Oscar Wilde trova ‘casa’ al Verdi con la regia di Geppy Gleijeses e l’attrice Lucia Poli

Oscar Wilde 'trova casa' al Verdi con la regia di Geppy Gleijeses e l'attrice Lucia Poli

LO SPETTACOLO

Oscar Wilde 'trova casa' al Verdi con la regia di Geppy Gleijeses e l'attrice Lucia Poli

Di Rossana D'Ambrosio • Pubblicato il 01 Dic 2025
Copertina per Oscar Wilde 'trova casa' al Verdi con la regia di Geppy Gleijeses e l'attrice Lucia Poli

Oltre 400 le recite in 25 anni per tre diverse edizioni. Il regista: «In teatro la cosa difficile è capire quando arrivi al diapason».

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L'onestà  viene prima di tutto, ma quando si nasce in una borsa alla Victoria Station, per un aristocratico può non bastare. La satira brillante e pungente di Oscar Wilde approderà  al teatro Verdi di Gorizia il 3 dicembre con la commedia “L'importanza di chiamarsi Ernesto”, dove l'originale “The importance of Being Earnest” allude al nome “Ernesto” e all'essere onesti. Dalla regia di Mario Missiroli si discosta quella di Geppy Gleijeses, che nel 2000 recitò nel ruolo di Ernest oggi affidato a Giorgio Lupano (Jack Warthing). «Sono sempre in viaggio – ammette Gleijeses raggiunto al telefono - è il destino di capocomici e attori: 50 anni fa mi è piaciuta la bicicletta e oggi continuo a pedalare». Una prima edizione fortunata che girò in tour per due anni, seguita dalla successiva del 2014 – 2015 dove Geppy era ancora Jack. Fino a quest'ultima in cui Gleijeses ha passato il testimone al brillante Lupano. «Nel nostro Paese abbiamo il dramma, la commedia o la farsa – rimarca - ma non conosciamo il brillante, genere british che ci ha tramandato Wilde e prima ancora la commedia della Restaurazione con Congreve e altri. Io sono stato - e penso di essere ancora - quel tipo di attore come lo è Giorgio, che è una rarità . Lo è per eleganza di fisico, per stile, il che non significa scimmiottare gli inglesi, ma seguire un percorso per interpretare questo repertorio».

Una pièce coprodotta da Artisti Associati, per la quale il regista non nasconde il suo entusiasmo nel vederla sbarcare in città : «Sono lieto che approdi a Gorizia – ammette – che è "un pezzo di casa” perché sede dell'importante realtà  teatrale gestita con qualità  e intelligenza da Walter Mramor». Tre edizioni della stessa commedia che sommate assieme oltrepassano le 400 recite, per il quale la compagnia detiene il primato di presenze al teatro della Pergola di Firenze: «Dal 1657 - anno di fondazione del teatro - a oggi ha registrato più presenze in assoluto. Più di quattro secoli di record, per uno spettacolo che, oltre a noi, nessun altro propone». Con uno spazio bucolico che raffigura «un vero e proprio bosco in cui i personaggi si perdono» la regia rispetta la traduzione di Masolino D'Amico, nella misura in cui «la tradizione non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco», ribadisce citando Gustav Mahler. «Io cerco di custodire quel fuoco – sottolinea – e dagli esiti straordinari finora ottenuti, quel fuoco viene custodito con cura». Una commedia ottocentesca con musiche di Matteo D'Amico, senza stravolgimenti. «Wilde – spiega - non può essere forzato. Se lo forzi interpretandolo in chiave omosessuale oppure farsesca non rende. Mentre lo spettacolo funziona soprattutto nei momenti surreali che il teatro di Wilde contiene, ma non è mai uno stravolgimento». Svariate le traduzioni delle diverse messe in scena, dall' “L'importanza di essere Franco” alla più esplicita “L'importanza di essere onesto”. «Noi l'abbiamo chiamato “L'importanza di chiamarsi Ernesto” perché “Earnest” in italiano non rende, ma nello spettacolo appare chiaro qual è il significato».

Un teatro, quello di Gleijeses, che discende dai grandi registi incontrati nella sua lunga carriera professionale: «A Missiroli devo molto, così come ai maestri con cui ho lavorato. Oltre a essere allievo di Eduardo, ho avuto la fortuna di affiancare figure come Gigi Proietti, Sandro Sequi, Luigi Squarzina, Liliana Cavani o Mario Monicelli. Sia la Cavani che Monicelli realizzarono le loro prime regie teatrali con me come capocomico e primo attore». Non sono mancati incontri con registi come Alfredo Arias o il più recente con Marco Tullio Giordana, per il quale recita come protagonista ne “Il fu Mattia Pascal”. «Da tutti ho rubato qualcosa – confessa - perché questo è un mestiere in cui si deve rubare. Ai due protagonisti maschili Algernon (Luigi Tabita) e Jack (Lupano) posso fornire indicazioni, ma sta a loro a succhiare il più possibile per interpretare le mie intenzioni». Un testo attuale paragonato dagli studiosi alle “Nozze di Figaro” di Beaumarchais, che serba una profonda radice di surrealismo. «Si parla del nulla - prosegue - è una commedia modernissima che attraverso il nonsense anticipa Ionesco con una chiarezza impressionante: in certi momenti sembra di leggere “La cantatrice calva”. Wilde ci parla dell'importanza sociale dei tramezzini al cetriolo, ma è un nulla meraviglioso». Al fianco di Missiroli lavorò per “L'albergo del libero scambio” di Feydeau e in due messe in scena su Wilde, fra cui l'altra commedia politicamente impegnata “Un marito ideale”. Fino a quest'allestimento nuovo e originale, dove il maggiordomo osserva i litigi dei padroni incrociando le gambe: «Siede al posto loro e inizia a mangiare le tartine, roba impensabile per l'epoca, che neanche Missiroli azzardò».

Unico omaggio a quest'ultimo è la figura del cameriere che indossa una parrucca «clownesca un po' alla Slava, che è poi un omaggio a Mario». Come 25 anni prima a impersonare Lady Bracknell sarà  Lucia Poli: «Ha una dose di ironia selvaggia – evidenzia - ereditata dal fratello Paolo. Il personaggio fu cavallo di battaglia di Maggie Smith in Inghilterra, mentre in Italia ci fu un'edizione con Ernesto Calindri e Giusy Raspani Dandolo. Lucia è straordinaria: posso darle qualche consiglio, ma ormai Lady Bracknell è talmente dentro di sé che per sradicargliela bisognerebbe toglierle un pezzo dell'anima. Di diverso rispetto a 25 anni fa c'è il suo lavoro continuo compiuto, con sfumature e sfaccettature. Anche se l'impianto dell'interpretazione era già  perfetto allora. Sai, in teatro la cosa difficile è capire quando arrivi al diapason, al suono giusto. Perché tanti attori arrivano all'acme della loro interpretazione e vanno oltre, ma spesso è un errore, e questo problema lei non l'ha mai avuto». Ottantacinque anni e non sentirli, quelli di Lucia: «Be' – si concede in un'intervista fra una recita e l'altra - dipende dai momenti, in alcuni i doloretti alle ossa ti fanno sentire mille anni, non sono poi così speciale». Un esordio come insegnante di Lettere in un liceo fiorentino, poi seguito dalla trasmissione radiofonica per il Terzo Programma Culturale che la spinse nella Capitale: «Andai a Roma a intervistare Moravia, Pasolini, Bertolucci e Caproni. àˆ chiaro che rimanessi lì, dove il clima culturale di inizio anni Settanta era in fermento».

Dal fuoco delle Cantine dell'Avanguardia romana all'onda del femminismo, Lucia decise di fermarsi nelle Cantine per lavorare con il teatro d'autore: «Allora c'era Giuliano Vasilicò, prima ancora Carmelo Bene, ma quando arrivai era già  nei grandi teatri. Come fece mio fratello, che iniziò negli anni Sessanta a Milano col cabaret per poi passare a teatri più grandi. Allora ero riluttante a recitare, perché mi sentivo meno esperta. Ma d'altra parte mi divertivo a lavorare con lui e facemmo quattro spettacoli insieme». Fino alla nascita del figlio Andrea, che la costrinse a dedicarsi a seminari e laboratori: «Mi occupavo di regia - racconta - scrivevo qualcosa, stavo un po' più ferma. Sviluppai il mio modo di far teatro, e con “Cane e gatto” abbiamo iniziato a recitare con le nostre somiglianze e differenze». Una carriera scandita da «forse una quarantina, una cinquantina di spettacoli», in cui Poli si dedicava a recital di poesie, letture di Alda Merini o Yourcenair. «Cose piccole, mentre negli ultimi anni Stefano Benni - del Manifesto - scrisse per me dei monologhi pubblicati da Feltrinelli, in un irriverente stile contemporaneo». Non è mancata una collaborazione con il drammaturgo toscano Ugo Chiti per la riduzione del “Fantasma di Canterville”, “Sorelle materassi” di Palazzeschi e “Buffi si nasce”. Fu sul finire degli anni Novanta che per Chiti recitò nel film “Albergo Roma”, con cui si aggiudicò il Nastro d'Argento: «Per il cinema ho fatto poco – riflette - ma quel poco che ho fatto ha avuto successo».

Fino all'incontro con il produttore, manager e regista Gleijeses: «Con lui – precisa - ho recitato per tre volte nell'opera di Wilde: la prima fu nel 2000, dove era Ernesto al fianco di Debora Caprioglio (Gwendolen), che in quel momento era la sua compagna e conoscevo perché avevamo lavorato in “Albergo Roma”». Una Lady Bracknell che Lucia interpreta rendendola «deus ex machina di tutta la vicenda» per poi riprenderla nel biennio 2013 e 2014. «Geppy mi disse: “Io ho raggiunto i limiti d'età  e non posso più fare il protagonista trentenne”. Io risposi: “Nemmeno io, perché Lady Bracknell dovrebbe essere al massimo una cinquantenne o sessantenne”. Ma questo personaggio è in realtà  un mostro, emblema del perbenismo, del dominio, del pregiudizio del mondo aristocratico vittoriano. Allora mi sono detta: “Se è un mostro, posso farlo”. Quindi ho recitato per la terza volta nei suoi panni». Una traduzione fedele all'attualità  del testo: «I grandi – chiosa - sono sempre attuali in quanto parlano di cose eterne. Dentro c'è la grandezza del linguaggio, giochi di parole, aforismi e paradossi, sapienza linguistica che Wilde aveva all'ennesima potenza. A parte questo, se si vuol guardare ai contenuti, c'è una satira feroce contro una società  finta fatta di stereotipi e pregiudizi, che può essere calata sulla nostra società . àˆ chiaro che non siamo più a fine Ottocento e all'epoca vittoriana, ma gli stereotipi sopravvivono. Una satira con cui Wilde appare ancora più moderno, perché con questo giocare sul linguaggio e sul paradosso piuttosto che sulla storia tutto diventa un balletto, dove le fanciulle sono innamorate di un nome, “Ernest”, non della persona».

Un modernismo che anticipa il teatro dell'assurdo, di lì a poco sgorgando dallo scandalo di Ionesco e Beckett: «Siamo a fine Ottocento – chiarisce - ma in pieno teatro dell'assurdo, con quella forte connotazione che verrà  succhiata dagli scrittori dell'avanguardia nel primo Novecento. Paolo ci lavorò nelle Cantine di Genova nel '58 o ‘59 insieme ad Aldo Trionfo. Rappresentavano quest'avanguardia con testi per la prima volta proposti in Italia. Il Théà¢tre de la Huchette di Parigi tutte le sere dal 1955 ancora propone Ionesco, ed è sempre pieno. Parigi è grande, le nuove generazioni tornano a rivederlo, e chi non vuol assistere a “La cantatrice calva” o a “La lezione”? Questo spettacolo si basa sulla musicalità  delle parole tradotte da Masolino, anche se la parola “Earnest” non ha lo stesso suono della parola “onesto”. Qui le protagoniste vogliono un marito serio, perbene; se ha un altro nome non lo vogliono. àˆ il contrario di Giulietta che dice “Che cos'è un nome? Se tu non ti chiamassi Romeo io ti amerei lo stesso. La rosa avrebbe il suo profumo ugualmente, se non si chiamasse ‘rosa'”. Qui è il contrario: ciò che conta in questo mondo è l'apparenza, non la sostanza, di qui la satira». Per quanto Lucia non si sbilanci con i progetti per il futuro perché «sono limitati a qualche mese», in febbraio leggerà  il “Pinocchio” a Foligno per scuole e famiglie, con le musiche composte dal figlio Andrea Farri. Alla domanda “Che messaggi affideresti alle nuove generazioni?” risponde con sagacia: «Sai, i messaggi li manda il cellulare o il postino. Io posso citarti una frase di Pasolini, che a conclusione delle “Lettere Luterane” dice che non si deve aver paura di essere diversi né bisogna cedere all'omologazione. E finisce dicendo: “Siate voi stessi e siate allegri”, ed è un messaggio meraviglioso». 

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