Prima, durante, e dopo la Guerra di Gradisca. La costante fedeltà del popolo all’Austria

La storia

Prima, durante, e dopo la Guerra di Gradisca. La costante fedeltà del popolo all’Austria

Di Ferruccio Tassin • Pubblicato il 18 Gen 2021
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Ferruccio Tassin ripercorre alcuni momenti e luoghi della Guerra di Gradisca tra condottieri, nobili e la situazione precaria del popolo.

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La guerra di Gradisca scoppiò per le incursioni dei pirati Uscocchi, che avevano la loro roccaforte a Segna: in realtà, nasceva dalla preoccupazione veneta di non avere concorrenti nell’Adriatico. Le operazioni si svolsero dal 1615 al 1617; avevano come riferimento la fortezza di Palma, per Venezia e, per l’Austria, di Gradisca, baluardo imprendibile.

Guerra “moderna”, con tanto di spionaggio, incursioni, commando, smontaggio di interi paesi o complessi. Buona parte di Cervignano, il castello di Porpetto vennero ordinatamente trasformati in cataste di travi, mucchi di pietre, mattoni, sassi, in parte impiegati per erigere il duomo dogale nella città stellata. Visco e Jalmicco furono salvati per un pelo da un simile destino, grazie agli Strassoldo… preoccupati per la perdita dei loro beni nei due villaggi. 

Che la vita di gran parte del popolo fosse difficile è intuibile, ma ciò non era diverso da Stato a Stato; era una costante anche a prescindere dalla guerra, un solo esempio di tale durezza, nel Friuli Austriaco, è la legge del 1592, che migliorava sì la condizione dei villici, ma stabilendo che le robotte (prestazioni in lavoro) dovevano essere soddisfatte nelle stagioni più favorevoli ai contadini (vi erano tenuti dall'età di dieci anni in su!).
Eppure la gente era fedele all’Austria. Già la relazione del provveditore di Palma Pietro Barbarigo (1610) metteva bene in evidenza questo aspetto: “Né è da tacere - afferma tra l’altro - che fra i molti concetti che di continuo versano per le bocche de sudditi Arciducati, mentr’essi porgono orationi e i lor sacerdoti sacrificij al signor, pregano sua Divina Maestà in particolare che li liberi dalle mani de marcolini. Con questa espressa voce vomitano il veleno dell’interna loro pessima volontà…”.

Ciò non capita solo con gli arciducali ma anche con i sudditi veneti (in questo caso, il ceto nobiliare) nei confronti dei quali l’Arciduca si comporta in maniera tale che “... questi si sono affetionati al nome austriaco che in solamente proferendolo pare s’inteneriscano et si liquefacciano tutti, né cessano di sempre celebrare la magnanima generosità di quel Prencipe…”.

Se c’era una fedeltà indiscussa che fa dire ai sudditi, anche in semplici suppliche, che per il monarca “in tutti tempi esibiamo il proprio sangue”; non pari era, forse, la capacità tecnica di saper combattere, e neppure la bellicosità. Scriveva il provveditore Andrea Gussoni nel 1607 delle cernide, le milizie paesane: “…2 mille ne ha il contado di Gorizia, ma gente inesperta, disarmata et del tutto imbelle et quasi ridicula... Professano questi non esser obligati se non a difesa...”. Da qui si comprende il detto friulano, riferito a queste milizie, ma da ambo le parti, che, nato al tempo della guerra di Gradisca, ha attraversato i secoli per giungere fino a noi: ”Son lâz in trente e dodis e san tornâz in quarantedoi!”.

Durante questo biennio di annichilente violenza, se è vero che ci furono comportamenti di logico adattamento per avere salva la vita, risulta una fedeltà del popolo dei paesi di rara coerenza che portò a rappresaglie, come quella del 14 gennaio 1617, quando furono sloggiati tutti gli abitanti di Tapogliano, Crauglio e Villesse: “Prudente risoluttione perché erano tutte spie trucimani, venivano in Palma a comprar per Gradisca sino li frutti, et herbazzi, sì che qui teniano quelli di Gradisca più commertio con questi bottegari con il mezzo di questi ribelli che la mia casa istessa”, riferisce una relazione di parte veneta.
Del resto, un’altra fonte conferma il sentimento, raccontando che “…in Tapogliano… una donnizuola schernì un certo presuntuoso, et gli altri (i veneti che avevano occupato il paese, n. d. A.) con accorto e convenevole motto, dicendogli in faccia, che gonfiarsi di superbia non doveano: perché i pulcini si ricovrano sempre sotto la chioccia, volendo in tal modo significare, che Gradisca ricovrat’avria bene i luochi suoi”.
Questo plurisecolare, provato, sentimento, mette al sicuro la gente della ex Contea di Gorizia, dalle malevole accuse di “austriacantismo” che qualche stanco nemico della storia pronuncia ancora come ritornello.

Nella foto: Palmanova, palazzo del Governatore delle armi in una foto di Adriano Silvestri.

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