LA PREMIAZIONE
Il Premio Casanova chiude il Piccolo Opera Festival: a Fausto Biloslavo il riconoscimento 2026
La consegna accompagnata dal concerto conclusivo al Castello di Spessa. Secondo il reporter «in un momento di caos come quello attuale preferirei comunque il mio scassato mondo libero».
Si è tenuta ieri sera, nella suggestiva cornice del Castello di Spessa a Capriva del Friuli, la cerimonia di consegna del Premio Casanova, riconoscimento assegnato dal 2003 a persone del mondo della cultura, giornalismo, arte e spettacolo che si siano distinte per la capacità di diffondere valori di tolleranza e libertà. E la libertà è stata anche il tema cui il Piccolo Opera Festival ha dedicato il proprio programma di quest’anno, rendendo quindi ancor più indissolubile il legame ormai storico che unisce la cerimonia e il concerto conclusivo della kermesse.
Nel salone degli Specchi del maniero isontino, il presidente del Piccolo Opera Gabriele Ribis ha introdotto la serata conclusiva di un percorso iniziato nella medesima location lo scorso 18 giugno con “Aida libera” e completato ieri sera dalla proposta di sette arie dedicate a protagoniste dell’opera che hanno innalzato la libertà a motore delle proprie azioni.
Accompagnate al pianoforte dalla maestra Anna Brandolini, si sono alternate sul palco le allieve dell’Accademia GO! Borderless Opera Lab, il laboratorio di teatro musicale nato nel 2024 nell’ambito delle iniziative riguardanti la Capitale Europea della Cultura e guidato dai professionisti del Piccolo Opera Festival fra cui il maestro Roberto Scandiuzzi presente alla serata per ascoltare le sue studentesse.
Il programma ha permesso di riascoltare arie da “La Bohéme”, “Carmen”, “L’italiana in Algeri”, “Les contes d’Hoffmann”, “Così fan tutte” e “La Cenerentola” interpretate dalle allieve dell’Accademia Mariia Kozlova (soprano russa), Sofia Dzhavadian (soprano proveniente dall’Armenia), Sarvenaz Forghani (mezzosoprano originaria dell’Iran), Javiera Paz Barrios (mezzosoprano proveniente dal Cile) e dalla soprano giapponese Rei Itoh, studentessa del master nel 2025.
Il prosieguo della serata è stato dedicato al premio Casanova, presentato dai giornalisti Gian Paolo Polesini e Stefano Cosma che hanno subito lasciato spazio al vicegovernatore della Regione Mario Anzil per i saluti istituzionali che si sono articolati nel tentativo di rispondere a una delle domande più diffuse fra gli uomini. «Non so se siamo liberi, sicuramente stasera siamo stati felici grazie alla famiglia Pali che ci ospita qui» ha esordito Anzil.
«La libertà è una conquista che va costantemente riconosciuta e resa viva: la cultura e l'arte sono da sempre il terreno più fertile di espressione di questo valore. Quella che abbiamo vissuto stasera è un’esperienza di cultura di frontiera e la forza della nostra regione è proprio la stratificazione di culture diverse e la presenza di numerosi festival, in numero maggiore rispetto a quello di molti territori più ampi. Ritengo che l’obiettivo di ogni amministratore sia creare dei luoghi in cui sia bello vivere ma non potrebbe essere così se non potessimo contare su straordinari operatori culturali come quelli che hanno garantito lo svolgersi di questa serata».
Le parole di Anzil hanno traghettato i presenti (un pubblico delle grandi occasioni) alla consegna del premio Casanova che quest’anno è andato a Fausto Biloslavo, premiato, come si legge nella motivazione, «per il suo straordinario percorso professionale e per il costante impegno nella difesa della libertà di informazione, del dialogo tra i popoli e della testimonianza diretta dei grandi eventi del nostro tempo».
Prima di ricevere la targa ufficiale e una Magnum di San Serff, il giornalista triestino ha ripercorso alcuni momenti della propria carriera nel tentativo di individuare cosa sia la libertà, tanto nello svolgimento del proprio lavoro quanto nei contesti di guerra lasciandosi andare ad alcuni ricordi personali come quelli legati ai racconti della nonna su Caporetto o sulle foibe, esperienze che hanno presumibilmente condizionato la scelta del suo percorso lavorativo.
«Fare l’inviato di guerra adesso è più difficile e pericoloso: la scritta press che portiamo sul giubbotto è attaccata con il velcro ma quando arriviamo in trincea la togliamo perché siamo un bersaglio» ha spiegato il reporter aggiungendo che «Al di là dell’intelligenza artificiale, ci sarà sempre bisogno che qualcuno vada sul campo a guardare in faccia la guerra soprattutto perché ora oltre al conflitto c’è anche una guerra alla disinformazione che impone di essere liberi da paraocchi e pregiudizi».
Biloslavo parla dei suoi maestri Indro Montanelli, Oriana Fallaci, Tiziano Terzani, ma si sofferma soprattutto sul ricordo di Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli con cui ha condiviso un pezzo di strada e qualche battuta per cercare di alleggerire atmosfere oltremodo pesanti. «Mi ha fatto piacere vedere un’artista iraniana esibirsi poco fa, a dimostrazione che la cultura va oltre i conflitti» ha affermato il giornalista, in attesa del visto che lo dovrebbe riportare in Iran dove manca da diversi anni.
Tratteggia un breve ma incisivo quadro della reale situazione del Paese, dove l’80% della popolazione non ce la fa più a sostenere il regime ma non può nulla contro il potere di quel 20% formato dai pasdaran. E tuttavia l’inviato è ben certo di una cosa. «Questa guerra non era necessaria perché le cose prima o poi avrebbero fatto il loro corso: dire “vogliamo esportare la democrazia” è una boiata pazzesca, è un’invenzione americana».
Eppure non ha dubbi Biloslavo. «Ci sono momenti come quello che stiamo vivendo di assoluto caos, in cui le sirene dell’Est fanno proseliti e Trump ci mette del suo per fare a pezzi l’Occidente ma è proprio in momenti come questi che bisogna fare una scelta: stare dalla parte del nuovo zar e del nuovo Mao o da quella del nostro acciaccato mondo, con il suo buonismo esasperato? Mi sono sempre sentito libero, anche quando ero incarcerato e con una pistola puntata ma senza dubbi preferirei sempre il mio scassato mondo libero».
Foto Piccolo Opera Festival e Arc
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