Monfalcone inaugura le prime Pietre d'inciampo: ricordati quattro concittadini mai tornati di Lager

Monfalcone inaugura le prime Pietre d'inciampo: ricordati quattro concittadini mai tornati dai Lager

LA CERIMONIA

Monfalcone inaugura le prime Pietre d'inciampo: ricordati quattro concittadini mai tornati dai Lager

Di Enrico Valentinis • Pubblicato il 16 Gen 2026
Copertina per Monfalcone inaugura le prime Pietre d'inciampo: ricordati quattro concittadini mai tornati dai Lager

Camillo Donda, Alberto Spimpolo, Giovanni Marcatti e Natale Marchese furono prelevati e non fecero ritorno. Fasan, «inizio di un percorso per non dimenticare».

Condividi
Tempo di lettura

È stata incastonata proprio nel marciapiede dinanzi alla storica abitazione di Camillo Donda, la prima delle quattro pietre d’inciampo inaugurate stamane, venerdì 16 gennaio, nel Comune di Monfalcone, che proprio a partire da questo "quartetto" vuole mantenere viva la memoria degli oltre cento cittadini monfalconesi vittime del regime nazifascista, dei quali solo poco meno della metà fece ritorno nelle proprie case e dalle proprie famiglie. «Quello di oggi è un momento fondamentale per Monfalcone – ha sottolineato il presidente di Aned, Libero Tardivo – con questi piccoli gesti rendiamo immortale una memoria fondamentale, che tiene in vita ancora molti di coloro che hanno perso la vita nei campi di concentramento nazisti».

Ed è proprio con questa prima “tappa della memoria” che è stato ricordato Donda, davanti al cancello della sua casa, sita al civico 8 di via Monti. Considerato a partire dal 1934 un nemico dello Stato, l'uomo venne incarcerato e successivamente, nel 1943, deportato nel campo di concentramento di Mauthausen, dove perse la vita durante la liberazione del campo, avvenuta alla metà del 1945.

Presenti all’evento anche gli studenti degli istituti Pertini, Giacich e Randaccio che, nel corso dei quattro appuntamenti, hanno voluto personalmente dedicare alcune parole in memoria delle vittime ricordate durante la cerimonia. A raccontare la figura di Camillo Donda è stata anche la nipote Paola Di Florio: «Ricordare Camillo vuol dire anche tenere viva la memoria di tutti coloro che hanno lottato contro il nazifascismo e perso la vita per il nostro Paese – ha affermato – è necessario parlare e approfondire temi come questi per evitare che possano ripetersi in futuro».

Ha definito questo tipo di incontri «fondamentali» il sindaco Luca Fasan, che ha sottolineato l’importanza di queste cerimonie: «Quello di oggi è solo un inizio – ha spiegato – nel tempo inseriremo in città altre pietre d’inciampo, in modo da non far mai morire la memoria dei nostri concittadini scomparsi a causa della deportazione». È intervenuta anche il Prefetto di Gorizia, Ester Fedullo, che ha definito le pietre d’inciampo come «uno spunto di riflessione sulle storie di coloro che si sono sacrificati per noi». Al termine della prima tappa, il presidente Tardivo ha consegnato simbolicamente al sindaco Fasan la tessera e il fazzoletto a strisce bianche e blu dell’Anmil.

È seguita poco dopo la seconda parte della cerimonia, spostata in via Vecellio 34, dove è stato ricordato Alberto Spimpolo, classe 1924, arrestato giovanissimo sul Carso triestino insieme al fratello nel 1944 e successivamente deportato nel lager di Neuengamme . Impiegato come operaio aeronautico, Alberto perse la vita a causa di una setticemia appena un anno dopo, poco prima della liberazione del campo. A ricordarlo sono state le nipoti Annalisa e Fabrizia che, attraverso alcuni racconti del padre, fratello di Alberto, sono riuscite a ricostruire parte degli ultimi momenti di vita di quello zio mai conosciuto: «Papà non parlava mai di come fosse morto lo zio Alberto, era troppo difficile e doloroso per lui ricordare quei momenti drammatici – raccontano le due sorelle – dopo la fine delle guerra solo nostro padre fece ritorno, malato e fortemente sottopeso. Ad oggi nessuno di noi sa ancora dove sia sepolto nostro zio».

La memoria è poi proseguita con la terza tappa nella piazzetta della chiesa di San Poletto, dove è stato ricordato Giovanni Marcatti. Arrestato appena ventiquattrenne dalle SS nel settembre del 1944, dopo un periodo di detenzione nel carcere del Coroneo di Trieste, venne deportato con il convoglio 116 nei primi mesi del 1945. Stremato dalle condizioni di prigionia, Giovanni fu ucciso da un soldato delle Schutzstaffel con un colpo alla nuca nel maggio del 1945, durante il trasferimento forzato dei detenuti verso un campo più piccolo, mentre quello in cui si trovava era già stato liberato.

Ultimo incontro quello svoltosi in via IV Novembre 16, edificio dove ha vissuto Natale Marchese, siciliano d'origine ma residente da diverso tempo a Monfalcone e impiegato all’anagrafe del Comune di Ronchi dei Legionari. Arrestato nel 1943, venne poi deportato nel novembre del 1944 con l’accusa di aver appositamente falsificato dei documenti comunali. Natale Marchese trovò la morte nei primi mesi del 1945 nel campo di concentramento di Gusen. A testimoniare la vita di Natale è stata la famiglia e la figlia novantaduenne Carmen: «Penso ancora oggi a mio papà ed è per me difficile far rivivere questi ricordi amari e difficili – ha commentato con commozione – ricordo ancora quel giorno che, affacciandomi dalla finestra, vidi una camionetta dei tedeschi sfrecciare lungo questa strada: a bordo c’era mio padre e lì capii che non avrebbe mai più fatto ritorno a casa».

Rimani sempre aggiornato sulle ultime notizie dal Territorio, iscriviti al nostro canale Telegram, seguici su Facebook o su Instagram! Per segnalazioni (anche Whatsapp e Telegram) la redazione de Il Goriziano è contattabile al +39 328 663 0311. 

Articoli correlati
...
Occhiello

Notizia 1 sezione

...
Occhiello

Notizia 2 sezione

...
Occhiello

Notizia 3 sezione

×