L’accoglienza ci fa bene, ma ognuno è chiamato alla propria responsabilità

La lettera

L’accoglienza ci fa bene, ma ognuno è chiamato alla propria responsabilità

Di I.B. • Pubblicato il 19 Nov 2022
Copertina per L’accoglienza ci fa bene, ma ognuno è chiamato alla propria responsabilità

Ci scrive Paolo Cappelli, presidente dell'Azione cattolica dell'arcidiocesi di Gorizia sul tema dell'accoglienza in un momento in cui crescono gli arrivi anche nel Goriziano.

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In queste settimane sta crescendo la preoccupazione per la nuova ondata di rifugiati approdati in Italia dopo drammatici viaggi della speranza attraverso la rotta mediterranea o attraverso la rotta balcanica. Come affrontare allora questo tema?

In primo luogo, non considerandolo più come un emergenza ma come un fenomeno che ci accompagnerà sicuramente nei prossimi anni. Di fronte ad esso l’Italia e l’Europa devono trovare risposte adeguate, che vadano appunto oltre la logica della emergenza, della ipocrisia e degli egoismi. La realtà dei migranti ci interpella tutti, come cittadini e come cristiani.

Chiunque di noi potrebbe essere una persona in cerca di una vita fuori da guerra, persecuzione, fame e miseria, basterebbe essere nati in un'altra parte del mondo. Altresì ci interpella anche come parte di una economia che ha gestito per molto tempo meccanismi di sviluppo basati sullo sfruttamento di altri popoli e della natura, che ha provocato squilibri e conflitti che certo non sono estranei alle migrazioni di oggi.

Non giova certamente ricorrere ad un atteggiamento di ostilità e di chiusura, alimentando la preoccupazione e la paura dei cittadini, facendo leva sulla paura delle persone, specie quelle che oggi sono più in difficoltà. Così facendo non si fa che creare un clima di timore e di ostilità, che non aiuta né a capire quanto sta accadendo, né a trovare soluzioni positive. Si fa crescere una mentalità basata sulla confusione, sulla paura e sull’indifferenza, sulla semplificazione. Non sono però altrettanto condivisibili posizioni che negano il tema sottovalutandolo e che riducono tutto ad un “buonismo” di facciata, spesso ipocrita, utilizzandolo poi come elemento di scontro politico.

Si tratta allora di creare le condizioni culturali che facilitino l’accoglienza e l’integrazione, sia in campo civile e istituzionale sia anche nelle nostre comunità cristiane. In tal senso come associazione abbiamo offerto occasioni di riflessione sul tema, voglio ricordare l’incontro dello scorso anno sul tema della rotta balcanica con il reporter di Avvenire Nello Scavo. Per questo crediamo che in tempi come questi sia necessario abbandonare le sterili ed inutili polemiche o i tentativi di dare risposte semplici a problemi complessi come quello delle migrazioni. Da dove partire allora?

Proviamo a riprendere in mano i riferimenti ai principi ed ai valori che stanno alla base della convivenza civile sanciti dalla nostra Costituzione: l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani, il rispetto e la dignità di ogni persona, la possibilità di dialogo tra persone di idee e origini diverse, la solidarietà e la giustizia. Principi e orientamenti che vengono in ogni occasione rilanciati da Papa Francesco, che ci invita a non girare la testa dall’altra parte di fronte alle tragedie del nostro prossimo, a “costruire ponti e non muri” Crediamo perciò che anche nelle nostre città e paesi occorra costruire un clima sereno di dialogo e di apertura.

È una responsabilità che abbiamo verso noi stessi, verso i nostri anziani per essere degni di loro, verso i nostri figli e nipoti, affinché possano crescere con il buon esempio degli adulti. Una presa di coscienza dove cittadini, Stato ed enti locali sono chiamanti alle proprie responsabilità non sottraendosi da quanto sancito dalla Costituzione e dalla Legge. 


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