Lettere - X MAS in municipio, Marilisa Bombi: «pericolosa l'equiparazione alla deportazione ebraica»

Lettere - X MAS in municipio, Marilisa Bombi: «pericolosa l'equiparazione alla deportazione ebraica»

LA LETTERA

Lettere - X MAS in municipio, Marilisa Bombi: «pericolosa l'equiparazione alla deportazione ebraica»

Di MARILISA BOMBI • Pubblicato il 19 Gen 2026
Copertina per Lettere - X MAS in municipio, Marilisa Bombi: «pericolosa l'equiparazione alla deportazione ebraica»

La giornalista contesta l'accoglienza ufficiale dell'Ente nei confronti della delegazione nel ricordo di Tarnova a pochi giorni dal 27 gennaio.

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Ci scrive la giornalista goriziana Marilisa Bombi riguardo la recente cerimonia della X MAS svoltasi nel Palazzo municipale di Gorizia, sollevando interrogativi sul modo in cui le istituzioni esercitano la memoria pubblica. Al centro del suo intervento emerge la criticità  dell'accoglienza ufficiale della delegazione da parte del Comune, in una data simbolicamente connessa alla battaglia di Tarnova, episodio storico controverso e segnato anche da gravi violenze contro la popolazione civile. [E.V.]

Sabato 17 gennaio, l'assessore alla cultura del Comune di Gorizia ha accolto ufficialmente, nella sede municipale, una delegazione della Xª MAS, che ha deposto una corona in memoria dei deportati durante l'occupazione della città  da parte dell'esercito jugoslavo. L'iniziativa si è svolta in una data che richiama la battaglia della Selva di Tarnova, combattuta tra il 19 e il 21 gennaio 1945. Si tratta di un episodio storicamente complesso e doloroso, ancora oggi oggetto di letture e strumentalizzazioni contrapposte, ma che resta indissolubilmente legato anche a una violenza diffusa contro la popolazione civile: durante e dopo quei giorni, numerosi abitanti della zona di Tarnova furono uccisi, rendendo quell'evento non solo uno scontro armato, ma una tragedia che colpì direttamente una comunità .

Proprio per questo, la scelta di richiamare simbolicamente Tarnova attraverso una cerimonia istituzionale avrebbe richiesto particolare cautela, un chiaro inquadramento storico e un'attenzione estrema ai simboli coinvolti, per evitare semplificazioni, sovrapposizioni improprie o letture che rischiano di oscurare la sofferenza delle vittime civili. Esiste una lettura storiografica secondo cui quella battaglia avrebbe ritardato l'avanzata delle truppe jugoslave verso Gorizia. Si tratta tuttavia di una tesi discussa e controversa, che non trova unanime consenso tra gli storici e che, in ogni caso, non può essere assunta come fondamento simbolico o morale di una commemorazione ufficiale.

L'occupazione di Gorizia da parte delle truppe jugoslave avvenne nel maggio del 1945, in un contesto temporale e politico distinto rispetto agli eventi di Tarnova. La sovrapposizione di questi piani, attraverso una cerimonia ufficiale, rischia di produrre una lettura semplificata e fuorviante di una vicenda storica complessa. Colpisce inoltre la collocazione temporale dell'iniziativa: essa avviene a pochi giorni dalla Giornata della Memoria del 27 gennaio, che ricorda la Shoah e che, per Gorizia, significa la deportazione dell'intera comunità  ebraica cittadina, arrestata nel novembre del 1943 e deportata ad Auschwitz dai nazisti, con il supporto attivo dei fascisti locali.

Mi chiedo come sia possibile tenere insieme, senza alcuna spiegazione pubblica, questi diversi livelli della memoria. Da un lato l'impegno – giusto e necessario – del Comune nel riaprire e valorizzare la Sinagoga di Gorizia, riconoscendone il valore storico, culturale e civile; dall'altro l'accoglienza ufficiale, nel Palazzo municipale, di una formazione militare che fu parte integrante dell'apparato della Repubblica Sociale Italiana, direttamente coinvolta nella repressione e nella collaborazione con il nazismo. La memoria non è una successione di cerimonie isolate. àˆ un sistema di coerenze, di responsabilità , di scelte simboliche. E quando è esercitata dalle istituzioni non può essere selettiva, ambigua o decontestualizzata.

Gorizia è una città  di confine anche nella sua storia più dolorosa. Proprio per questo dovrebbe praticare una memoria pubblica rigorosa, fondata sui fatti e sulle date, capace di distinguere tra vittime, carnefici e responsabilità  storiche, senza sovrapposizioni improprie. Non si tratta di negare il dolore di nessuno, ma di chiedere alle istituzioni di non confondere i piani e di non legittimare, nemmeno indirettamente, simboli e formazioni che appartengono a una storia di violenza e oppressione. La memoria, se privata di contesto e coerenza, smette di essere un atto civile e diventa un esercizio pericoloso. 

Foto di Rossana D'Ambrosio 

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