Le lacrime per l'erede degli Asburgo, l'arciduca e la sua devozione a Joannis

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Le lacrime per l'erede degli Asburgo, l'arciduca e la sua devozione a Joannis

Di Ferruccio Tassin • Pubblicato il 25 Dic 2021
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Quel giorno del 1914 segnò nel lutto queste terre. Il racconto di Ferruccio Tassin.

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Non c’è mistero sull’attaccamento delle popolazioni friulane alla Casa d’Asburgo: lo rilevavano nelle loro relazioni i Provveditori di Palma fin dal Seicento.  Lo stesso si verificò al momento dell’assassinio di Sarajevo, nel 1914. Certo, la sensibilità della gente non aveva basi ideologiche; le era certamente sconosciuto che Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero austro-ungarico, fosse un teorico del trialismo, cioè un sostenitore della associazione di alcuni popoli degli slavi del sud per ampliare le basi dell’impero.

A Grado, per i funerali di Francesco Ferdinando e della consorte Sofia von Chotek, tutte le feste vennero sospese, compreso un concerto in spiaggia e “si ricordava piangendo l’ultimo soggiorno dell’Arciduca tra noi”. Fin nelle liberali Cervignano e Scodovacca, lutto intenso, sottolineato da manifestazioni esterne e, in numerosi comuni, la decisione di devolvere offerte all’orfanotrofio friulano di Gradisca - una preziosa iniziativa dell’on. Luigi Faidutti -, in memoria degli assassinati.

Ad Aiello, la “piccola Vienna”, per otto giorni le case espongono bandiere pavesate a lutto. L’arciduca era popolare nella Contea di Gorizia anche perché quivi aveva soggiornato e contava amici come il bar. Locatelli e l’architetto Max Fabiani, che insegnava a Vienna e gli aveva restaurato diversi castelli. Di Francesco Ferdinando era il castello di Miramare. Ma a renderlo popolare nella Bassa fu un gesto di devozione manifestato a Joannis, nel marzo del 1913. Ne diede notizia “Il Popolo”, organo della Federazione friulana dei consorzi agricoli.

L’arciduca viaggiava in incognito, quando, nel paese della Bassa, notò il parroco, in cotta e stola, con il sagrestano. Subito mandò il maggiordomo ad informarsi se portasse il Santissimo a qualche infermo, nel qual caso, con la consorte, era pronto a scendere dalla macchina e a inginocchiarsi in segno di devozione. Il parroco, invece, andava a benedire le case e tutto si concluse con ampi cenni di saluto.

“Appena il fatto edificante venne a cognizione della popolazione, questa fece infiniti commenti lodando ed esaltando la profonda religiosità del Serenissimo Arciduca ereditario”; non mancò il commento moralistico del giornale: “Veramente un esempio da imitare ed una severa lezione per certi superuomini dalle zucche… vuote”. A quello che si sa, la fede dell’erede al trono era profonda, nutrita e sincera.

Nella foto: l’Arciduca Francesco Ferdinando e consorte, in un’immagine di repertorio.

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