Pietro Grasso porta a èStoria la memoria del Maxiprocesso: «Un Paese non è democratico senza la verità»

Pietro Grasso porta a èStoria la memoria del Maxiprocesso: «Un Paese non è democratico senza la verità»

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Pietro Grasso porta a èStoria la memoria del Maxiprocesso: «Un Paese non è democratico senza la verità»

Di Rossana D'Ambrosio • Pubblicato il 31 Mag 2026
Copertina per Pietro Grasso porta a èStoria la memoria del Maxiprocesso: «Un Paese non è democratico senza la verità»

L’ex magistrato ha dialogato con la giornalista Luana de Francisco sul volume “’U Maxi” edito da Feltrinelli.

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Di notte il raglio degli asinelli albini rompeva il silenzio come se stessero scannando un cristiano. L’alba apparteneva invece a cinghiali e capre selvatiche, che da padroni trotterellavano per strada. Qui sull’isola dell’Asinara vennero scortati i magistrati Falcone e Borsellino inviati da Caponnetto, perché era «il posto con meno pericoli» dove sorgeva il carcere di massima sicurezza. Si è svolta nella serata del 30 maggio la presentazione del volume “’U Maxi” edito da Feltrinelli, dove l’ex magistrato Pietro Grasso ripercorre il Maxiprocesso a Cosa Nostra, in cui lavorò dopo la nomina di giudice a latere ricevuta durante le ferie a Mondello. L’incontro organizzato nell’ambito del XXII Festival èStoria è stato moderato dalla giornalista del Messaggero Veneto Luana de Francisco, già coordinatrice dell’Osservatorio antimafia Fvg. «Se è vero che un festival dedicato alla storia lo è in tutte le sue declinazioni, l’uomo al mio fianco è uno dei pezzi più importanti della storia – introduce de Francisco - magistrato della stagione delle stragi in prima linea, oltre che protagonista tra i più autorevoli nella lotta alla criminalità organizzata di stampo mafioso, ma qualsiasi definizione sarebbe riduttiva». Un processo di portata epica in cui confluirono tutti i filoni, dal procedimento Spatola alle dichiarazioni di Buscetta e Contorno fino ai così detti «omicidi eccellenti», che mutò il corso della storia anche sotto l’aspetto culturale. «Fu come un banco di prova per dimostrare – prosegue - che la mafia non fosse una suggestione, ma un potere, e in quanto tale poteva essere portato in tribunale e processato. Pagine pregne di contenuti, documenti, voci, memorie, emozioni, vissuto, in cui Grasso non fa solo cronaca, e sarebbe sufficiente, ma ci consegna il suo diario».

In copertina al volume campeggiano i faldoni dei capi d’imputazione con i quali i magistrati del pool antimafia portarono i criminali a processo, letteralmente ingabbiati nell’aula bunker. E tuttavia, «la mafia non è sconfitta», avverte l’autore nel prologo: «ha cambiato volto, ha quasi smesso di sparare, ma continua a infiltrare la nostra società, insinuandosi nei circuiti dell’economia, della pubblica amministrazione, del consenso». Contestualizzando gli omicidi di fine anni Settanta e Ottanta, Grasso racconta «la moria» che imperversò in Sicilia, una chirurgica «eliminazione fisica dei rappresentanti delle istituzioni che osavano contrastare il fenomeno». La scia di sangue abbracciò il vicequestore Boris Giuliano, il giudice Rocco Chinnici, ma anche politici come Piersanti Mattarella – fratello del Presidente – e il segretario regionale Pio La Torre, o il dirigente della Polizia Ninni Cassarà. «Dalla Chiesa venne mandato in Sicilia dopo aver sconfitto le Brigate Rosse – spiega – mentre Chinnici aveva iniziato a creare il pool. Poi fu la volta di Ninni Cassarà, punta di diamante delle indagini di Falcone e Borsellino. Quell’estate dell’’85 i due giudici furono deportati all’Asinara per consentire loro di ultimare la redazione della sentenza e l’ordinanza di rinvio a giudizio. Questo era il clima. E in quello stesso anno – riprende - io, che dopo dodici anni di funzione requirente come sostituto procuratore avevo deciso di cambiare funzione e diventare giudice, dopo un anno in questo ruolo ricevetti una telefonata dal presidente del tribunale di Palermo: “Grasso, venga subito qui”. Io risposi che ero in ferie. “No, deve venire subito”.

Misi sul tappeto una bugia, dicendo di avere la macchina dal meccanico, ma mi mandò a prendere dall’autista e mi fregò. Appena arrivai mi offrì un caffè: “Sei un bravo magistrato”, risposi: “Dov’è la fregatura?”. Disse: “Ho pensato a te per fare il giudice a latere nel Maxiprocesso”». Fermoimmagine e ricordi in cui la vita privata s’intreccia a quella pubblica vissuta nell’aula bunker, il cuore segnato dalla consapevolezza che l’esistenza sarebbe cambiata per sempre. «È il tuo lavoro e il tuo dovere, fai quello che devi fare, e quel che ne consegue lo affronteremo insieme», lo rassicurò la moglie. «È stato il mio punto di riferimento e da un anno non c’è più», confessa commosso, quindi prosegue: «Andai da Falcone, che mi guardò dall’alto verso il basso, si alzò e attraversando un corridoio, aprì una porta e con un gesto plateale disse: “Ecco, ti presento il Maxiprocesso”». Quattro pareti di carte e faldoni da studiare con minuzia certosina, corrispondenti a dieci anni d’indagini sulla mafia. «Falcone mi studiava – ricorda -, dissi: “Ma dov’è il primo volume?”. Mi assegnò uno sgabuzzino in cui avrei potuto studiare e prendere appunti. Dopo qualche giorno, passò Borsellino, mi mise una mano sulla spalla e disse: “Capisco in che guaio sei finito”, dandomi una copia dei rapporti, la collocazione in quel mare magnum di carte. Una sorta di “Google map” del Maxiprocesso, con cui mi misi freneticamente al lavoro». La voce si diffuse, e nel rientrare a casa una sera ritrovò la moglie terrorizzata. Dopo che suo figlio uscì per giocare al pallone, suonarono al citofono, una voce disse: «I figli si sa quando escono, ma non si sa se ritornano».

Maurilio era allora quattordicenne e aveva appena conquistato il motorino: «Avremmo dovuto farlo scortare? Gli avremmo rovinato l’adolescenza», decreta. «”La mafia vuole tastarci il polso”, dissi a mia moglie». Ma la serenità venne meno, nonostante il coraggio della madre e la fermezza nel mostrarsi senza preoccupazione. «Quando tardava si appostava sul balcone – prosegue – per poi nascondersi e non tradire ansia». Un processo che i palermitani chiamavano “’U Maxi”, che riuscì a dividere l’opinione pubblica. «Frattanto era iniziato il processo Tortora contro la camorra a Napoli, si diceva: “Con un maxiprocesso di questo tipo non si potrà mai fare giustizia”». Persino i lavoratori in cassa integrazione sfilavano per Palermo inneggiando alla mafia. «Contemporaneamente furono parecchi i sindaci che vollero essere presenti il giorno dell’inizio per dare solidarietà, così come gli studenti proposero un minuto di silenzio, cosa che gli venne negata. Falcone era più razionale e distaccato, diceva: “A me pare che la gente stia alla finestra aspettando come va a finire, non si sa se parteggi per il toro o per il torero”». Giudici popolari che accettano di rischiare la vita, pronti a essere rimpiazzati da quelli “in panchina” come i togati, per non bloccare il processo: «Se ci ammazzavano, loro avrebbero continuato». Fino al fatidico febbraio del 1986: «Il primo giorno mi sentii carico di una responsabilità enorme – riflette - perché dovevamo dimostrare quello che ribadiva Falcone: che la mafia si poteva sconfiggere con i mezzi della giustizia».

Oltre al groppo in gola, Grasso ricorda il nero delle toghe a contrasto con l’aula verde. «Poi c’erano le gabbie degli imputati con i volti dei mafiosi, il pubblico in tribuna, al centro 500 giornalisti venuti da tutto il mondo per seguire quel momento storico. Non si trattava di un processo normale, in quanto imputati e difensori cercavano di tirare il processo per le lunghe. Libertà significava latitanza, e poi chissà». Imputati che si provocarono crisi epilettiche per bloccare il processo, e persino alcuni che pensarono di cucirsi letteralmente le labbra. «Si cucì le labbra col fil di ferro professandosi innocente. Quando uno diceva di avere la lombosciatalgia lo facevamo venire con le sedie a rotelle. Un giorno suonarono le sirene del metal detector», si scoprì che un mafioso aveva ingoiato del metallo incastrato nel duodeno. E nonostante tutto, il peso dei collaboratori di giustizia fu essenziale: «Seguendo il denaro, Falcone aveva individuato contatti di mafiosi che si distribuivano i proventi di traffici illeciti». A fornire un quadro d’insieme fu Tommaso Buscetta, che consentì di mettere ordine nei tasselli pagando a caro prezzo il tradimento: i suoi figli svanirono e non furono mai più ritrovati, così come morirono nipoti e altri parenti, uccisi fino al 1995. «Rivelò la struttura della famiglia – aggiunge - la “cupola” che decideva gli omicidi eccellenti, i riti d’iniziazione, le sanzioni in caso di mancato rispetto, i rapporti con l’imprenditoria, la società, quelli per i traffici di stupefacenti. Fornì un patrimonio inestimabile».

Dopo di lui fu la volta di Salvatore Contorno, sfuggito a un attentato a colpi di kalashnikov, che parlava in un rapido dialetto siciliano senza farsi comprendere. «Alcuni avvocati dicevano: “Questo non è italiano, chiediamo l’annullamento di tutto”. Il presidente lo incitava a parlare in italiano, lui rispondeva: “Ma io nunno saccio”. “Facciamo una cosa”, diceva con pazienza il presidente, “lei parla in dialetto, noi cerchiamo di tradurre in simultanea dal dialetto all’italiano”, perché ci preoccupavamo di un’eccezione di nullità». Non mancano aneddoti divertenti, come il giorno in cui il capitano dei carabinieri responsabile della sicurezza dell’aula gli intima di non uscire: «“Abbiamo notato che molti detenuti non hanno consumato i mandarini – si giustificò - non vorremmo che la corte venga presa a colpi di mandarini”. Uno disse: “Ho trovato la soluzione. Facciamo uscire per primo Giuseppe Ayala alto uno e novanta, così si piglia tutti i mandarini. Tra tante cose drammatiche, è giusto riportare anche i momenti di leggerezza». Una mafia che in 40 anni ha cambiato volto, ma non si è indebolita: «Matteo Messina Denaro è morto – interviene de Francisco - altri sono reclusi. Rispetto ad allora cos’è accaduto a quella mafia? Quali sono i segnali per riconoscerla?». Stragi, strategia della tensione e repressione dello Stato spingono molti a collaborare. «I collaboratori sono arrivati a 1400 – precisa Grasso - con migliaia di familiari protetti.

Così, la mafia ha adottato una strategia diversa. Mantiene le proprie tradizioni, ma cambia volto adattandosi alle evoluzioni della società o della politica. Tende a non farsi notare, restando invisibile per continuare a trattare affari e investire i denari in attività legali, svolte in quei luoghi in cui c’è maggior ricchezza, dove si camuffano nella società senza presentarsi con coppola e lupara, ma piuttosto come persone che poco alla volta ti sottraggono un bene o un’impresa. Sfruttano le nuove tecnologie, le criptovalute del Deep Web e Dark Web, dove intessono i traffici che vogliono. Oggi per ottenere il pizzo bloccano i sistemi informatici delle aziende, che non denunciano e preferiscono pagare. Come distruggere questo fenomeno? Come diceva Falcone, “la mafia è un fenomeno umano, e come tale ha un inizio e anche una fine”, ma perché finisca occorre la collaborazione di tutti». Un processo, quello mafioso, che trascina in un vortice dal quale è poi impossibile sottrarsi. «Per questo vado nelle scuole – ribadisce - per parlare ai ragazzi affinché possano diventare cittadini attivi che sappiano dire di no e scegliere da che parte stare». «Lei ha scelto da che parte stare – lo incalza la giornalista – ma rifarebbe una vita così sacrificata?». «Sono grato alla vita – risponde - e rifarei ciò che ho fatto. Ho attraversato momenti in cui ho sentito la morte sfiorarmi, ma per svariate coincidenze non mi ha preso: tanti attentati sventati, anche stando accanto a Falcone. Ho avuto una moglie eccezionale che lavorava come insegnante, impegnata in percorsi sulla legalità.

Io stavo nelle aule di giustizia, lei nelle aule scolastiche. È importante costruire una famiglia salda che aiuti ad affrontare le cose della vita, per questo non ho rimorsi né rimpianti e rifarei tutto». Dopo 43 anni come magistrato e il successivo periodo impegnato in politica, ecco Grasso nella sua “terza vita”, che il 16 gennaio del 2023 fonda l’ente del terzo settore “Scintille di futuro”. «Era il giorno in cui venne arrestato Denaro. Mi trovavo dal notaio per dar vita alla fondazione, affinché i ragazzi possano diventare protagonisti del proprio futuro attraverso una serie di progetti», l’ultimo dei quali concluso con un collegamento streaming con 70mila studenti. «Tutto ciò mi dà nuova linfa – ammette - e mi consente di portare avanti la ricerca della verità. Perché un Paese non può definirsi democratico se presenta parti oscure. La verità la dobbiamo alle vittime delle stragi, non sono tollerabili misteri irrisolti». Scintille che rinviano a un aneddoto correlato al giudice Falcone: «Ero con lui sull’aereo per Palermo, in un volo di Stato, quando mise la mano in tasca e ne estrasse un accendino d’argento. “Ho deciso di smettere di fumare”, disse, “Te lo do perché se voglio riprendere me lo restituisci”». Passarono due settimane, venne il 22 maggio del 1992. «Mi telefonò per dirmi che non potevamo partire perché Francesca (Morvillo, ndr) era stata nominata membro di commissione della magistratura e dovevamo aspettare che finisse. Risposi: “Se trovo un volo di linea torno a casa”.

Non c’erano più posti ed ero ormai rassegnato, quando al telefono mi comunicarono che si era liberato un posto. Imbarco ore 19.40 posto 1L, ancora lo ricordo. La notizia della strage la appresi mentre ero a casa con la mia famiglia, dalle scorte che avevano sentito le prime notizie, mi dissero: “Dottore, è scoppiata l’autostrada, tre nostri colleghi sono morti, ma il giudice Falcone e sua moglie sono stati estratti ancora vivi dalla loro auto”. Non posso descrivere le emozioni, lui era uno che si alzava più forte di prima. Ma 500 chili nascosti sotto un’autostrada erano un’azione di guerra. Mi spinsi all’ospedale nella speranza che potesse resistere. Vidi Borsellino entrare e poi uscire dal pronto soccorso, dal suo volto capii che per il nostro amico Giovanni non c’era più nulla da fare, senza sapere che 57 giorni dopo anche lui sarebbe saltato in aria. Decisi di tenere con me quell’accendino. Mi basta sfiorarlo per ritrovare la forza necessaria ad affrontare ogni ostacolo. Penso che le scintille di quest’accendino possano accendere una fiaccola, che non solo i ragazzi ma anche gli adulti possono portare. Perché, come diceva Falcone, “gli uomini muoiono, ma le idee restano”». 

(Foto, Rossana D'Ambrosio

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