la sentenza
Morte di Enukidze al Cpr, assolti Borile e La Rosa. Si chiudono sei anni di processo
Il giudice Scifo accoglie la richiesta della Procura per l'assoluzione degli imputati. Per la difesa «provata l’innocenza», critiche dalla parte civile.
Sono stati assolti in primo grado durante l’udienza di oggi, 9 giugno 2026, Simone Borile, all’epoca direttore della cooperativa che gestiva il Cpr di Gradisca d’Isonzo, e Roberto Maria La Rosa, operatore addetto al centralino nella notte tra il 17 e il 18 gennaio 2020. Notte nella quale una serie di avvenimenti portarono alla morte del georgiano Vakhtang Enukidze. A pronunciarsi nell’Aula 43 del tribunale di Gorizia il giudice Francesco Scifo dopo l’ultima udienza e il dibattimento che ne è seguito, durato più di tre ore.
L’udienza è iniziata con l’ascolto del testimone Giovanni Colmayer, colonnello del Genio Aeronautico che aveva effettuato alcuni lavori e collaudi all’interno della struttura su indicazione del Ministero dell’Interno. Lo stesso Colmayer ha ribadito di essere stato presente «due o tre volte assieme al responsabile del procedimento, il colonnello Renato Vella» e ad altre persone. Era stato proprio Colmayer a sottoscrivere il verbale di collaudo tecnico provvisorio nel 2015. «Il Ministero dell’Interno – ha precisato il militare – per velocizzare le operazione di riqualificazione dei futuri Cpr si era avvalso della struttura militare dei reparti Genio dell’Aeronautica Militare» e fu il 1° Reparto Genio di Villafranca di Verona a occuparsi di Milano e di Gradisca d’Isonzo. «Non ricordo di aver collaudato personalmente ogni citofono ma erano stati controllati tutti gli impianti», ha precisato.
Il tema del citofono è tornato più volte durante le varie udienze all’interno dei sei anni di processo: la questione è girata attorno al funzionamento o meno dell’apparato in grado di collegare, in caso di necessità o di emergenze, le stanze alla persona addetta al controllo delle telecamere e della situazione.
Enukidze arrivò al Cpr di Gradisca d’Isonzo il 19 dicembre 2019 provenendo dal Cpr di Bari e fu coinvolto in diversi «episodi di danneggiamento, rivolta e violenza», come ha ripercorso la Pm Giulia Villani nel corso del dibattimento. Tra gli eventi riportati anche quello del 12 gennaio 2020 che vide alcuni ospiti fuggire «mentre Enukidze si distingueva per violenza e per resistenza a pubblico ufficiale», come ricostruito dalle indagini. Lo stesso ospite georgiano era stato trasportato in ospedale con l’arrivo dell’ambulanza per ferite da taglio multiple autoinflitte all’avambraccio e all’addome, finendo anche arrestato per resistenza e violenza a pubblico ufficiale, rifiutando alcune terapie.
Stando sempre a quanto ricostruito dalle indagini, l’uomo avrebbe dimostrato in vari momenti «estrema insofferenza e alterazione» dando testate alle vetrate dell’ufficio immigrazione. Dopo un breve periodo nella Casa Circondariale era stato riportato al Cpr scortato dalla Squadra mobile di Gorizia.
La causa della morte, avvenuta tra il 18 gennaio 2020, è da ascrivere, secondo gli esami autoptici eseguiti dal medico legale Carlo Moreschi, a un’overdose da stupefacenti e da benzodiazepine rinvenute in sangue e urine che hanno aggravato una situazione già grave della broncopolmonite in atto. Il tutto ha creato un edema polmonare cui è seguito uno cerebrale e infine l’arresto cardiocircolatorio. Anche l’esame del medico legale Silvano Zancaner, richiesto dalle parti, ha evidenziato l’utilizzo di sostanze stupefacenti da parte del defunto.
Riscontrati, in entrambe le analisi, gli urti da violenza psicomotoria e le lesioni da eventi traumatici che non hanno, però, «intaccato tessuti e quindi non sono da ascrivere in nesso causale col decesso». L’uomo è poi rimasto per ore all’interno della struttura «e pareva che russasse», come hanno riportato vari testimoni: sono stati proprio i compagni di stanza ad allertarsi vedendo l’uomo emettere suoni simili al russare senza, però, capire che si trattava di inibizione dell’apparato respiratorio e che l’uomo stava andando incontro all’edema polmonare. Nessuno, in sostanza, «si è accorto che l’uomo era in overdose finché ha cominciato a schiumare dalla bocca».
Sul fatto si è espressa la parte civile, presente con gli avvocati Pietro Romeo per la famiglia del georgiano e Riccardo Cattarini in rappresentanza del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, secondo cui è «impensabile che nel 2026 non si possa esprimere la necessità di aiuto tramite un citofono ma sbattendo le porte e le sbarre nella speranza di farsi sentire, proprio come gli animali». Era quella la situazione degli ospiti nel periodo preso in esame dal processo.
Sul fatto, le indagini di polizia giudiziaria avevano sottolineato anche, con due test il 27 e 30 gennaio del 2020, come il citofono all’interno della stanza funzionasse ma emettesse solamente un flebile suono e non fosse, dunque, nel pieno delle proprie capacità. La sentenza ha, dunque, confermato la richiesta del Pm che ha chiesto, in fase dibattimentale, l’assoluzione.
È stato l’avvocato Romeo a non «condividere le conclusioni della Pm per ragioni oggettive e soggettive», ribadendo come «entrambi gli imputati avevano una posizione di garanzia che imponeva loro di vigilare in maniera costante su tutti e in particolare su Vakhtang in primis, vista la particolarità del soggetto». Cattarini, dal canto suo, ha chiesto che si possa aprire una situazione di richiesta di risarcimento allo Stato per la situazione e l’esito dell’intera vicenda oltre che «si pensi a dare un segnale al territorio che vive la situazione della presenza del Cpr».
«Dal punto di vista processuale noi abbiamo fatto l’impossibilità affinché si arrivasse a una decisione il più presto possibile», ha ribadito a margine Giorgio Gargiulo. «Abbiamo deciso di essere presenti in un giorno di astensione proprio per la delicatezza del processo. Il rappresentante del pubblico ministero ha ascoltato le nostre istanze, ha cambiato opinione e impostazione rispetto a quella originaria. Basta vedere le modalità in cui il fatto è descritto. Ritengo che da questa vicenda sia stata provata l’innocenza nel massimo rispetto per la tragedia che si è consumata determinata dall’assunzione delle sostanze stupefacenti».
Soddisfatto anche il collega Mattia Basso che ha accolto «la sentenza con grande soddisfazione. Questo è un processo che non avrebbe dovuto iniziare e che per fortuna è finito come doveva». Più critico Cattarini che attende, per commentare, la lettura delle motivazioni della sentenza: «Può essere che dal dibattimento sia emerso qualche dubbio», sono le uniche dichiarazioni.
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