Gorizia, Paolo Gasparini racconta la sua 'Via per le strade' in Casa Morassi

Gorizia, Paolo Gasparini racconta la sua 'Via per le strade' in Casa Morassi

l'inaugurazione

Gorizia, Paolo Gasparini racconta la sua 'Via per le strade' in Casa Morassi

Di Rossana D'Ambrosio • Pubblicato il 25 Apr 2026
Copertina per Gorizia, Paolo Gasparini racconta la sua 'Via per le strade' in Casa Morassi

L’esposizione resterà aperta fino al 27 settembre. Negli scatti dell'artista il Sud America dell'utopia rivoluzionaria.

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La durezza della terra, tradotta in groviglio di rughe nella donna di Comacchio del 1954. Il cimitero ebraico di Valdirose, «quasi nascosto appena dietro il confine per Nova Gorica». E poi gli occhi intensi dei bambini, traboccanti di aspettative o speranze al di là del sorriso inerme. Dopo "Tre sguardi” nella cornice di Casa Morassi approda la mostra “Via per le strade” del fotografo Paolo Gasparini, inaugurata ieri – 24 aprile – sulla scia della Capitale europea ormai conclusa. «Appartengo a una generazione secondo cui la fotografia era una cosa seria – riflette l’artista – mentre adesso si scatta col cellulare e si modifica in un attimo l’immagine».

Una mostra curata dal direttore del Craf Alvise Rampini, che definisce l’artista «cittadino del mondo fin da giovanissimo», quando decise di traversare l’oceano a bordo di un piroscafo. «Sono partito 72 anni fa, ho sempre voluto realizzare una mostra qui a Gorizia – confessa – e l’idea era farla nel 2025, poi è stata posposta». Il pannello principale di “Via per le strade” s’ispira a una poesia di Novella Cantarutti e mostra le capre del mercato di Los Filúos, una cerimonia maya, una cassa da morto poggiata s’una polverosa strada della Bolivia. «È un po’ anche la storia della mia vita – osserva – sono passati ormai tanti anni da quando partii per raggiungere molti altri posti». Diverse le opere raccolte ed esposte nei murali, il primo dei quali rappresentato da “Dov’è la mia patria”, che trae il titolo dalla raccolta di versi friulani scritta da Pier Paolo Pasolini fra il 1947 e il 1948. «Quello di Gasparini – introduce Raffaella Sgubin - è un gradito ritorno. Il suo nome è noto a chi frequenta il mondo della fotografia internazionale: nato a Gorizia, rappresenta una delle personalità di spicco come legacy di Go! 2025».

Concorde l’assessore alla Cultura Fabrizio Oreti, secondo il quale la mostra rappresenta un elemento di continuità con la vivacità culturale sperimentata lo scorso anno: «Palazzo Attems, Casa Morassi, Basaglia. In quante città di 35 mila abitanti – domanda retoricamente - possiamo vantare un patrimonio espositivo così ricco?». E nel rimarcare l’«unicum» di Borgo Castello evidenzia come «a breve dovrebbe diventare uno dei 100 borghi più belli d’Italia». A portare i saluti di Italo Zannier è ancora Rampini, che nel ricordare gli esordi dell’artista torna indietro al 1934: «Cosa faceva da giovane? Leggeva libri e frequentava fotoclub, mostrando fin da subito interesse per la letteratura e la fotografia». Prima di partire verso il Sud America prese parte al neorealismo friulano di Spilimbergo insieme a Italo Zannier. «Il termine “fotografo” è solo un diminutivo – sostiene – mentre potremmo definirlo un intellettuale che ha frequentato grandi maestri». Vedova, Zigaina e persino Cartier-Bresson, senza contare che fu testimone di nozze dello scrittore Italo Calvino. «In questa mostra – prosegue - si ritrovano fotomurales di una fotografia dinamica, dove la storia si narra attraverso un mosaico d’immagini».

Nel complesso si ritrovano due fotomurales con tre differenti tematiche, il cui collage non rappresenta un assemblaggio casuale, ma frutto di studio condotto «con grande attenzione» in un periodo che va dal 1955 al 2024. Allo sfruttamento minorile dei paesi del Sud risale “La pasion sacrificada”, fotomurales esposto alla Biennale di Venezia nel 1995 «in onore di un’utopia rivoluzionaria tramontata». Tre sezioni in cui compare il corpo di Tina Modotti, quello del Che e “Rostro”, volti di militanti o cittadini comuni che hanno contribuito alle risoluzioni sociali del Sud. «L’immagine da sola inchiodata a un muro – legge la citazione di Gasparini estrapolata dal saggio - non m’interessa. Mi sono sempre occupato di articolare le immagini per generare un racconto”». Ed evidenziando ancora il concetto di fotografia dinamica ricorda come proprio il giorno prima sia stata esposta una fotografia singola di Gasparini al Metropolitan Museum: «Un grandissimo riconoscimento», conclude. «Mi sono formato con il cinema di Vittorio De Sica e Rossellini – si concede a margine Gasparini – e avevo sempre pensato di realizzare qualcosa che s’intitolasse “I bambini ci guardano”. Tutti i bambini guardano il fotografo, questo è il fotomurales che più mi piace». “Guajira venezuelana”, “La Mitad del Mundo” dell’Ecuador, la scuola popolare nel quartiere 23 de Enero a Caracas: protagonisti sono i bambini che guardano oltre la macchina, forse in quell’umanità che li sovrasta e schiaccia sfruttandoli senza pietà.

«Devo ringraziare la dottoressa Anna Del Bianco – precisa l’autore - che è venuta nella mia casa studio di Trieste e ha avuto la pazienza di vedere tutte le 180 fotografie, e poi Zannier. Sono stati quattro anni di odissea, perché montare una mostra del genere non è facile. Non voglio essere il vecchio brontolone che si lagna, ma sono 60 anni che ho a che vedere con mostre e cataloghi. Con questa bella mostra ci sono stati dei contrattempi». A chiudere l’inaugurazione è stata poi la direttrice di Erpac Lydia Alessio-Vernì, che portando i saluti dell’assessore regionale alla Cultura e allo Sport Mario Anzil ribadisce «il lavoro di équipe» necessario a «offrire la massima cura» nell’allestimento delle esposizioni. «Gorizia si conferma spazio aperto – fa sapere il presidente del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga – laboratorio di idee, crocevia di esperienze». «Dialogo, riflessione e confronto» poste in rilievo anche da Anzil, che chiosa come l’esposizione arricchisca l’offerta del territorio» intrecciando identità diverse. Un’apertura culturale moltiplicata nell’opera di Gasparini attraverso l’idea del viaggio e della speranza, quella stessa che traspare dallo sguardo innocente dei suoi bambini.

(Foto, Rossana D'Ambrosio

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