Un oratorio per il Friuli ferito dal terremoto del 1976, l’appuntamento il 16 maggio ad Aquileia

Un oratorio per il Friuli ferito dal terremoto del 1976, l’appuntamento il 16 maggio ad Aquileia

LA MEMORIA

Un oratorio per il Friuli ferito dal terremoto del 1976, l’appuntamento il 16 maggio ad Aquileia

Di REDAZIONE • Pubblicato il 15 Mag 2026
Copertina per Un oratorio per il Friuli ferito dal terremoto del 1976, l’appuntamento il 16 maggio ad Aquileia

In Basilica arriva ‘Ti ài disegnât sul dret das mês mans’, il progetto di Renato Stroili Gurisatti tra musica, fede e ricordo della rinascita dopo il sisma.

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A mezzo secolo dal sisma del 1976, il Friuli continua a interrogarsi non tanto sulla celebrazione di quella tragedia, quanto sul significato più autentico della memoria. È da questa consapevolezza che nasce “Ti ài disegnât sul dret das mês mans”, l’oratorio ideato da Renato Stroili Gurisatti e accolto con grande partecipazione nella pieve di Sant’Andrea a Venzone, in vista della nuova esecuzione prevista sabato sera nella basilica di Aquileia, luogo simbolico della spiritualità friulana.

L’opera prende il titolo da un versetto del profeta Isaia – “Ti ho disegnato sul palmo delle mie mani” – e intreccia musica, parola e riflessione civile per restituire voce a una terra segnata dalla distruzione ma capace di rialzarsi. Non c’è spazio per l’enfasi celebrativa: il progetto guarda piuttosto al dolore collettivo, al sacrificio delle vittime e alla forza di una comunità che seppe reagire unita.

L’oratorio, prodotto da SimulArte, si sviluppa come un grande racconto corale che attraversa testi biblici, poesia friulana e memoria storica. Sul palco si incontrano alcune delle realtà musicali più significative del territorio: il coro Polifonico di Ruda, il Piccolo coro Artemia di Torviscosa e l’Orchestra giovanile Filarmonici friulani, diretti dal maestro Giuliano Medeossi. A legare i diversi quadri è la voce narrante di Giovanni Nistri, mentre la partitura porta la firma di Gianmartino Durighello, compositore profondamente legato alla cultura friulana.

La scrittura musicale di Durighello richiama atmosfere antiche e contemplative, alimentate dalla sua esperienza monastica e da un lungo lavoro di studio sulle tradizioni popolari e liturgiche della regione. Nella composizione trovano spazio richiami alla sequenza aquileiese “Plebs fidelis Hermacorae” e a villotte note come “Staimi atenz” e “Ce biele lune”, inserite in una struttura che unisce sacralità e memoria collettiva.

Secondo Stroili Gurisatti, il senso dell’opera sta tutto nella distinzione tra “celebrare” e “onorare”. La memoria del terremoto, spiega, non può trasformarsi in retorica o in semplice commemorazione pubblica. Deve invece diventare riconoscenza verso chi perse la vita e verso quanti contribuirono alla rinascita del Friuli: soccorritori, volontari, amministratori, operai, sacerdoti e cittadini comuni che ricostruirono case, fabbriche, scuole e chiese.

Nel racconto emerge anche la figura dell’arcivescovo Alfredo Battisti, ricordato come uno dei simboli morali di quei giorni drammatici. Stroili Gurisatti lo descrive accanto alla sua gente, lontano dalle logiche del potere e vicino alle sofferenze della popolazione terremotata.

L’oratorio evita volutamente ogni tono epico. Non vuole trasformare la ricostruzione friulana in un modello da esibire, ma offrire un’occasione per riflettere sull’identità di una comunità e sui valori che la sostennero nel momento più difficile della sua storia recente.

Il nucleo simbolico dell’opera si concentra nell’inno conclusivo, ispirato alla vicenda biblica di Agar e Ismaele. In quella storia, racconta Stroili Gurisatti, si riflette il destino di un popolo abbandonato e costretto a confrontarsi con la devastazione. Come Agar nel deserto trova infine il pozzo che restituisce speranza, così anche il Friuli del dopo terremoto ritrova una possibilità di rinascita attraverso la solidarietà, la fede e la capacità di ricominciare.

Parole, musica e memoria si fondono così in un lavoro che non guarda soltanto al passato, ma interroga il presente di una terra chiamata ancora oggi a custodire il senso profondo della propria storia.

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