gestione delle acque
Isonzo, verso il nuovo bacino di compensazione: servono almeno due anni per il via libera
La Regione ha stanziato 14 milioni per mitigare gli effetti degli sbalzi di portata. Previsto un invaso da un milione di metri cubi dopo la demolizione della traversa di Ponte Piuma.
La realizzazione del nuovo sistema di compensazione delle portate dell’Isonzo richiederà ancora tempo. Per arrivare all’approvazione definitiva del progetto destinato a mitigare gli effetti dei deflussi discontinui del fiume, il cosiddetto hydropeaking, saranno necessari almeno 24 mesi tra studi preliminari, valutazioni tecniche, autorizzazioni e confronti istituzionali.
È quanto emerso durante l’audizione del Consorzio di bonifica della Venezia Giulia davanti alla IV Commissione del Consiglio regionale, presieduta da Giuseppe Ghersinich, su richiesta del consigliere Alberto Budai. L’incontro è servito a fare il punto sul progetto che interessa il tratto dell’Isonzo tra Slovenia e Italia e che punta a risolvere una problematica che si trascina da decenni.
L’intervento, promosso dalla Regione e sviluppato dal Consorzio di bonifica della Venezia Giulia, prevede la ricalibratura delle portate del fiume, la rimodulazione del bacino di compensazione e la realizzazione di un nuovo invaso tra due sbarramenti dopo la demolizione dell’attuale traversa di Ponte Piuma. Il percorso dovrà però passare attraverso il Documento di fattibilità delle alternative progettuali, le valutazioni della Regione e del Gruppo europeo di cooperazione territoriale (Gect), il Provvedimento autorizzatorio unico regionale e gli ulteriori passaggi amministrativi previsti.
A introdurre il tema è stato l’assessore regionale alla Difesa dell’ambiente Fabio Scoccimarro. «Si tratta di una questione aperta dal 1947 con il Trattato di Parigi e poi con gli Accordi di Osimo del 1975», ha ricordato. L’assessore ha sottolineato come la Giunta regionale abbia fortemente sostenuto il progetto, finanziandolo con 14 milioni di euro nell’Assestamento di bilancio del 2024.
Secondo le stime illustrate in Commissione, le soluzioni allo studio consentirebbero di recuperare una capacità d’invaso di circa un milione di metri cubi d’acqua. Un risultato ritenuto fondamentale per contrastare gli improvvisi sbalzi di portata che oggi interessano il fiume anche quattro volte al giorno.
«Non si tratta di fenomeni legati alle condizioni climatiche – ha spiegato Scoccimarro – ma alle dinamiche del mercato dell’energia elettrica. Queste variazioni rendono problematica l’irrigazione nell’Agro Cormonese e critica quella dell’Agro Monfalconese, oltre a non garantire il deflusso minimo vitale necessario alla tutela dell’ecosistema fluviale e delle specie autoctone».
Per comprendere le origini della situazione attuale occorre tornare agli Accordi di Osimo del 1975, sottoscritti tra Italia e Jugoslavia e oggi di competenza della Slovenia. L’intesa regolava la gestione delle acque dell’Isonzo prevedendo la realizzazione di una diga per la produzione di energia elettrica in territorio allora jugoslavo e garantendo al tempo stesso le necessità irrigue della pianura a sud di Gorizia.
Il trattato fissava parametri precisi per i rilasci d’acqua a Salcano: una portata massima di 120 metri cubi al secondo, una minima di 12,5 e una media concordata di 25 metri cubi al secondo. Proprio la variabilità delle portate portò successivamente la commissione incaricata a prevedere la costruzione di un bacino di rifasamento in territorio italiano, nel Comune di Gorizia, per attenuare gli sbalzi provocati dall’attività della centrale idroelettrica.
L’opera venne finanziata nel 1978 e progettata nella seconda metà degli anni Ottanta, ma non fu mai realizzata. Da allora la questione è rimasta aperta, mentre negli ultimi anni la Regione ha più volte sollecitato un confronto con la Slovenia. Come riferito nel corso dell’audizione, alle richieste italiane di concordare alcuni interventi è stato risposto che le modifiche effettuate restavano comunque all’interno dei limiti previsti dagli accordi internazionali.
Durante la seduta sono intervenuti il presidente del Consorzio di bonifica della Venezia Giulia Enzo Lorenzon, il vicepresidente Fabio Coser, il direttore Daniele Luis e la componente dello staff Silvia Caruso. I rappresentanti del Consorzio hanno illustrato l’evoluzione della gestione del fiume, ricordando come in territorio sloveno siano state realizzate negli anni diverse opere, tra dighe, traverse e impianti di ripompaggio, mentre sul versante friulano siano presenti esclusivamente traverse, senza capacità di accumulo delle acque.
Particolare attenzione è stata dedicata all’esperienza del Laboratorio Isonzo, sviluppata tra il 2010 e il 2012 e caratterizzata dal coinvolgimento dei principali portatori di interesse del territorio. Da quel percorso emerse la necessità di rinegoziare i rilasci previsti dagli Accordi di Osimo, obiettivo però perseguibile soltanto attraverso la realizzazione di un adeguato bacino di compensazione.
Il Consorzio ha inoltre evidenziato i risultati ottenuti sul fronte dell’irrigazione. Il passaggio dal sistema a scorrimento a quello a pioggia sugli oltre 8mila ettari del comprensorio ha consentito un risparmio idrico superiore al 50 per cento, riducendo i prelievi dal fiume e garantendo un utilizzo più efficiente della risorsa.
Il progetto attualmente allo studio viene sviluppato anche attraverso simulazioni che analizzano diversi scenari, sia in condizioni ordinarie sia straordinarie. L’ipotesi tecnica prevede la realizzazione di due nuove traverse, l’individuazione di aree per lo stoccaggio dell’acqua e il recupero di almeno un milione di metri cubi di capacità d’invaso. Se il complesso iter autorizzativo procederà secondo le previsioni, l’avvio dei lavori potrebbe avvenire nel 2029.
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