Il confine diviso dagli uomini e raccontato dalle donne nel romanzo di Francesca Sibilla

Il confine diviso dagli uomini e raccontato dalle donne nel romanzo di Francesca Sibilla

La memoria

Il confine diviso dagli uomini e raccontato dalle donne nel romanzo di Francesca Sibilla

Di Ivan Bianchi • Pubblicato il 08 Lug 2026
Copertina per Il confine diviso dagli uomini e raccontato dalle donne nel romanzo di Francesca Sibilla

‘Spomni se name. Ricordati di me’ riporta il lettore nella Gorizia del 1947, in un viaggio tra separazioni, affetti spezzati e storie quotidiane nate all’ombra della nuova frontiera.

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C’è una Gorizia che oggi si presenta al mondo come simbolo di incontro e una Gorizia che porta ancora le cicatrici di una divisione che, per intere generazioni, ha segnato vite, famiglie e identità. È proprio dentro quella frattura, nata nel 1947 con la nuova frontiera tra Italia e Jugoslavia, che Francesca Sibilla ambienta il suo romanzo d’esordio “Spomni se name. Ricordati di me”, pubblicato da Gruppo Albatros Il Filo e presentato il 2 luglio al Kulturni Center Lojže Bratuž di Gorizia alla presenza del teologo e scrittore Andrea Bellavite.

Un racconto che sceglie di guardare alla storia del confine da una prospettiva intima, lontana dalle sole vicende politiche e diplomatiche. Al centro non ci sono soltanto gli eventi che hanno ridisegnato la geografia europea del secondo dopoguerra, ma soprattutto le persone che hanno dovuto imparare a vivere dentro una nuova realtà fatta di controlli, distanze improvvise e separazioni.

Il confine, infatti, non fu soltanto una linea tracciata sulle mappe. Fu una ferita entrata nelle case, nei rapporti familiari, nelle amicizie e negli amori. Una presenza quotidiana che impose a molti abitanti di reinventare il proprio modo di stare al mondo, mentre luoghi prima conosciuti e attraversati liberamente diventavano improvvisamente lontani.

Sibilla affida questa memoria soprattutto alle voci femminili, raccontando il peso delle attese, dei sacrifici e della capacità di resistere di donne che spesso rimasero ai margini dei grandi racconti della storia, ma che ne furono protagoniste silenziose. Attraverso le loro vicende emerge un territorio complesso, nel quale lingue, culture e appartenenze diverse hanno continuato a convivere anche nei momenti più difficili.

Già nel titolo, scelto in sloveno e italiano, si concentra il significato profondo dell’opera. “Spomni se name”, “Ricordati di me”, è un invito a non lasciare svanire le storie di chi ha vissuto il confine prima che diventasse un luogo di incontro e simbolo di una nuova Europa. È un richiamo alla memoria, ma anche alla necessità di ascoltare le esperienze personali che spesso restano nascoste dietro le grandi date della storia.

In un territorio che negli ultimi anni ha riscoperto la propria vocazione transfrontaliera, anche grazie al percorso che ha portato Gorizia e Nova Gorica a diventare Capitale europea della cultura, il romanzo di Francesca Sibilla si inserisce in un momento in cui il passato torna a essere interrogato con nuovi occhi.
Una storia nata dal desiderio di raccontare ciò che il confine ha tolto, ma anche ciò che non è riuscito a cancellare. Un viaggio nella memoria di una terra sospesa tra divisione e incontro, che l’autrice ha scelto di affidare alle pagine del suo primo romanzo.
A raccontare la genesi dell’opera, il rapporto personale con questa storia e il significato di tornare oggi su quegli anni è la stessa Francesca Sibilla.


Come è nata l'idea di raccontare il confine attraverso gli occhi delle donne?
«Vivendo a Gorizia siamo circondati da una storia straordinaria che spesso finiamo per dare per scontata. Da qui è nato il desiderio di raccogliere frammenti di memoria, racconti ed emozioni di cinque donne, italiane e slovene, con l'obiettivo di salvare testimonianze che rischiavano di andare perdute con il trascorrere delle generazioni.
Negli ultimi anni il nostro territorio è diventato un simbolo europeo di dialogo e collaborazione. Lo abbiamo visto con Gorizia e Nova Gorica Capitale europea della cultura, un riconoscimento che dimostra come un luogo segnato per decenni dalle divisioni possa oggi raccontarsi come spazio di incontro e condivisione.
Vivendo questa città e conoscendo personalmente le donne che ho intervistato, mi ha sempre colpito un aspetto: oggi attraversiamo il confine quasi senza accorgercene, mentre per tanti anni quella stessa linea ha rappresentato una barriera capace di dividere vite, famiglie e affetti».


Quanto lavoro di ricerca storica c'è dietro il romanzo?
«Dall'inizio del progetto alla pubblicazione sono trascorsi circa due anni. Le interviste sono state realizzate nelle case delle protagoniste, registrate, trascritte e poi sottoposte a un continuo lavoro di verifica insieme a loro. C'era sempre qualcosa da controllare, correggere o approfondire.
Successivamente è iniziata la fase della contestualizzazione storica, che mi ha portata a consultare archivi, biblioteche e giornali. Tutto il materiale raccolto è confluito in una bibliografia, cosa che non era avvenuta nei miei libri precedenti, basati su storie autobiografiche.


La sfida è stata intrecciare la grande storia con quella di persone comuni, in questo caso donne che allora erano bambine e che hanno vissuto all'ombra del confine affrontando con coraggio le difficoltà di quegli anni. Non è soltanto il racconto della divisione di una città o di un territorio, ma soprattutto di famiglie separate da un muro, dal filo spinato e dalle conseguenze della nuova frontiera tra Italia e Jugoslavia».

Perché ha scelto un titolo bilingue?
«Il titolo bilingue richiama la scritta riportata sulla linea di mattonelle del cimitero di Merna. "Spomni se name. Ricordati di me" è un invito a non dimenticare le persone comuni che hanno vissuto sulla propria pelle le grandi decisioni della storia.
È un monito gentile a custodire la memoria di chi, pur senza occupare le pagine dei libri di storia, ha dovuto affrontarne ogni conseguenza nella vita quotidiana. Si dice spesso che le donne siano le custodi della memoria familiare e mi sembrava giusto dare voce a quel coraggio silenzioso che le protagoniste di questo libro mi hanno generosamente affidato».

Che cosa significa oggi, per una goriziana, scrivere un romanzo sulla città divisa?
«L'idea era quella di tornare al passato per comprendere meglio il presente. La memoria non serve a rimanere ancorati a ciò che è stato, ma a costruire un futuro più consapevole.

Il libro vuole raccontare che i confini possono dividere e far soffrire, ma che le persone riescono sempre a trovare il modo di costruire ponti, siano essi fisici o simbolici. Penso, per esempio, alla passerella sull'Isonzo a Salcano, che rappresenta concretamente questo messaggio. È una lezione che il nostro territorio conosce bene e che oggi può offrire all'Europa, e non solo, anche alla luce della complessa situazione internazionale. È una storia che parla del passato, ma continua a parlare di noi, della nostra identità, del senso di appartenenza e, in fondo, della nostra umanità».

Quale messaggio vorrebbe lasciare ai giovani che quel confine non l'hanno mai conosciuto?

«Questo libro non parla soltanto di confini, ma anche di identità, dialogo e riconciliazione. Tutte le donne che ho intervistato hanno vissuto la separazione delle proprie famiglie a causa di decisioni sulle quali la popolazione non aveva alcun potere e che poteva soltanto subire.

Per comprendere il presente è necessario conoscere ciò che lo ha preceduto. La memoria non divide: al contrario, può aiutarci a capire il mondo in cui viviamo e le ragioni di molte dinamiche che ancora oggi caratterizzano la situazione internazionale. È questo il messaggio che vorrei arrivasse soprattutto ai più giovani: conoscere il passato non significa viverci dentro, ma acquisire gli strumenti per costruire un futuro migliore» . 

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