorizia, all’arcivescovo e ai suoi successori il diritto di portare lo stemma così minutamente descritto: uno scudo eretto, perpendicolarmente bipartito, con nell’aurea testata un’aquila nera coronata con la lingua rossa sporgente, recante sul petto lo stemma dell’Arciducato austriaco rosso con una fascia bianca o argentea, colle ali distese, sulle quali spicchino le iniziali del suo Augusto Nome, cioè M. e T.

Nel campo nero a destra la Croce argentea patriarcale, nell’area cerulea superiore del campo sinistro diviso obliquamente in due parti il Leone dorato rampante colla coda contorta, le fauci spalancate e la lingua rossa sporgente, e nella parte inferiore argentea due fasce purpuree diagonali, le quali esprimono il simbolo della nuova Arcidiocesi di Gorizia composta colla reliquia del Patriarcato Aquileiese. Allo scudo sia sovrapposta la croce argentea arcivescovile, con d’ambedue le parti pendenti i cordoni terminanti in quattro fiocchi fimbrati.

A questo primitivo stemma furono fatte in seguito aggiunte e variazioni: la croce semplice fu sostituita con la croce doppia propria dei metropoliti e agli angoli superiori dello scudo furono aggiunti la mitria e il pastorale, simboli del carattere vescovile, in posizione diagonale. L’Imperatore Giuseppe II con diploma del 2 maggio 1766 conferì al primo arcivescovo di Gorizia e a tutti i suoi successori il titolo e le prerogative di Principi del Sacro Romano Impero e in più concesse ai medesimi di unire allo stemma le insegne della propria famiglia e adornarla del pallio e della mitria (cioè del manto e della corona).

Scrive Enrico Marcon nella sua opera “La Genesi dell’Archidiocesi di Gorizia nel bicentenario della fondazione 1752-1952” a pag. 53: Il titolo di Principe Arcivescovo fu dato all’Attems da Maria Teresa, in correggenza coll’imp. Giuseppe II, nel 1766, e riconfermato nel 1832, dopo la ristorazione dell’arcidiocesi, nel nuovo Impero d’Austria. Lo stemma dell’arcidiocesi contiene, sotto il padiglione coronato principesco, nello scudo, l’aquila d’Aquileia sormontante la croce triplice patriarcale da una parte e, dall’altra, le bande biancorosse del patriarcato con il leone rampante, divenuto un tempo l’arma della Contea principesca: una vera sintesi storico – ecclesiastica; così il decreto imper. del titolo di principe esprime ciò per la derivazione, anzi continuazione dei patriarchi d’Aquileia, nel S.R.I., quindi nel diritto delle genti e inalienabile, in quanto conferito dall’Imperatore romano – germanico […].

La nuova Arcidiocesi, nata il 18 aprile 1752, si estendeva da Lienz in Carinzia a Maribor e Ptuj nell’attuale Slovenia, ai confini con l’Ungheria e della Croazia, dal fiume Drava a nord fino all’Adriatico a sud. L’Arcidiocesi aveva come suffraganee le diocesi di Trieste, Pedena, Trento e Como in Lombardia. Non era un compito semplice quello del nuovo presule designato a organizzare la diocesi. Si trattava di un territorio vastissimo con una popolazione di almeno seicentomila abitanti appartenenti a più ceppi etnico-linguistici: tedesco, friulano e soprattutto sloveno, con sensibilità diverse, storie molto dissimili e anche differenti esperienze culturali, sociali e religiose.

Nel 1754 Carlo Michele descriveva nella relazione per la Visita ad limina apostolorum come buono e tenace nella fede il popolo forogiuliense, docile e amante della pace ma in alcuni luoghi montani dedito a pratiche superstiziose. Nella Carniola la popolazione era disciplinata e retta nella fede, con una inclinazione ad usanze vane e facili costumi, nonché c’era una certa pigrizia e negligenza nelle opere. La popolazione della Drava era sospettata di eterodossia e appariva segnata nell’errore, violenta nel suo modo di fare e non era provvista di clero preparato.

Nella valle del Gillio si professava la vera fede anche se non mancava gente superstiziosa e spudorata e vi imperava l’ignoranza e la brutalità. Nella Stiria invece la popolazione era pacata, docile, costante nella fede; il Tirolo era lodato per la sua fedeltà alla fede e ai retti costumi. La diocesi contava 248 chiese parrocchiali, 152 vicariati curati, 2413 chiese senza cura d’anime, 43 oratori pubblici, 19 oratori privati, molti ordini religiosi maschili e femminili. Il clero era mal distribuito: se a Gorizia si aveva un sacerdote ogni 26 abitanti in Carinzia si giungeva a uno ogni mille. I sacerdoti nel loro insieme si presentavano ignoranti, non preparati, oziosi e poco impegnati nella cura delle anime.

Gli interventi pastorali di Attems perseguiranno le finalità di chiarire e maturare i contenuti della fede e la pratica della vita cristiana, in primo luogo attraverso la catechesi parrocchiale che fino allora si teneva regolarmente solo nella parte friulana della diocesi. Anche per questa ragione erige ovunque la Confraternita della Dottrina Cristiana, dimostrando grande apertura alla collaborazione pastorale dei laici nella catechesi. Non era meno attento agli aspetti sociali della vita religiosa, combattendo l’ozio e la molteplicità delle feste, promuovendo specifici interventi caritativi ed assistenziali: egli stesso praticava un’intensa opera di carità tanto da essere indicato tra il popolo come il padre dei poveri.

Per il rinnovo religioso e la formazione di un clero zelante fondò nel 1757 il seminario diocesano, detto Domus Presbiteralis, nel quale si privilegiava la lingua slovena e tedesca, e i chierici potevano contare su sussidi particolari. Carlo Michele d’Attems eresse un centinaio di stazioni curate nelle località troppo distanti dalla matrice parrocchiale, valorizzando la lingua locale sia nella predicazione sia nella catechesi: egli stesso utilizzava con estrema disinvoltura l’italiano, lo sloveno, il tedesco e il friulano.

Attems portava con sé la formazione ricevuta a Graz, Modena e Roma, nonché l’esperienza di Canonico di Basilea, nella quale prevaleva una visione di chiesa unitaria, prettamente tridentina e controriformistica. La chiesa non era un coetus fidelium ma una societas, un corpus unico diffuso nel mondo, ma unito e guidato dal Papa, il Vicario visibile di Cristo. Alla centralità del Papa nella chiesa universale, corrispondeva la centralità del vescovo nella chiesa locale: il vescovo era pastore e guida della comunità diocesana, responsabile della vita spirituale del gregge a lui affidato così come dell’attività giuridico-istituzionale della sua diocesi.

Il successore di Carlo Michele d’Attems, Rodolfo Giuseppe conte d’Edling (1723 – 1803), si trovò investito dalla sconvolgente bufera riformista di Giuseppe II; resistette invano per dieci anni (1774 – 1784) alla politica imperiale e cadde in disgrazia morendo esule a Lodi. La visione politico – ecclesiastico – riformista dell’imperatore fu tesa a formare una chiesa nazionale che si allontanasse il più possibile da Roma e fosse un utile strumento di controllo sociale. La diocesi fu soppressa a favore della nuova piccola diocesi di Gradisca (1788 – 1791); perse tutti i conventi giudicati privi di utilità sociale e il seminario venne soppresso in favore di quello di Graz.

Chiusero diversi ordini religiosi cittadini come le Clarisse di Gorizia, le benedettine di Aquileia, le poverelle di Farra nel 1782, i Cappuccini di Gorizia, Gradisca e Cormons nel 1785, i domenicani di Farra e di Cormons, i frati minori di Gorizia nel 1785, i carmelitani di Gorizia nel 1785, i francescani di Salcano, i Fatebenefratelli di Gorizia, i francescani del Monte Santo (con la vendita del santuario e del convento nel 1783 – 1786) nonché furono smantellante un numero considerevole di chiese campestri e strutture ecclesiastiche.

Dopo la morte di Giuseppe II, l’imperatore Leopoldo II ripristinò il vescovado goriziano ma solamente in parte, annullando l’opera del suo predecessore: la diocesi assunse una nuova denominazione (Diocesi di Gorizia ossia Gradisca) e soltanto nel 1830 riacquistò la metropolìa su Trieste, Trento e Como e la dignità arcivescovile.

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