Gli Eggenberg e il potere, la storia nella fortezza di Gradisca

E DI EGGENBERG

Gli Eggenberg e il potere, la storia nella fortezza di Gradisca

Di Vanni Feresin • Pubblicato il 06 Mar 2022
Copertina per Gli Eggenberg e il potere, la storia nella fortezza di Gradisca

La dinastia nobiliare che volle mettere le mani sul territorio, interrottasi nel 1717.

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Nel mese di aprile verrà curato dall'Istituto per gli Incontri culturali mitteleuropei (Icm) un convegno dedicato al tema di Gradisca nell'età moderna dal Trattato di Worms 1521 alla fine dello Stato Gradiscano 1754, con particolare riferimento alla famiglia dei principi di Eggenberg e alla presentazione di documentazioni inedite.

Il 23 febbraio 1717 ci fu l'estinzione del ramo mascolino della famiglia e fine della dinastia degli Eggenberg. Il loro è un nome abbastanza poco noto dalle nostre parti, che dice qualcosa forse soltanto a chi conosce la capitale della Stiria e si è recato nei suoi dintorni a visitare il bellissimo castello barocco costruito a partire dal 1625 per volontà di Giovanni Ulrico Eggenberg, ricco e potente signore vissuto dal 1568 al 1634, divenuto principe grazie alla sua vicinanza all’Imperatore Ferdinando II d’Asburgo.

Gli Eggenberg, dunque, a cavallo tra Cinquecento e Seicento volevano imporsi non solo politicamente, ma erano una famiglia colta e interessata alle arti e all’architettura. Ciò che mancava, però, al completamento della loro ascesa era un seggio nella Dieta del Sacro Romano Impero. Erano principi dal 1625 ma non possedevano territori immediatamente soggetti all’Impero. Ed è per questa ragione che la vicenda di questa famiglia stiriana, dotata anche di grandi possedimenti in Boemia attorno alla città di Krummau (l’odierna Cesky Krumlov), si incrocia col destino della fortezza di Gradisca, un luogo che forse al principe Giovanni Ulrico era del tutto ignoto prima che gli venisse prospettata la possibilità di diventarne il proprietario.

Ma questa opportunità non toccò a lui, che morì nel 1634, bensì a suo figlio Giovanni Antonio una decina d’anni più tardi. L’importanza di Gradisca da oltre un secolo era legata alle sue strutture fortificate che costituivano uno strumento di difesa e di controllo di una zona su cui convergevano molti appetiti e molte ambizioni. La sua costruzione risaliva al 1479 (come ricorda una lapide tuttora conservata nel Lapidario gradiscano collocato sotto la Loggia dei Mercanti) quando la Repubblica di Venezia si era trovata a dovere difendere i confini orientali del territorio friulano in cui era subentrata al Patriarcato di Aquileia dalla minaccia delle incursioni turche, che si erano intensificate dalla metà del secolo XV.

In realtà la nuova fortezza eretta sulla riva dell’Isonzo - un’impresa lunga e costosa che gravò pesantemente sulle comunità locali - si rivelò del tutto insufficiente a costituire un baluardo di fronte all’aggressività degli Ottomani, che arrivavano in migliaia, varcavano i passi del Carso, e attraversavano l’Isonzo senza incontrare resistenza e poi dilagavano in Friuli per tornare rapidamente sui loro passi carichi di bottino e prigionieri. Un altro motivo di debolezza di Gradisca era la prossimità con un altro pericoloso avversario della Repubblica di Venezia, l’imperatore Massimiliano I che era subentrato nella proprietà della Contea di Gorizia al casato della val Pusteria cui apparteneva da secoli, estintosi nell’aprile 1500.

Massimiliano I era ben più forte e temibile del conte di Gorizia e soprattutto aveva mire espansioniste. Già una decina d’anni dopo l’annessione di Gorizia riuscì a impossessarsi anche di Gradisca, strappata a Venezia in occasione della guerra della Lega di Cambrai, conclusasi nel 1511. Solo dopo trent’anni la fortezza, costruita per proteggere il territorio veneziano, assumeva un ruolo strategico contro Venezia. Per quest’ultima fu un grande smacco, difficile da sopportare, e per decenni continuò un intenso lavoro diplomatico teso a recuperare il controllo della fortezza sull’Isonzo. Ma gli Austriaci non aderirono a nessuna proposta, per cui fu necessario considerare l’ipotesi di una nuova piazzaforte difensiva in territorio friulano.

Fu così che a partire dal 1593 venne progettata e costruita Palmanova, anche se questo non significava una rinuncia definitiva. Infatti per Venezia, se la diplomazia aveva fallito, rimaneva ancora una soluzione estrema: quella della guerra. Fu così che alla fine del 1615 tra la Repubblica di Venezia e l’arciduca Ferdinando d’Austria scoppiò la cosiddetta «Guerra Gradiscana» ricordata con questo nome perché si svolse per la gran parte attorno alla fortezza. Ufficialmente, però, il conflitto era sorto a causa delle aggressioni dei pirati Uscocchi contro le navi venete lungo le coste della Dalmazia.

Venezia riteneva che dietro i pirati ci fosse la volontà dell’arciduca d’Austria di danneggiare i traffici veneti nel Mare Adriatico. Il Senato veneziano decise di scatenare la guerra nella convinzione di vincerla facilmente sia per la superiorità marittima, sia per il possesso della nuova fortezza di Palma. L’inizio della campagna fu favorevole, in effetti, a Venezia, che riuscì ad occupare in pochissimo tempo la campagna attorno a Gradisca e ad isolare la fortezza. La resistenza degli arciducali fu invece molto lunga nonostante il massiccio bombardamento, e alla fine i Veneti, dopo alterne vicende, desistettero, e l’assedio fu tolto nel 1617.

Nella difesa di Gradisca ebbe un ruolo molto importante il capitano Riccardo di Strassoldo anche se non riuscì a evitare gli enormi danni alle fortificazioni e alle case. Palazzo Strassoldo, nell’attuale via Ciotti, ricorda ancora il legame di questa famiglia con Gradisca. Da queste vicende Gradisca ricavò grande fama ma anche, come si è detto, danni ingentissimi e l’opera di restauro apparve subito imponente e non immediata. L’Impero era impegnato nell’ancor più onerosa guerra dei Trent’anni (1618-1648). Cercò di approfittarne la Repubblica di Venezia offrendo ripetutamente alla Casa d’Austria ingenti somme di denaro per acquistare la fortezza che non era riuscita a prendere con le armi.

Ma l’Imperatore, pur nelle difficoltà in cui si trovava, non si lasciò tentare dalle proposte veneziane e decise, invece, di trasformare la Capitanìa di Gradisca in «Contea Principesca sovrana e immediata dell’lmpero Germanico» comprendente la fortezza e altre 52 località, e di venderla nel 1647 al principe Giovanni Antonio di Eggenberg che così acquistava il tanto auspicato seggio nella Dieta del Sacro Romano Impero. Il suo stemma, carico di simboli di città, dimostra la vastità dei suoi possedimenti. Per quanto riguardava Gradisca, comunque, la condizione principale era che la proprietà della contea tornasse alla Casa d’Austria in caso di estinzione della famiglia.

Tutto il carico dei danni di guerra passava alla nuova famiglia regnante, che disponeva di enormi risorse finanziarie e poté farvi fronte. Scoprì ben presto però che non aveva fatto un buon affare. Molte delle rendite del territorio erano già assegnate anticamente a diverse famiglie nobili della zona e dunque le entrate che si potevano riscuotere erano molto minori del previsto. Un’altra sfortunata circostanza allentò quasi subito il legame fra la famiglia Eggenberg e Gradisca: nel 1649, solo due anni dopo avere acquisito la proprietà della nuova Contea principesca, Giovanni Antonio Eggenberg morì improvvisamente a 39 anni e lasciò una vedova, la principessa Annamaria di Brandeburgo e due figli piccoli.

Il governo del territorio fu inevitabilmente affidato a delegati, non sempre capaci di gestire i problemi che erano soprattutto i difficili rapporti con Gorizia, gli atteggiamenti non sempre leali dei nobili e le controversie di confine con Venezia. Ma finalmente nel 1656 Annamaria nominò la persona giusta, il conte Francesco Ulderico della Torre, che era ben noto alla famiglia Eggenberg. Infatti era il primogenito di Gianfilippo, signore di Duino e Sagrado e amico di Giovanni Ulrico Eggenberg, nonché suo padrino di battesimo. Egli governò per trent’anni, fino alla morte avvenuta nel 1695, e fu un Capitano molto attento agli interessi e all’autonomia della città.

Autonomia che si manifestò, sia pure per pochi anni, con l’esercizio del Diritto di zecca che si realizzò nel conio del tallero di Gradisca. Molte sono le imprese finalizzate allo sviluppo sociale ed economico di Gradisca volute dal della Torre: egli creò il primo magazzino pubblico di cereali, le prime scuole, e il Monte di Pietà, un’istituzione che cercava di proteggere i poveri dall’usura, e che ebbe sede in un elegante palazzo tuttora integro nella struttura e nelle decorazioni; introdusse anche l’industria serica, dalla dipanatura dei bozzoli alla tessitura e tintura della seta. Portò inoltre alcune attività artigianali da Venezia, tra cui la produzione di calze di seta; costruì una loggia pubblica per le riunioni private degli stati e rese molto più sontuoso l’aspetto urbano della città fortificata.

Nei settant’anni in cui Gradisca fu capoluogo della Contea Principesca creata per risarcire i principi Eggenberg, la città conobbe dunque il momento di maggiore splendore della sua storia. Una pace duratura e un’azione di governo saggia ed illuminata assicurarono un ordinato sviluppo urbano, economico e sociale, e fecero assumere a Gradisca il carattere di centro residenziale in contrapposizione a quello di cittadella militare. Il formarsi di un consorzio nobiliare locale in concorrenza con Gorizia arricchì la vita sociale e contribuì a migliorare anche l’immagine della città con la comparsa di sobri ma eleganti palazzetti lungo le vie principali.

Francesco Ulderico della Torre era in realtà il vero principe di Gradisca e a dimostrarlo c’è anche Palazzo Torriani, una grandiosa dimora, quasi una reggia, che egli volle costruire per la sua famiglia più che per sé, per i fratelli e nipoti, dato che non aveva né moglie né figli. Morì nel 1695 a Venezia, dove svolse per anni il prestigioso ruolo di ambasciatore dell’Imperatore d’Austria presso la Serenissima, e gli furono riservati i solenni funerali che erano dovuti ai personaggi illustri. I suoi successori a Gradisca non furono alla sua altezza e dall’inizio del ’700 anche le vicende della famiglia Eggenberg precipitarono rapidamente.

I due orfani del primo sovrano Giovanni Antonio, cioè Giovanni Cristiano e Giovanni Sigfrido, furono dichiarati maggiorenni nel 1664 ma fra di loro per molti anni non ci fu accordo per la divisione dell’eredità: solo nel 1672 fu stabilito, con la mediazione dell’Imperatore, che al primogenito Giovanni Cristiano andassero i beni in Boemia, Alta Austria e Bassa Austria, compresa la Contea di Gradisca, mentre al fratello rimanevano i possedimenti in Stiria (tra cui il Castello di Graz su cui investì somme ingentissime fin quasi a rovinarsi) e in Carniola.

Ma la situazione sarebbe cambiata di nuovo perché Giovanni Cristiano morì nel 1710 senza eredi e il fratello ed erede lo seguì nella tomba già nel 1713. La serie dei lutti però era destinata a continuare determinando il tragico destino della famiglia: l’unico figlio di Giovanni Sigfrido, Giovanni Antonio II, morì tre anni dopo a 47 anni, lasciando tutto l’immenso patri monio degli Eggenberg al piccolo Giovanni Cristiano II, di appena dodici anni. L’anno dopo, un attacco di appendicite portò via anche questo ragazzo, l’ultimo Eggenberg. Rimasero solo due sorelle, e il patrimonio - tranne Gradisca - passò alle loro famiglie.

Nella chiesa di Maria Hilf di Graz si trovano le sepolture di Giovanni Cristiano II, del prozio Giovanni Cristiano I e dell’antenato Giovanni Ulrico, il primo che emerse e acquisì grande potere alla corte dell’Imperatore Ferdinando. L’indipendenza della Principesca contea finì perciò con l’estinzione del ramo mascolino degli Eggenberg nel febbraio del 1717; la città conservò un’amministrazione particolare per oltre trent’anni ma il 30 giugno 1754 venne assorbita dalla Contea Principesca di Gorizia per divenire la nuova Principesca Contea di Gorizia e Gradisca.

Nell'immagine: Giovanni Antonio II di Eggenberg, ritratto nel castello di Cesky Krumlov

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