La novitÃ
Preval, trent'anni di rinascita dello storico Santuario festeggiati a suon di campane
La prima rassegna internazionale richiama campanari da Italia e Slovenia. Ricordato l'intervento di Giovanni Paolo II e il lavoro per la ricostruzione.
Hanno suonato mattina e pomeriggio, alternandosi tra suonatori italiani, sloveni, friulani, bisiachi. Hanno suonato a festa grazie al castello mobile di campane posizionato proprio vicino al santuario della Regina dei Popoli al Preval di Mossa. La prima ‘Rassegna internazional dai Scampanotadà´rs', organizzata dall'Associazione Grup Cultural Furlan – Scampanotadà´rs di Mossa per ricordare i 30 anni dalla ricostruzione del santuario. Soddisfatto il presidente, Paolo Medeot, che ha coinvolto con il gruppo di campanari mossese varie associazioni e realtà economiche locali: primi fra tutti i donatori di sangue della sezione di Mossa della Fidas Isontina ma anche l'amministrazione comunale e l'Unità Pastorale che riunisce Mossa, Lucinico e Madonnina.
Alle 11 la celebrazione eucaristica, presieduta da don Maurizio Qualizza e concelebrata dal parroco, don Moris Tonso, ha preso parte anche il sindaco, Emanuela Russian, che ha ricordato il valore storico e simbolico del santuario: «In un tempo in cui i confini erano reali e pesanti, questo luogo fu un esempio ante litteram di abbattimento delle barriere. La fede popolare, la devozione e la cultura hanno reso possibile qualcosa che oggi diamo per scontato, ma che all'epoca fu straordinario». Ha poi sottolineato come questo spirito abbia guidato anche l'odierna candidatura a Capitale Europea della Cultura: «L'abbiamo raggiunta lavorando nel silenzio, affrontando difficoltà , anche contro certa politica. Il nostro santuario è stato antesignano».
La giornata si è arricchita ulteriormente grazie alla presenza degli scampanotadà´rs, protagonisti della rassegna internazionale organizzata per l'occasione. «Sono lavoratori anche loro – ha commentato don Qualizza – che con le campane danno voce alla storia e alla fede». La sindaca ha rivolto un ringraziamento speciale al gruppo di campanari di Mossa e ai tanti giovani presenti: «A loro va il nostro grazie, perché fanno una scelta coraggiosa e controcorrente, mantenendo vive le tradizioni e costruendo ponti culturali».
Il santuario del Preval, immerso nel verde, si conferma ancora una volta non solo luogo di culto, ma spazio di comunione e memoria viva. Memoria che cade, come ricordato dallo stesso don Moris, il 14 maggio ma anticipata, grazie alla presenza dei campanari, proprio al 1 Maggio. Un «dono generoso e inusuale», come l'ha definito don Qualizza, capace di ispirare fede e unità ben oltre i confini geografici. Un santuario che è rinato trent'anni fa e che è stato ricordato assieme all'incoronazione della Madonna: «Se la consacrazione fu compiuta dall'arcivescovo Bommarco, l'incoronazione della Vergine avvenne a nome e con l'autorità apostolica di San Giovanni Paolo II. Un gesto ricordato nella bolla papale, ma spesso dimenticato, forse perché manca la memoria storica o la conoscenza dei “retroscena” vissuti anche in Vaticano, accanto a don Stanislao Dziwisz, segretario personale del Papa». Un legame profondo, quello tra il Preval e la Santa Sede, che ha trovato eco in una recente corrispondenza con il presidente Sergio Mattarella, come ha ricordato lo stesso sacerdote: «Gli ho scritto raccontando queste relazioni e gesti nati dal basso. Mi ha risposto con parole di stima e conferma».
Nel giorno di San Giuseppe Lavoratore, don Qualizza ha inoltre tenuto un'omelia intensa, intrecciando la figura del santo con il significato più ampio del lavoro nella società odierna. «San Giuseppe è stato l'uomo che, con grandezza d'animo, ha permesso a Maria di diventare Madre del Figlio di Dio», ha detto. Parole che hanno guidato una riflessione critica sull'attuale situazione del lavoro: «Oggi si lavora sempre, la domenica non è più giorno di festa. Si è persa la capacità di fermarsi, di contemplare, di vivere pienamente il tempo. Diceva don Tonino Bello: “Il sacrilegio più grave della nostra civiltà è la distruzione del tempo, e col tempo dell'amore, della fantasia, della bellezza, dell'arte”». Richiamando l'enciclica Laborem exercens, il sacerdote ha concluso come «il sudore e la fatica del lavoro offrano a ogni uomo la possibilità di partecipare nell'amore all'opera di Cristo». Â
Foto di Ivan Bianchi, Emanuele Franco, Enrico Valentinis.
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