Nicolò Govoni si racconta a Staranzano, dai «fallimenti» a ‘Still I Rise’ per portare le scuole dove c’è crisi umanitaria

Nicolò Govoni si racconta a Staranzano, dai «fallimenti» a ‘Still I Rise’ per portare le scuole dove c’è crisi umanitaria

IL PERSONAGGIO

Nicolò Govoni si racconta a Staranzano, dai «fallimenti» a ‘Still I Rise’ per portare le scuole dove c’è crisi umanitaria

Di Federico De Giovannini • Pubblicato il 21 Mag 2026
Copertina per Nicolò Govoni si racconta a Staranzano, dai «fallimenti» a ‘Still I Rise’ per portare le scuole dove c’è crisi umanitaria

Il fondatore dell'organizzazione che garantisce istruzione gratuita ai bambini in situazioni di povertà e conflitto fa il pieno al San Pio X con ‘L’uomo che costruiva il futuro’, ultima anteprima al Festival dell’Acqua.

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«Ci insegnano che il fallimento è un’onta, una macchia, ma in realtà è il catalizzatore di qualsiasi tipo di successo: per non fallire, bisogna solo non fare». È questo uno dei messaggi più forti condivisi ieri, al numeroso pubblico della Sala San Pio X di Staranzano, da Nicolò Govoni: il giovane attivista, scrittore e fondatore nonché presidente dell'organizzazione umanitaria “Still I Rise” è stato ospite per l’ultima delle anteprime della quarta edizione del Festival dell’Acqua, ufficialmente in partenza oggi giovedì 21 maggio.

Nel suo spettacolo, “L’uomo che costruiva il futuro”, Govoni ha raccontato le tappe dell’imprevedibile, non lineare, a tratti difficile viaggio che passo dopo passo l’ha portato da un’adolescenza difficile, demotivata e senza prospettive a Cremona fino alla creazione di un’organizzazione no-profit che apre scuole per fornire un’istruzione gratuita e d’eccellenza a ragazzi e ragazze cresciuti in contesti di povertà, conflitto, disagio sociale, sfruttamento del lavoro minorile. Una missione che, dal 2018 ad oggi, ha portato Still I Rise in Grecia, Kenya, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Colombia, Siria, Yemen e India e che è valsa nel 2020 la nomina di Nicolò come candidato al Premio Nobel per la Pace.

Visto dagli inizi, «quando come puro atto di ribellione rubavo biciclette a Cremona chiedendomi quale fosse il mio posto nel mondo», ha raccontato Govoni, tutto questo sarebbe parso impossibile. Tredici anni fa, la prima svolta: l’esperienza come volontario in un orfanotrofio in India, «quando stando vicino a quei ragazzi ho compreso il mio perché nel mondo, ovvero dedicare a loro la mia presenza, il mio esserci, far sentire a loro che per me valevano». E la scelta, terminati quei tre mesi, di trasferirsi in India per restare perché «sentivo che laggiù c’era qualcuno che aveva bisogno di me».

Nicolò sente allora di aver trovato la sua direzione sulla bussola, di avere finalmente dei sogni e dei progetti, ma sarà un’altra inaspettata e apparentemente brusca svolta ad avvicinarlo ancora di più alla strada maestra: la permanenza come volontario nel campo di prima accoglienza per i profughi sull’isola di Samos, in Grecia. Una scelta che il cuore gli ha fatto preferire a un master a New York, portandolo a conoscere da vicino le disumane condizioni di vita che uomini, donne e bambini pativano in quel luogo tra sovraffollamento, mancanza di cibo e di servizi essenziali: uno dei volti della crisi migratoria e del sistema europeo dell’accoglienza, «frutto non del suo malfunzionamento, ma del suo scopo di deterrenza». Parlando della fame nel mondo e di situazioni come quella a Gaza, alla luce del fatto che «ogni anno si produce cibo per 11 miliardi di persone» ma «gli aiuti umanitari non entrano per scelte politiche», Govoni ha sottolineato come «una crisi umanitaria, oggi, è sempre una crisi voluta».

È stato a Samos, dopo aver constatato che «i “buoni” non sarebbero arrivati», che Nicolò e un’altra attivista hanno deciso di fondare Still I Rise, per creare un sistema d’aiuto umanitario indipendente che «ancora oggi si mantiene fedele ai suoi principi e rifiuta i fondi di governi, Onu, Unione Europea e multinazionali non eticamente conformi», basandosi invece sulle donazioni e sul sostegno di molti privati cittadini. L’organizzazione apre così Mazì, la sua prima Emergency School, nel campo profughi dell’isola, allo scopo di restituire l’infanzia e riscattare il destino di bambini e bambine prima che sia troppo tardi attraverso un percorso d’apprendimento accelerato.

Un percorso rivoluzionario, poiché propone gratuitamente una combinazione tra il modello del Baccalaureato Internazionale (programma seguito nelle scuole più elitarie del mondo) con una visione educativa «rivoluzionaria» che rovescia i paradigmi tradizionali: personalizzata e basata sulla centralità dello studente, su obiettivi di concetto e non di contenuto. Il tutto attraverso un’organizzazione non puramente frontale ma collaborativa dello spazio e delle modalità didattiche e con insegnanti che non devono riempire «contenitori vuoti» ma si pongono innanzitutto come mentori che «sanno ascoltare» gli studenti.

«Pur non avendo gli strumenti economici di altre scuole internazionali, abbiamo adottato un approccio che mette al centro le competenze trasversali e ciò che bambini e ragazzi si portano già dentro come bagaglio permettendo loro di recuperare gli anni persi e puntare ad un’eccellenza accademica» ha approfondito Nicolò al termine dello spettacolo per il nostro giornale. «L’errore che si fa spesso, in Italia ma anche altrove in Europa, è vedere la vulnerabilità e il bisogno soltanto come una partenza svantaggiata. Ma un bambino di strada, che chiaramente parte con difficoltà comportamentali, anni d’istruzione che mancano e punti più deboli che vanno sviluppati, ha delle vere skills che altri non hanno, come sapersi arrangiare in ogni contesto ed essere resiliente, vivere costantemente il fallimento e sapersi rialzare: se si riesce a valorizzare ciò come strumento accademico e di vita, quel ragazzo diventerà un fuoriclasse».

Dalla prima scuola emergenziale a Samos, Still I Rise si è via via evoluta, strutturandosi ed espandendosi in nuovi contesti nazionali e sociali. Affrontando le sfiancanti difficoltà logistiche della pandemia, passi falsi, chiusure ed altri errori di percorso, Govoni e collaboratori sono cresciuti mantenendo sempre uno spirito costruttivo e autocritico e un rapporto fiduciario e trasparente con i donatori. Nell’aprile 2024, finalmente, la loro scuola in Kenya è stata certificata e riconosciuta come la prima istituzione che insegna gratis il programma dell’International Baccalaureate nei quartieri più difficili di città come Bogotà, Juba, e Nairobi o in contesti di gravissime e silenziose crisi umanitarie.

Il prossimo obiettivo, ha svelato Govoni, sarà l’apertura di una scuola anche in Italia. «L’Italia è un contesto molto più sofisticato di quelli in cui operiamo adesso, con bisogni sociali molto sfumati e disagi estremamente complessi – ha spiegato - nel nostro cammino stiamo incontrando una progressiva complessità dei bisogni a cui rispondere, ciascuno da affrontare con un modo diverso: stiamo dunque lavorando per rivolgerci all’Italia in un modo che sia fedele al nostro approccio, ma al contempo efficace perché declinato e adattato ad essa nel modo più opportuno».

“L’uomo che costruiva il futuro” è quindi un viaggio, il racconto di un percorso di vita molto personale, ma suona anche come un invito a reagire alle spinte demoralizzanti del presente che vogliono cancellare il futuro o dipingerlo come impossibile. Tra guerre, ingiustizie, crisi umanitarie o l'avanzare di nuove forme di controllo sociale e della stagnazione economica, il domani viene distrutto o appare sempre più fuori dalla portata dei più giovani. «In quest’epoca è indubbia la spinta verso la privazione di diritti e di libertà – ci racconta infine Nicolò, rispondendo a questa considerazione – ma siamo sotto un doppio attacco in cui conta molto il fattore della percezione: non solo abbiamo un assedio di forze ben più grandi di noi, ma abbiamo anche l’assedio psicologico che ci nega le opportunità. Mentre è vero che il mondo si sta complicando, c’è anche una volontà di spaventarci e raccontarci le cose peggio di come sono, come se fossimo già arrivati al punto di non ritorno, la quale ci disinnesca». «Ci convincono che quello che facciamo non possa avere risultato e ce ne convinciamo anche noi, ma in questo modo ci priviamo di quelle uniche opportunità di miglioramento che ancora ci sono – ha concluso il presidente di Still I Rise - per me è importantissimo riuscire a trasmettere a chi ho davanti che è possibile costruire un futuro diverso da quello che vogliono imporci, che è possibile cominciare a farlo dal nostro circondario, da ciò che abbiamo intorno: nel momento in cui tutti dovessero capirlo, diverrebbero tante “bolle” che, unendosi, creerebbero un mondo diverso».  

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