L'intervista
Monsignor Mogavero torna a Gorizia, «realtà unica di frontiera. Accoglienti e non divisivi»
Il vescovo emerito di Mazara del Vallo risponde su vari temi di attualità . L'esempio siculo per poter creare servizi sul territorio.
Un'amicizia decennale lega monsignor Domenico Mogavero, già vescovo di Mazara del Vallo, a Gorizia. Negli scorsi giorni, complice la necessità di incontrare vari amici e conoscenti, il vescovo emerito è tornato a Gorizia. Tra una visita e l'altra ad amici laici e sacerdoti, lo abbiamo incontrato proprio nel cuore della città , in Corte Sant'Ilario. Con lo sfondo della chiesa cattedrale la nostra redazione lo ha incontrato per uno scambio di opinioni su temi di attualità non solo clericale.
Mogavero, nato a Castelbuono, in provincia di Palermo, diocesi di Cefalù, il 31 marzo 1947, del clero di Palermo, è stato ordinato presbitero il 12 luglio 1970 ed eletto alla sede vescovile di Mazara del Vallo il 22 febbraio 2007. Ordinato vescovo il 24 marzo 2007 è divenuto emerito il 29 luglio 2022. Fu proprio durante un viaggio ad Assisi, ancora semplice sacerdote, che conobbe una delegazione di Gorizia.
«Andando a un campo Acr ad Assisi conobbi tre ragazze di Gorizia. Da allora, siamo rimasti amici tanto che alla mia consacrazione episcopale c'era una cospicua delegazione goriziana», ricorda monsignor Mogavero. Una realtà , quella dell'arcidiocesi di Gorizia, «diversa per architettura e tradizioni liturgiche ma ugualmente di confine come quella che mi sono ritrovato a guidare, anni dopo, a Mazara del Vallo». Il presule ricorda i momenti di incontro e quanto si sia costruito nella sua diocesi. «Da tempo c'è ascolto e si garantiscono servizi per chi viene a stabilirsi da noi, consentendo l'integrazione ma anche una convivenza migliore».
La garanzia dei servizi da parte delle parrocchie, dunque, può essere una risorsa: nello specifico un sollievo eventuale per la situazione di Monfalcone (anche se l'apertura della parrocchia del Duomo con l'oratorio San Michele non è stata affatto accolta, nda) ma anche nella tragica Rotta Balcanica. «Dobbiamo essere una Chiesa in cerca di dialogo e accoglienza, non portando a marginalità o isolamento, cosa che io ho vissuto in prima persona gestendo l'Isola di Pantelleria».
Il mare, che nel caso della Sicilia è chiaramente un ponte e non è paragonabile alla situazione migratoria dei Balcani, è stato un elemento, secondo monsignor Mogavero, di vicinanza e di aggregazione: «La barca è l'unico posto in cui tutti sono uguali, hanno gli stessi doveri e gli stessi rischi, che corrono assieme. La Chiesa deve essere così, dove tutti sono uguali ma dove, in questo caso i migranti, si devono poter sentire a casa loro. Tra i progetti che abbiamo messo in piedi a Mazara non solo quelli per le famiglie ma anche per adolescenti e adulti, con corsi di lingua che non devono essere visti, né essere, luoghi o esperienze che obbligano alla conversione; una Chiesa di servizio che sa annunciare il Vangelo».
Tra i temi che abbiamo voluto sottoporre a monsignor Mogavero anche la formazione del futuro clero, consci che la struttura attuale del seminario, «ancora di stampo tridentino e mai cambiata», come conferma il presule, sia obsoleta e da riformare. «A novembre la Cei ha approvato un testo sulla formazione del clero ed è chiaro che il Seminario, in sé, va rivisto perché non accoglie più adolescenti ma giovani uomini di venti, trenta, quarant'anni che devono imparare a gestirsi e a cercare i servizi e che vedano le proprie personalità valorizzate. Il seminario, oggigiorno, fornisce i servizi ma poi? àˆ come dover guidare una barca in mare aperto che prima era gestita da altri. Dobbiamo creare vestiti nuovi e non, nel Terzo Millennio, mettere le toppe».
Sul Sinodo, infine, la posizione è di attesa: «I documenti non hanno mai risolto granché ma c'è da attendere l'elaborato finale. Bisogna, invece, domandarsi chi è il presbitero oggi perché, se all'episcopato vengono elevati più religiosi che diocesani è un segnale ben chiaro di fragilità clericale. Forse l'esempio delle Chiese del Nordafrica, con diocesi enormi e numeri piccoli, ci potrebbero aiutare nel capire il governo, quantomai facile», conclude Mogavero. Â
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