Monsignor Miniussi, un cantore della Bassa nato 110 anni fa

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Monsignor Miniussi, un cantore della Bassa nato 110 anni fa

Di Ferruccio Tassin • Pubblicato il 12 Dic 2021
Copertina per Monsignor Miniussi, un cantore della Bassa nato 110 anni fa

Il ricordo di Ferruccio Tassin del sacerdote, che ha segnato generazioni di studenti.

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Cambiata una “stagione”, quando se ne andò con Dio. Monsignor Umberto Miniussi nacque a Cervignano nel 1911 e della Bassa aveva il carattere forte, sincero e fiero. Bravo di pascolare con la parola, se occorreva; prediche e avvisi corti pieni di sapore. E tutto spesso in friulano in chiesa, anche quando il fascio imponeva il solo italiano. Suo padre lo aveva chiamato Umberto per far dispetto all’Austria (lo aveva tormentato con 4 anni di servizio nella Kriegsmarine); arrivata l’Italia, si era pentito più dei capelli che aveva in testa.

A “Berto” la miseria rimase aggrappata alla schiena, da quando, bambino, tremava per la malaria sui gradini di casa, fin che andò parroco a San Vito al Torre. La gente di Cervignano diceva: ”Non diventa sacerdote; troppo studiare e troppo poco mangiare”. Raccontava che “in seminario avevo bisogno di cibo per due - era alto più di 1 metro e 90 - e mi davano sì e no per mezzo; mi faccio ancora pietà, quando ci penso". Zucche al primo, là, e zucche al secondo, nella loro stagione; per quello, le zucche non le poté più vedere! Da cappellano a Romans, aveva patito miseria, e la Chiesa era ricca. Neanche a San Vito abbondanza.

Poco prima di spegnersi, aveva capito che le cose non funzionavano troppo, e ha cominciato a tacere; prima, però, due prediche capolavoro: per la Madonna; e per un povero diavolo, di quelli che la “gente per bene” derideva. Parole contate, pesanti; di piombo: “Povero - ha chiuso - come Lazzaro, si accontentava delle briciole che cadevano dalla tavola”. Voleva dire che i “ricchi Epuloni” non si erano accorti di lui, e avrebbero dovuto purgarla con Dio, tirate le cuoia, e sbarcati pasciuti nell’altro mondo. Qualche pollo (maschio e femmina), in ultimo, a Visco. Mormorava che si doveva cambiarlo, prendere un giovane.

Dimenticato ciò che aveva seminato in più di 40 anni, dato via anche le brache e tirata su la cultura: teatro, gite, conferenze, pellegrinaggi, giornali, cinema, ricreatorio, giochi (magari, per questo, gli avevano intitolato il ricreatorio!). Come tutti, aveva le sue pecche, ma, per molti aspetti, era un artista. Raramente, a scuola, allungava una sberla; prendere una sberla da lui, era come essere avvolti da una sciarpa, con quei ditoni che giravano attorno alla faccia. Dava il giusto, se occorreva; ceffoni pedagogici, che hanno raddrizzato più di un ragazzo che buttava strambo.

Ai ragazzi voleva bene: rigar dritto e giustizia; paga agli “zaghi”, ogni settimana; qualche merenda extra e, perché non cadessero, quando andavano a “rubar” ciliegie nella braida della canonica, appoggiava la scala all’albero. A scuola, pretendeva, ma non poteva sopportare che riempissero i ragazzi di compiti nelle vacanze. Negli anni Ottanta, un ministro della Prima Repubblica aveva avvertì i genitori, che avrebbero potuto mandarli a scuola qualche ora di più la settimana. A tutti gli scolari erano venute le faville negli occhi, e tanti adoperarono parole poco belle verso il ministro.

Il monsignore, in chiesa, raccontò la novità, ma non poté trattenersi: “Fate quel che volete - ha detto - ma io credo che i ragazzi abbiano anche bisogno e diritto di giocare!”. Subito dopo la messa, in sacrestia, arrivò una delegazione di ragazzi che, come in coro, gridò: “Monsignore, siamo tutti con lei!”. Bravissimo regista per grandi e piccoli, nel teatro, arrivava a correggere i difetti di quelli che recitavano a pappagallo. Bravo nel risparmio, sapeva chiedere con grazia; suo principio era “Spiumare l’oca un po’ alla volta, altrimenti starnazza!”. E la gente gli dava da stancare il braccio; lui, rendeva conto fino al centesimo!

Era artista nella cura del verde, prima che “ecologia” fosse parola conosciuta. Dietro la canonica aveva piantato una vigna, albero di ogni sorte, rose, cipressi, pini, oleandri … “Diceva sempre: “Che cosa devono fare i poveri uccelli, i nidi sui pali del telefono?!”. Artista per il vino; il suo era eccellente. Il primo segno che non era più lui, è stato proprio il vino; quell’anno, aveva preso un sapore strano, e una sera mi disse: “Speriamo di andare in un colpo!”. Invece Dio gli ha fatto purgare su questa terra anche quel che non aveva fatto; giù, di scalino in scalino. Artista anche nel valutare l’antico, restaurò la chiesa in lungo e in largo.

Da bambino aveva la passione per il disegno, e la voglia del colore gli era rimasta. Allora soldi non c’erano, e ha potuto consolarsi solo nella vecchiaia. Dipingeva con tutto: china, matita, inchiostro, biro, tempera, olio… E dipingeva dappertutto: agende, muri, rovescio di fogli usati, pezzi di compensato, per non sprecare denaro con le tele (non era tirato, anzi, splendido, ma gli doleva sprecare). Qualcosa gli riusciva bene e qualcosa meno; col tempo, si era sgrezzato, soprattutto con il colore; aveva imparato proprio da solo.

Nelle figure, gli veniva bene il volto di Cristo nel dolore; bella anche qualche natura morta. Buttava l’occhio su numerosi artisti, poi lavorava col suo. Anche lì, regalava tutto. Da vecchio, aveva capito la pittura moderna; aveva fatto amicizia con Pietro (Pierre) Bosco (artista che era vissuto di pittura a Parigi), che gli regalaò per il battistero, una grande tela col battesimo di Gesù. Un pochi di noi studenti (50/60 anni fa, poca gente poteva studiare) ci portava al cinema e a visitare luoghi che avessero avuto rapporto con l’arte di ogni genere; ci teneva che venissimo su persone di buon gusto.

Una volta, ha trovato in una rivista un quadro di Morandi ed è uscito con una delle sue: “Guardate voi, quello lì vale una grandinata di milioni, e il mio, cui ho aggiunto un fico, neanche un centesimo!”. Latino e greco, per lui, erano uno scherzo: da ragazzo, nelle scuole pubbliche di Gorizia, aveva aiutato qualcuno che si trovava intricato con queste lingue, così integrava il rancio che gli passava il seminario. Da giovane e da prete, aveva dato lezioni di latino, sempre gratis a chi non ce li aveva. Negli ultimi anni aveva ripreso in mano i testi di ebraico, che facilissimo non è.

È stato il cantore della povera gente della Bassa, soprattutto di Cervignano, con la miseria che trionfava, e con tanti che si accontentavano di ridere per non piangere. Gli era rimasta la nostalgia per quel mondo; il vertice del ricordo era per sé, con la “batela dal barba Toni”, sull’Aussa, con le acque limpide di sorgiva, che pettinavano le alghe, mentre la barca scivolava sul fiume. Della Bassa gli era rimasto anche il vestire, soprattutto la mantellina, come la povera gente raffigurata sulle tele di Zigaina. La sua era un po’ più lunga: doveva riparare una o due spanne di più di una statura media, e aveva anche da nascondere quello che metteva sotto per dare a chi mancava… e senza fare chiasso.

Nella foto: mons. Umberto Miniussi, il pittore Pierre Bosco e il quadro (un esempio di “primitivismo”) donato per il battistero della parrocchiale di Visco.

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