La pace e i suoi significati, quelle parole mai dette del cardinale Lercaro

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La pace e i suoi significati, quelle parole mai dette del cardinale Lercaro

Di Ferruccio Tassin • Pubblicato il 01 Gen 2022
Copertina per La pace e i suoi significati, quelle parole mai dette del cardinale Lercaro

Oggi è la Giornata della pace. Ferruccio Tassin racconta le parole del cardinale genovese.

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L’intervento presentato, e non pronunziato, sull’ultimo capitolo dello Schema XIII (ottobre) 1965

“…Lercaro…ha, solitario, anticipato… che la pace non è un problema solo etico, o sociologico, o educativo, o politico: è anche questo, ma per il cristiano è soprattutto una persona, Gesù di Nazareth… la rivendicazione lercariana della pace è così rigorosa nella sua contenuta passione, e così energica nella sua consequenzialità, così aperta, pure nei suoi brevi enunciati, ad amplissimi sviluppi, perché è una rivendicazione cristologia: è tutta e solo rivendicazione di Gesù nel suo mistero personale, che del Figlio di Maria fa come oggi è stato detto, «la storia di Dio e Dio della storia»…”.

Questo è un passo della “nota” alla prima edizione dei Discorsi sulla pace del cardinale Giacomo Lercaro (Genova, Quinto 1891 - Bologna 1976). La sua trattazione specifica dell’argomento, non ha nulla a che fare con la produzione diluviale che il termine “Pace”, a volte concettualmente ridotta a pura oralità, ha visto in questi anni densi di guerre. Ha il peso di “…un sermone, come l’ avrebbe potuto pronunziare Sant’Agostino, di fronte ai suoi familiari, ma sempre et ubique normativo per il cristiano di ogni tempo…”.

La sua valutazione delle guerre vissute in prima persona (come cappellano militare, nella prima, come parroco impegnato a salvare persone - a rischio della propria vita - nella seconda), avvertiva che “nessuna esigenza vitale di sopravvivenza e di giustizia ci imponeva guerre che il popolo nella sua maggioranza non voleva e non sentiva, ma che tuttavia furono intraprese dai governanti per una concatenazione quasi fatale di pregiudizi, di ambizioni, di tragiche leggerezze, di fatalismo, o per il meccanismo incontrollabile delle alleanze impegnate dai capi”, per questo considerava come più profetica e più concreta dell’ultimo cinquantennio [al momento della sua valutazione si era negli anni Sessanta ndr] la parola pronunciata da Benedetto XV a proposito della grande guerra, definita come una “inutile strage”.

Il 18 ottobre 1976, a “Villa San Giacomo”, un college da lui realizzato per la sua numerosa famiglia internazionale, costituita da studenti universitari, spirava il Card. Giacomo Lercaro. Vi era stato trasportato morente, in ossequio alle sue ultime volontà. La sua scomparsa destò un cordoglio assai vasto: si trattava di una perdita grande per la Chiesa universale, soprattutto per ciò che il porporato genovese aveva fatto e rappresentato durante la sua vita lunga, operosa, coerente e coraggiosa.

Don Giacomo Lercaro, parroco a Genova, insegnante di filosofia, sacra scrittura e patrologia in seminario, insegnante di religione al liceo “Colombo” (laureato in teologia, era stato uno dei primi allievi del Pontificio Istituto Biblico di Roma), fondò il “Didaskaleion”, istituto superiore di cultura religiosa per i laici. Si impegnò nell’apostolato tra gli uomini di mare, e in un intenso lavoro di solidarietà con i poveri.

Allievo di mons. Mario Righetti, la sua ricerca si svolse nell’approfondimento della liturgia. Di quegli anni sono due delle sue opere più conosciute: Metodi di orazione mentale (sarà edito anche in Francia, Germania e Inghilterra) e Piccolo dizionario liturgico. Arcivescovo a Ravenna dal 1947 al 1952, lasciò un segno vivo nella Chiesa locale e nella gente.

A Bologna, dove fu alla guida della diocesi dal 1952 al 1968, la sua impronta rimase per il respiro del suo apostolato che si esplicò con una grande opera di rinnovamento, sempre con solide fondamenta culturali, dalla architettura sacra (eresse decine di chiese nuove) allo studio delle scienze storiche, sociali e religiose (dando vita a istituti che approfondissero i vari settori), vedendo nel rapporto chiesa-quartiere la “sintesi di quattro istanze inscindibili: pastorale, sociale, urbanistica, liturgico-architettonica”. In tutte le sue iniziative colpisce la acutezza degli studi e la competenza scientifica che ne stanno alla base.

Ad esempio, quando a Bologna si era presentato il problema delle nuove chiese in una città in piena espansione, istituisce un ufficio apposito, lo affianca con il Centro di Studi e di Informazione per l’Architettura Sacra e con la rivista Chiesa e Quartiere dialoga con dei grandi come Le Corbusier, Tange, Aalto; opera nell’architettura sacra quella ricomposizione con gli architetti innovatori che Paolo VI avrebbe attuato nel riavvicinamento della Chiesa con l’arte contemporanea.

Dal 1963 al 1965, è uno dei quattro moderatori del Concilio, e in questo ambito che “Chiese si proclamasse «la Chiesa dei poveri». - scrisse il cardinale Siri suo ex alunno - Il suggerimento non fu accolto, anche se la suggestione colpì e fece opinione. - continua il porporato. Ma a differenza di altri che solo ne parlano, lui ci credeva…”.

La sua competenza e la sua passione per la liturgia hanno indotto i vescovi europei ad eleggerlo membro della commissione liturgica conciliare; dal 1964 al 1967 è Presidente del Consilium ad exequendam Constitutionem de Sacra Liturgia. La sua azione non fu immune da critiche, esasperate sino all’infamia di un libello, La tunica stracciata. La sua visione di una Chiesa attivamente universale lo fece parlare, con larga capacità di antivedere nel tempo, del dialogo fra le culture: “La cultura occidentale, la nostra cultura non è che una delle tante possibilità, e forse nemmeno fra le più proiettate verso l’avvenire.

Non resta alla Chiesa che recuperare la propria libertà da ogni cultura per evitare che la permanente novità del suo messaggio si cristallizzi in formulazioni non essenziali. Nel momento in cui ogni problema ecclesiale, civile o sociale non può non essere affrontato che in dimensione universale, è ovvio che nessuna delle forme culturali esistenti può offrire soluzioni valide”. Queste erano considerazioni espresse nel 1963. Per questo invitava gli allievi dell’ISAB a “non lasciarsi spaventare dai continui mutamenti della società”, ed era per capire i tempi che aveva istituito l’Istituto Sociale Arcivescovile Bolognese.

Quantitativamente limitati, i suoi interventi sulla pace sono stati determinanti nella comprensione della sua figura, della sua opera, e anche del suo destino personale, che vide cessare la sua guida nella Chiesa in Bologna (non per decisione autonoma, come si espresse egli stesso nella sua ferma obbedienza) proprio nel gennaio 1968, lo stesso mese in cui aveva pronunciato, il primo gennaio, una famosa omelia che diceva, fra l’altro: “…Il profeta può incontrare dissensi e rifiuti, anzi è normale che, almeno in un primo momento, questo accada: ma se ha parlato non secondo la carne, ma secondo lo Spirito, troverà più tardi il riconoscimento di tutti. È meglio rischiare la critica immediata di alcuni che valutano imprudente ogni atto conforme all’Evangelo, piuttosto che essere alla fine rimproverati da tutti di non aver saputo - quando c’era ancora il tempo di farlo - contribuire ad evitare le decisioni più tragiche o almeno ad illuminare le coscienze con la luce della parola di Dio…”.

Erano i tempi dei bombardamenti sul Vietnam del Nord. Infine, per capire, sine glossa, per dirla con Lui (ma l’espressione era riferita al Vangelo), il suo pensiero sulla pace, si riporta il suo intervento al Concilio, presentato scritto, e non pronunciato, sull’ultimo capitolo dello Schema XIII (ottobre 1965), che poi fu la Costituzione Pastorale “Gaudium et Spes” sulla Chiesa nel mondo contemporaneo.“Di fronte alla pace non possiamo essere indifferenti o neutrali. Il cardinale Lercaro qui disse: “La Chiesa non può essere neutrale di fronte al male, da qualunque parte esso venga: la via non è la neutralità, la ma profezia” (Omelia, 1° gennaio 1968).

Nella foto: il cardinale Giacomo Lercaro (Foto Villani)

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