Preti sloveni sotto controllo della CIA a Gorizia, la storia degli anni Cinquanta

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Preti sloveni sotto controllo della CIA a Gorizia, la storia degli anni Cinquanta

Di Timothy Dissegna • Pubblicato il 02 Giu 2021
Copertina per Preti sloveni sotto controllo della CIA a Gorizia, la storia degli anni Cinquanta

Negli archivi dell'intelligence americana, la scoperta del controllo sulle attività del clero sloveno in Italia e oltreconfine

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Una rete di spie che teneva sotto controllo il clero di Nova Gorica, insieme ai preti sloveni rimasti a Gorizia. È quanto emerge dai documenti desecretati dalla CIA e analizzati dal ricercatore e blogger Marco Barone, che è andato a spulciare nei numerosi file risalenti ai primi anni della Guerra Fredda e tutt’ora consultabili sull’archivio online dell’agenzia. Si è così imbattuto in un file degli anni Cinquanta, che riguarda proprio la cittadina di confine nata dopo il Trattato di Pace del 1947 per volere di Tito e che “prova come gli americani - spiega Barone - monitorassero anche l'attività dei preti nel confine orientale, come nel caso di monsignor Miha Toros”.

Questo non era una persona qualunque, bensì il monsignore messo a capo dell'arcidiocesi dell'area goriziana in Jugoslavia. Nel documento “si racconta brevemente della sua attività nella diocesi di Nova Gorica e Parenzo, il cui posto in Istria venne preso da un monsignor croato di 38 anni, Nezic. Si relaziona della telefonata che Miha Toros ebbe all'incirca i primi del settembre del 1950 con il ministro dell'Interno della Slovenia, Boris Kraigher”. Quest’ultimo fu presidente del Consiglio esecutivo della vicina repubblica socialista dal 15 dicembre 1953 al 25 giugno 1962 nonché noto membro della Lega nazionale dei comunisti. Nel colloquio, si parlò dei rapporti Stato-Chiesa.

C'è poi il riferimento anche alla stampa italiana, con “un articolo del Messaggero Veneto con il quale si attaccavano sacerdoti sloveni e nazionalisti sloveni che si erano rifugiati a Gorizia, perché anti-comunisti ma costituivano in realtà una quinta colonna in Italia con lo scopo di attaccare le politiche del governo. Si sottolineava che le autorità italiane non erano responsabili delle accuse che potevano essere sollevate dalla stampa nell'ambito di quella che veniva definita come propaganda anti-slovena. Nella loro informativa, però, gli americani annotavano che le autorità italiane nell'area di Gorizia ed Udine in realtà ostacolavano l'attività dei preti sloveni”.

A conferma di ciò, si citava “il caso del prefetto di Gorizia quando questo si oppose alla nomina di don Pavlin come parroco a Sant'Andrea. Si dedica, infine, breve spazio agli investimenti della Slovenia a favore della Chiesa, rimarcandosi quanto per il Paese fosse rilevante l'attività di Miha Toros e quanto importante fosse che i preti sloveni rimanessero in Italia per la difesa dei diritti della minoranza, concludendosi che in Jugoslavia venne offerta la possibilità ai preti sloveni oppositori di Tito il privilegio di ritornare” in patria. La condizione era che rinunciassero pubblicamente ad attaccare il regime e, inoltre, si attivassero per collaborare attivamente con il governo.

“Insomma - sottolinea lo studioso -, neanche i preti nel goriziano sono sfuggiti alla rete di spionaggio americano. Tutto ciò non deve stupire, ricordiamo che nel confine orientale hanno operato organizzazioni clandestine e segrete come la Organizzazione O, così come la struttura Gladio, rientrante nella rete Stay Behind operativa fino agli anni Novanta e che venne promossa dagli americani” avendo luogo in quasi tutti gli Stati dell'Europa occidentale. "O altre organizzazione analoghe attive nello spionaggio anti-comunista. Interessante è osservare come la Jugoslavia di Tito, quando ruppe i rapporti con Stalin, fu in realtà forse a livello geopolitico il miglior alleato dell’Italia”.

Per questo, l’ex federazione sarebbe stata “uno Stato cuscinetto contro l'eventuale e fantomatica invasione sovietica, eppure, nonostante ciò, l'attività di spionaggio verso i comunisti o nazionalisti sloveni e la Chiesa locale era sempre attiva. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Siamo negli anni in cui la questione dei confini nel goriziano era stata già definita, in modo anche bizzarro, con la linea francese di cui al Trattato di Pace del 1947. Non era sicuramente calda come nel triestino, dove si dovrà attendere il memorandum di Londra e il Trattato di Osimo per porre fine alla disputa territoriale, eppure l'attività di spionaggio era tutt'altro che dormiente”.

Nella foto: il valico di Casa rossa nel 1950 (dall'Archivio della Fondazione Cassa di risparmio di Gorizia/Collezione Mischo)

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