«In nome di Dio, avanti!». L'ultimo Perdon per monsignor Redaelli: «Farsi servi degli altri»

«In nome di Dio, avanti!». L'ultimo Perdon per monsignor Redaelli: «Farsi servi degli altri»

il rito

«In nome di Dio, avanti!». L'ultimo Perdon per monsignor Redaelli: «Farsi servi degli altri»

Di Rossana D'Ambrosio • Pubblicato il 05 Lug 2026
Copertina per «In nome di Dio, avanti!». L'ultimo Perdon per monsignor Redaelli: «Farsi servi degli altri»

La comunità di Grado ha sciolto il voto per la 789esima volta. Una tradizione «che racconta l'anima di Grado». Dal presule il saluto a Grado prima di lasciare la diocesi.

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Profusione di ortensie, tappeti azzurri stesi alle finestre in onore alla Vergine, il cuore traboccante di commozione a unire fedeli o pellegrini. È stato così che in questa prima domenica di luglio si è ripetuta l’antica processione per il “Perdòn” di Barbana, durante la quale la Madonna della Basilica di Sant’Eufemia viene sorretta a braccia dai Portatori lungo le vie del centro fino al porto Mandracchio, e quindi condotta per la laguna al Santuario dove Barbano e Tarilesso eressero le loro capanne. Una festa cristiana tramandata per generazioni, che unisce gli isolani in un momento corale di vicinanza coinvolgendo adulti, bambini e persino i propri avi. Perché il “Perdòn” – come già ricordato da monsignor Nutarelli - «racconta l’anima di Grado» continuando a custodire «la memoria e l’identità personale e collettiva», quella che associazioni e amministrazione perpetuano nel loro racconto. A partire dai Portatori della Madonna fino ai “mamuli” e “fantulini” che assemblano i fiori di carta nella giornata del “Sabo Grando”. Una preparazione che inizia con la traslazione della Madonna dalla navata laterale al presbiterio di Sant’Eufemia, per giungere al culmine ogni prima domenica di luglio con quel gesto di gratitudine che si dipana nei secoli.

Oltre un decennio dopo le “Laudes Creaturarum” di San Francesco (1224), ecco la storia di un’isola che - per ringraziare la Vergine dalla liberazione della peste - nel 1237 promise che almeno un rappresentante per famiglia si recasse ogni anno al Santuario. La parabola sgorga come dal riflesso del sole sul pelo dell’acqua e rappresenta «la storia di una comunità – così don Paolo - che ancora oggi affida il proprio cammino alla protezione della Madonna». Una sorta di «via di grazia» nel segno di una collettività chiamata a «lavorare insieme, coltivando una vita comune pacifica», quello stesso disegno contemplato da Papa Leone XIV nell’enciclica “Magnifica Humanitas”. Al grido «In nome di Dio, avanti!» l’ammiraglia Regina del Mare decorata con ortensie e alloro è salpata sospinta dalla brezza della fede, con l’accompagnamento musicale della Banda Civica e il corteo di “batele” di associazioni, autorità e pescatori. Complice il cielo terso e temperature più fresche rispetto ai giorni scorsi, ad assieparsi lungo i canali sono stati migliaia di turisti e cittadini, alcuni a salutare Maria da finestre o balconi di casa con il gesto della croce. Un flusso in cui il presente si è mescolato agli anni Cinquanta di Biagio Marin, che in un articolo descrive la Madonna «leggera, ariosa, quasi volante».

Oggi come allora, l’apparizione lievita in tutta la sua dolcezza sfilando davanti alla gente seduta sulle rive. «Da la Ciesa Granda al porto, / - annota invece ai giorni nostri il giornalista Leonardo Tognon - una sola preghiera ne’ compagna./ Madona dei ànzuli, ‘na caressa tu regali/ a le mare che pianze ‘nzonegiae oro ‘l porto e,/ che nel tovo selestial surizo le serca ‘l conforto». Grande emozione è stata espressa anche dal presidente dell’associazione Portatori della Madonna Adelchi Quargnali: «Per noi – ammette - rappresenta il fulcro della nostra tradizione. È un momento toccante cominciato ieri con la deposizione dei fiori alla Madonnina, molto sentito da tutti». A parteciparvi per il terzo anno consecutivo è invece il maresciallo dei Carabinieri Fabio Colombo: «Ho girato un po’ l’Italia – riflette - e devo dire che di tradizioni così vive e sentite come queste ce ne sono ormai poche. Per me è un onore e un piacere prendervi parte». «C’è qualcosa di profondamente vero in questo rito – interviene il primo cittadino Giuseppe Corbatto – che è memoria viva di chi siamo, promessa rinnovata non per forza, ma per scelta. Grado è un’isola, e le isole conoscono il valore dell’ancoraggio». Che la bora sferzi le onde o la laguna riposi nella luce, i gradesi salgono sulle barche e remano verso Barbana, dove la Vergine rappresenta un «approdo sicuro». Se un tempo erano pronti “reburci” e remi lunghi, oggi a fendere il mare sono per lo più le imbarcazioni a motore, che in fila come grani di rosario sono giunte sull’isola verde accolte dalle campane suonate a festa dagli «scampanatadôrs», per rinnovare quel gesto che il sindaco definisce «un fatto civile». Qui nella frescura di olmi, cipressi e magnolie l’arcivescovo Carlo Roberto Maria Redaelli ha officiato insieme a don Paolo e don Sinuhe Marotta l’ultima solenne messa prima di raggiungere il Santo Padre.

«Questa parte del Vangelo di Matteo – chiosa, accompagnato dal canto ininterrotto delle cicale – rappresenta uno dei passi evangelici più intimi ed emozionanti. Perché Gesù si rivolge al Padre e lo benedice, invitando quanti si sentono stanchi e oppressi ad andare da lui». Un brano che secondo Redaelli va considerato nel suo insieme, in quanto «immediatamente prima Gesù fa un rimprovero a coloro che non hanno ascoltato il messaggio di Giovanni Battista, troppo austero, né il suo stesso messaggio». Per poi rimproverare le città del Lago di Tiberiade, ma lodare il Padre sperimentando l’accoglienza del suo messaggio da parte dei piccoli, «quelli che non valgono niente». «La vera difficoltà – prosegue – è convertire quanti pensano di essere già santi, convinti di essere i protagonisti. Invece è necessario farsi servi degli altri. Perché il suo invito sembra un contrasto, egli dice: “Prendete il mio giogo e portatelo”. Chi tira il carro della vita? È Gesù, che ci chiede di camminare insieme a lui. Avvertiamo un peso, ma la consolazione è che Cristo cammina con noi. Una vita fatta di luci e ombre, tant’è che l’elemento che affascina del cristianesimo è proprio il suo profondo realismo». Spontaneo il parallelismo con Maria, che nella lode del “Magnificat” esprime il senso del servire con umiltà. «Maria è madre e quasi gemella di Gesù – spiega – perché ha vissuto la stessa dinamica.

E la prima richiesta da esprimere qui oggi è imparare a divenire simili a Gesù». Nella misura in cui «tutto ciò che siamo lo abbiamo ricevuto dal Signore, e la fatica della vita può diventare più dolce attraverso la consolazione del giogo, guidati in un cammino difficile, ma sempre sostenuti dallo sguardo materno di Maria». A ringraziare istituzioni e comunità è stato poi don Sinuhe, che ha ricordato i «lavori impegnativi» realizzati sull’isola per mettere a norma le strutture e sviluppare nuove attività - fra cui l’orto e la produzione di miele – in seno a percorsi culturali e spirituali. «Vorremmo che quest’isola non solo galleggiasse - rimarca – ma che navigasse per arrivare al cuore della gente». «Barbana ha le potenzialità – riconosce l’arcivescovo nel salutare – per divenire centro culturale oltre che religioso, in quanto il suo stesso essere isola aiuta a ritrovare raccoglimento e pace. Qui – sorride benevolo – c’è una Madre che ci benedice e ci aspetta». Dopo un momento conviviale fra comunità e istituzioni, la processione ha solcato ancora le acque della laguna, passando innanzi alla Madonnina del Mare per lanciare mazzi di ortensie in un ultimo accorato inchino. Le celebrazioni si sono concluse con il Te Deum di ringraziamento in Sant’Eufemia e il rientro della Madonna portata a braccia nella luce accecante dell’estate.

Foto: Rossana D'Ambrosio ed Enrico Cester

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