Gorizia, si è spento a 91 anni il genio poliedrico di Giorgio Geromet

Gorizia, si è spento a 91 anni il genio poliedrico di Giorgio Geromet

il lutto

Gorizia, si è spento a 91 anni il genio poliedrico di Giorgio Geromet

Di Rossana D'Ambrosio • Pubblicato il 12 Ago 2026
Copertina per Gorizia, si è spento a 91 anni il genio poliedrico di Giorgio Geromet

Una vita spesa per l’arte e la storia del Friuli Venezia Giulia, è stato un artista a tutto tondo. Il ricordo degli amici e di quanti gli sono stati accanto fino all'ultimo.

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Una vita per l’arte. Fra le stanze della sua casa rimangono i tanti appunti scritti a mano, foglietti, annotazioni, progetti ancora da realizzare, plasmare, creare. È scomparso ieri - nella notte di San Lorenzo fra il dieci e l'undici agosto - il grande Giorgio Geromet. Un gigante buono portato via dalla stessa stella che novantuno anni fa lo aveva condotto sulla Terra. Classe 1935, storiografo, scrittore e figura di spicco in quella Gorizia che lo aveva adottato, Geromet è stato «un artista a tutto tondo», come lo definisce la collaboratrice di lunga data Renata Alberti. Autore d’innumerevoli opere storiche sulle battaglie del Carso, Isonzo e Grande guerra, ma anche d’araldica e nobili casate, Giorgio era un uomo umile, generoso, altruista: sempre pronto a spendersi per gli altri senza nulla chiedere. «Ridisegnò gli stemmi del Fondo del Torso – ricorda Renata - lavorando come autodidatta». Impiegato all’Ansaldo, negli anni Settanta ottenne il cavalierato e figurava fra i più giovani cavalieri della Repubblica d’Italia. «Nel 2010 divenne anche commendatore della Repubblica», prosegue Renata. Pittore, scultore, ricercatore, Geromet «era una persona eclettica dalle mani d’oro – riconosce – perché quello che toccava forgiava. Lavorava persino l’alabastro e il ferro battuto. Era una persona che ha fatto dell’arte la propria vita». Sua l’opera “Aquileia romana nel IV secolo dopo Cristo”, minuziosa e fedele ricostruzione della metropoli anche esposta nell’omonima basilica.

E poi dipinse il “Borgo castello nel XIX secolo con stemmi nobiliari delle famiglie incorporate negli Stati Provinciali”, che riprende la tela raffigurante “La città murata di Gorizia nel XV secolo”, stampata in una mappa esplicativa con il patrocinio del Club Unesco di Gorizia. «Uno venne acquistato dai Baroni Codelli – rivela - e si trova a Mossa. Altri quadri sono custoditi nella sua galleria personale». Un incontro, quello fra Giorgio e Renata, che dal 1989 fino al giorno della sua scomparsa ha suggellato un sodalizio frutto di impegno costante e studio. «Dall’anno successivo mi ritrovai a correggere i suoi libri – rammenta - in alcuni dei quali decise di mettere anche il mio nome in copertina. Durante i pomeriggi lavoravamo assieme, effettuando ricerche nelle biblioteche. Intervistammo tutti i nobili del Friuli, pubblicando “Nobiltà della Contea” per Edizioni della Laguna». Ad affascinarlo furono inoltre i ruderi dei castelli friulani, che disegnava con la stessa passione dei maestri di paesaggio Gaspard Dughet, Claude Lorrain o Giovanni Ghisolfi. Con la differenza che li ricreava come sarebbero dovuti apparire in origine: «Era anche un bravo disegnatore – precisa – e ricostruì i vari castelli friulani partendo dai ruderi, tratteggiandoli a matita». Eclettico e poliedrico, iniziò la carriera artistica come medaglista. «Creava medaglie, dal disegno in cartapesta fino ad arrivare al conio. Ne realizzò una su Aurelio Baruzzi, quella sulla Presa di Gorizia e una per le Madri Orsoline che celebravano il 200esimo anniversario di Sant’Angela Merici». Sua fu anche la medaglia per commemorare il terremoto, e quella del Giubileo del Duemila.

«Ne raffigurò la parte frontale – spiega - che rappresentava le quattro cattedrali del Friuli». Infine, quella commissionatagli dal comune di Gradisca in occasione del cinquecentenario dalla morte di Leonardo, che per la cittadina sull’Isonzo disegnò fortificazioni e sistemi di allagamento. «Sono opere che conserva anche a casa, dov’è racchiuso un piccolo museo. Essendo inoltre un collezionista di cartoline d’epoca, possedeva una raccolta importante, e alcune di queste le inserì nelle pubblicazioni sulle città e sul Friuli Venezia Giulia. Sarebbe bello – auspica - che le sue opere potessero essere esposte». Il tempo è tiranno, ma lo scorso novembre riuscì ad allestire una sua mostra personale: «Abbiamo coronato tutta la sua carriera lì in via Rastello – racconta - al Dopolavoro». Opere rimaste in esposizione per due settimane, comprendenti medaglistica e parte grafica. «Ne era davvero orgoglioso», confida commossa. Nato a Fogliano Redipuglia, Geromet si trasferì a Gorizia negli anni Sessanta, prima appassionandosi ai fiori, e quindi entrando tramite concorso negli stabilimenti Ansaldo di Monfalcone. «La mattina lavorava lì, il pomeriggio lo dedicava a studi e ricerche. Pensi che ha scritto fino a un mese fa. Produceva di continuo, girando per casa si ritrovano appunti o foglietti con cose da fare, che avrebbe ancora voluto realizzare». Un vulcano sempre in attività, che andava nelle scuole senza chiedere alcun compenso. «Venne anche a Mossa dove insegnavo, per divulgare il suo sapere ai giovani. Lavorò sempre gratuitamente. Spendendo, senza guadagnare.

Perché quando realizzava le medaglie chi gliele commissionava gliene regalava quattro i cinque, che lui teneva o regalava agli amici. Lo stesso vale per i libri, non è che abbia guadagnato. Era guidato da quest’amore per l’arte e la cultura, e andava avanti come un treno. Altruista, venivano a chiedergli consiglio o spiegazioni su riferimenti storici, ma lui non era geloso del proprio sapere, non lo teneva per sé: lo divulgava affinché gli altri potessero trarne beneficio. Era una persona che curava tutti, persino gli animali. Quando ritrovavo dei merli caduti dal nido, per salvarli dai gatti li portavo a lui, che con amore se ne prendeva cura. Ieri l’altro abbiamo festeggiato, ma la festa vera e propria avremmo dovuto farla tra una settimana. Eravamo rimasti lì con lui fino alle sei del pomeriggio insieme alla figlia. Non è stato possibile presagire nulla. Certo, aveva gli acciacchi dell’età come tutti. Ma non da far pensare che fosse in fin di vita. Diceva sempre: “Ho la mezza bronchite, la mezza influenza”. Perché lui aveva questo modo di vivere così, queste piccole magagne. Rimasto vedovo quattordici anni fa, aveva continuato a portare avanti la propria vita con la sua unica figlia». Portando a compimento l’ultimo lavoro alla bellezza di novant’anni, quando con l’Unesco presentò la mappa di Gorizia con le mura e le porte. «Quello è stato l’ultimo – rimarca - uscito nel settembre 2025».

Progettò anche il battiferro Leopoli che campeggia in via Brigata Pavia, disegnato di suo pugno. Mentre a inizio degli anni Settanta l’arcivescovo metropolita monsignor Pietro Cocolin gli commissionò i lampadari a muro che ornano la Sala del Settecento nella chiesa di Sant’Ignazio. «Si fece fotografare nella Sala del Settecento dove indica questo applique, ma nessuna targa porta il suo nome. Eppure, i progetti sono suoi. Perché aveva un carattere riservato, non amava mettersi in vista, e lo stesso accadeva per i propri lavori». Un uomo tutto d’un pezzo che «ha narrato – rammenta il suo amico Adriano Chinni, ex presidente Club Unesco Gorizia - creato, dipinto la storia nei secoli con i suoi manufatti, le sue pietre, le sue mura, la vita di tante persone in un lungo cammino, perso nella memoria». A ricordarlo è infine la figlia Francesca: «È stata una grande persona che ha donato la vita e la cultura alla storia locale. Sempre curioso, amava leggere e approfondire per poi trarre le conclusioni». Fino all’ultimo respiro, lasciando un vuoto immenso nella storia e nel cuore di quanti lo amavano. Perché «il tempo – scrive Shakespeare - è il vero tiranno dei mortali, li genera e li seppellisce, a suo piacimento». Ancora in attesa della sepoltura, i funerali si svolgeranno nella chiesa di San Vito e Modesto della sua Piazzutta.

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