la performing art
Il postapocalittico ‘Paradisum’ sbarca a Gorizia: successo al Verdi per ‘cirque danse’
Lo spettacolo immersivo realizzato alla compagnia Recirquel Cirque Danse Bence Vági. Dalla danza circense a un atto di resistenza spirituale contro guerra, dominio e distruzione.
Edgar Degas dipingeva le sue ballerine in tutù e scarpe da punta, tracciando con pennellate morbide la magia del tulle e della danza classica. Scardinando i canoni estetici del tradizionale balletto, la compagnia ungherese Recirquel Cirque Danse Bence Vági libera il corpo dell’artista per generare straordinarie e potenti forme espressive. È andato in scena al teatro Verdi nella serata di sabato, 28 febbraio, lo spettacolo “Paradisum” diretto da Bence Vági – che ne ha curato anche la coreografia - innestandosi con successo nel cartellone dei Grandi Eventi. Nel giorno in cui Trump e Netanyahu scatenano la guerra all’Iran uccidendo 85 bambine a Minab, ecco sbocciare un microcosmo dove la Storia si riscrive a partire dalle origini, un inno alla speranza contro dittature e raid.
Attraverso un viaggio onirico nella fenomenologia dell’essere si assiste al risveglio del genere umano dalle proprie ceneri, per rinascere a nuova vita lontano da bombardamenti o attacchi preventivi. In principio fu una barra calata dal cielo, per sollevare l’uomo dalle cadute e dai continui errori, alla quale Ádám Fehér si regge e sorregge per poi sollevarsi in cielo. Perché quella della compagnia di Budapest è una danza circense che fonde suoni, luci e movimento plasmandosi in una performing art chiamata “cirque danse”. Lampi, fasci luminosi o sussurri di voci accompagnano un’umanità in cammino fra splendore e tenebre, alla ricerca di un luogo in cui vivere senza guerre e distruzione, come in “Stalker” (1979) del regista russo Andrej Tarkovskij. Una comunità postapocalittica perennemente tesa verso un “nuovo Paradiso”, un luogo in cui si possa vivere «senza distruggere – spiega Vági – ma vivendo in armonia con gli altri». Appesa a un cerchio fra scuri abissi la performer Seguí-Fábián Eszter lo attraversa in un incessante andirivieni, ci s’avvinghia, volteggia al suo interno divenendo tutt’uno col cerchio.
Fondale marino o fessura nell’ignoto, il suo volo vorticoso racchiude dannazione e volontà di redenzione, mentre le palline da giocoliere di Andrii Maslov mettono in scena la precarietà di un mondo che affida al rischio il suo destino. L’espressività costringe gli artisti a lavorare su se stessi in una sorta di scavo interiore, come nella danza alle funi di Yevhen Havrylenko, che simula la caduta e poi si avvita in una spettacolare performance. Fulmini, suoni di tamburo e costumi ridotti all’essenza, ecco che sul cubo si presenta Efraim Demissie, a trascinare il pubblico in una sorta di rito sciamanico o danza primordiale. Un’opera che esplora le potenzialità corporee, dove il movimento travalica il mero esercizio con gli elastici e le corde per trasformarsi in riflessione spirituale. Una sorta di metodo Stanislavskij che incanala emotività e concentrazione in un flusso di coscienza, da cui affiorerà infine l’anima nuda della specie umana. In equilibrio su due piedistalli è anche la minorenne Kateryna Larina: chioma bionda scompigliata dal vento e dalle avversità dell’esistenza, si solleva sul baratro con virtuosismo da contorsionista. Piccoli collage artistici che coniugano le musiche di Edina Szirtes con il suono di Gábor Terjék, o la plasticità dei corpi con tematiche filosofiche esistenzialiste, restituendo allo spettatore un’esperienza immersiva a tutto tondo.
Laddove la prosa manca, gestualità e contrappunto sonoro prendono vita nel set design di Vági ed Emese Kasza riproducendosi come in un tessuto vivente. Uno stato di meditazione ipnotica al quale gli stessi artisti si abbandonano, portando alla luce l’essenza umana spogliata di ogni altro orpello. Purezza e vertigine attingono a quell’esperire sedimentato nel profondo, posto in rilievo dalle figure contrastate fra oscurità e chiarore. Fino all’approdo conclusivo oltre una caverna di tulle, in cui fra richiami di uccelli e versi di animali preistorici sembra aprirsi un nuovo Eden. Risultato di un lungo ed estenuante percorso nella nebbia dell’erranza: dove all’orizzonte sembra brillare il sole in un tempo parallelo che supera quest’epoca infausta. È in questo senso che “Paradisum” assurge a rinascita di un popolo, in cammino verso quella Terra Promessa alla quale continuamente tendiamo nonostante tutto. Malgrado la negazione denunciata in “No Other Land” (2024), oltre la disperazione affiorante da quella che Papa Francesco riconobbe come “Terza guerra mondiale a pezzi”. Perché il bene comune è il solo seme in grado di germogliare domani.
Foto di Rossana D'Ambrosio.
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