L'incubo sepolto dei campi di concentramento, Pahor e i Triangoli rossi

la recensione

L'incubo sepolto dei campi di concentramento, Pahor e i Triangoli rossi

Di Ferruccio Tassin • Pubblicato il 28 Nov 2021
Copertina per L'incubo sepolto dei campi di concentramento, Pahor e i Triangoli rossi

Gli anni terribili in campo di concentramento e quella telefonata emozionante di Boris Pahor.

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Mi è capitato di rispondere a chiamate telefoniche e sentire “Pronto! Sono Boris Pahor”. Occasioni - tutte - da trasformare in saggi di storia, antropologia, analisi del mondo contemporaneo… Il 99% e più di lui che stava all’altra parte del filo.  In una di queste chiamate, mi raccontò della Francia, dov’era andato per conferenze. Sale strapiene; la sua sensazione era di scetticismo: quelle persone, forse, appena fuori, avevano smesso l’atteggiamento di ascoltatore interessato e partecipe e avevano cassato pathos, partecipazione emotiva, per rientrare nel mondo assuefatto a tutto.

Era sconfortato Pahor: c’era, in lui, il punto di domanda sugli effetti delle sue sempre partecipi analisi, e sul racconto delle vicende che aveva drammaticamente provato. Ha vissuto il dopoguerra della Prima guerra mondiale e si sentiva invocare o proclamare un “Mai più la guerra!”. Ben annunciata da guerre locali, arrivò la seconda, e stermini in nome di razza, nazione … Stessa invocazione, alla fine! Ma si è tornati a fucilazioni di massa ai lager e - perfino - a decapitazioni. Non sapevo che dirgli; osservai un convinto: “Ma pensi, Professore, che cosa succederebbe, se Lei non parlasse!”.

Difatti, quando parla, lo ascoltano - direttamente - folle, e ne leggono folle ancora più a largo raggio. Però la certezza che lui non intendesse lasciar perdere veniva dall’annuncio, ripetuto, di un libro agile, concettualmente consistente, riassuntivo, sui lager nazisti e fascisti: proprio “Triangoli rossi”, il titolo del suo libro scritto con la collaborazione di Tatjana Rojc. Come si è scritto anche qui, gli anni del professore ora sono 108: intensi, nello studio, nello scorrere del tempo, nel delirio dell’umanità di fascismo e nazismo, nell’insegnamento, nella vita di tutti i giorni.

Aspetti e scopi delle 236 pagine dedicate ai “Triangoli rossi”, i deportati politici vittime dei nazisti e a quelli dei numerosi campi fascisti, sono dichiarati a inizio e conclusione. Esiti simili. Tracciati, per la fine, diversi: gli altri, quelli dell’annientamento, “venivano uccisi con il gas appena arrivati col trucco delle finte docce… noi politici si doveva andare a lavorar e cominciare subito ad aver fame e ammalarsi, e solo poi finire in posizione orizzontal e…”. Si parte da Dachau, con sguardo sui retroscena della sua cattura e sul contesto storico ideale, e comincia l’orrore: quello che si vorrebbe l’assurdo, ed era quotidianità.

Il libro è strutturato in capitoli brevi. Formato che permette di voltar pagina su pagina volentieri: caratteri nitidi di giusto corpo; narrazione agile; contenuto multistrato, leggibile a più livelli, secondo il bagaglio storico di chi lo interroga, comunque, per tutti; raccomandabile ai giovani. Non racconta soltanto il suo calvario, ma i caratteri dei campi, le posizioni degli Sloveni di fronte al nazismo, e al fascismo, il dramma dei popoli d’Europa. Dove l’umanità era putrefatta come soggetto e come oggetto, qualche lampo di poesia della morte, come per lo zingaro dal “bel viso ovale abbronzato”, vittima di esperimenti col gas.

“Lo sapeva, certo, che non potevo recargli alcun aiuto, ma con quel suo sguardo implorante forse sperava soltanto di legarmi al suo destino, in modo che si fissasse in me e io lo vivessi in tutta la sua inesorabilità, facendogli compagnia nel suo viaggio verso il nulla”. Tanti esempi di sadismo estremo: l’impiccagione di un russo a il trasporto delle marmitte col cibo lo stesso momento. Eppure, in frangenti così estremi, anche le lingue (e fu, in parte, il suo caso) possono aiutare la salvezza., come quando divenne assistente interprete di un medico “persona seria simpatica, alto e di bell’aspetto, somigliava al vescovo di Trieste Fogàr”.

Del Vescovo, in altro libro, Pahor parla con ammirazione. Anche quello, che Pahor tratta giustamente con l’accento friulano sul cognome, fu vittima del fascismo: “dimissioni” dalla cattedra di San Giusto, “promozione” al Capitolo di San Giovanni in Laterano. Spazio tiranno non consente di esemplificare; si citano le vittime “Nacht und Nebel”, NN, sigla sul dorso di quei disperati col destino da antinazisti quali erano: fatti fuori, ma lontano dalla patria, il prima possibile; o in luoghi in cui passeggiava Goethe, dove sorgono forni crematori; o bestialmente Dora (chi leggerà, capirà), col “galantuomo” von Braun, quello della luna, e le cataste di morti.

Poi campi come Ljubeli, sulle Karavanke; inferno di Arbe; la Risiera di San Sabba, e anche Gonars e Visco (con dei capitoletti). Missione compiuta, prof. Pahor, fino il lettore più sprovveduto capirà: lei non ha potuto evitare ai “Triangoli rossi” quello che chiama “il sadico torchio del male”, ma chi leggerà ricorderà e di bocca in bocca, si racconterà!

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