Gorizia, bonifica 'pericolosa' dell'ex Ospedale Civile. Segnalazioni anche a NOE e Authority anticorruzione

Gorizia, bonifica 'pericolosa' dell'ex Ospedale Civile. Segnalazioni anche a NOE e Authority anticorruzione

L'ESPOSTO IN PROCURA

Gorizia, bonifica 'pericolosa' dell'ex Ospedale Civile. Segnalazioni anche a NOE e Authority anticorruzione

Di Rossana D'Ambrosio • Pubblicato il 12 Nov 2025
Copertina per Gorizia, bonifica 'pericolosa' dell'ex Ospedale Civile. Segnalazioni anche a NOE e Authority anticorruzione

Il Comitato contro la demolizione del nosocomio di via Vittorio Veneto contesta il mancato preavviso alla popolazione sulla presenza di polveri e fibre vetrose.

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Cronaca di un disastro annunciato. Perché l'Ex Ospedale di via Vittorio Veneto è una sorta di polveriera, è il caso di dirlo, che turba il sonno di molti goriziani. A denunciare il pericolo correlato alle fibre di amianto e alle Fav – fibre artificiali vetrose – è stato il Comitato “No alla demolizione dell'Ex Ospedale Civile di Gorizia”, riunitosi in conferenza al Bar Torino nella serata di ieri – 11 novembre – per informare la cittadinanza in merito ai rischi di esposizione ai materiali cancerogeni conseguenti alla demolizione. «Sono sufficienti dieci microgrammi inalati – ammonisce l'ingegnere Franco Dalla Francesca – per originare una patologia polmonare».

Un rischio inversamente proporzionale alla dimensione delle fibre, che sotto i sei micron aumentano le probabilità  di impiantarsi nei polmoni ed evolversi con prognosi infausta. Dalla Francesca si è occupato per anni di sicurezza sui luoghi di lavoro, e nell'indicare le immagini scattate da Leonardo Colletta evidenzia il mancato utilizzo dei dispositivi di protezione individuale da parte degli operatori durante la bonifica, oltre che la non applicazione del “cannon-fog” per contenere le polveri. Fibre che si sono disperse nell'aria in una serata di sabato, senz'avvertire i residenti né l'adiacente comune di Å empeter in Slovenia. «Ci siamo rivolti alle autorità  competenti – spiega l'architetto Romano Schnabl – al nucleo dei Carabinieri per gli aspetti ambientali e la tutela dei materiali inquinanti e alle autorità  anticorruzione per le tematiche legate alle procedure d'appalto». A presenziare alla riunione anche il presidente della Zveza Sabs Bojan Goljevšček, membro dell'Associazione sindacati esposti amianto della Slovenia, e la consigliera comunale di Å empeter-Vrtojba Karmen Gerbec, allarmati dai rischi per la propria comunità .

«La popolazione intorno e in particolare quella di Å empeter non è stata avvertita – ammette Schnabl – ma la demolizione dell'edificio e del comprensorio sta andando avanti. Il comprensorio è un monoblocco a “croce di Lorena” circondato da ulteriori edifici molto più recenti risalenti agli anni Ottanta. Il solo monoblocco ha un valore che oscilla tra i dodici e i quattordici milioni di euro. La Regione ha finanziato con tre milioni la demolizione di quest'edificio per ottenere un deserto, uno spazio sul quale fare un campus che le scuole stesse contestano, i cui edifici sono già  in fase di ristrutturazione». Un cortocircuito nel quale il Comitato ha ravvisato «elementi d'incongruità », in primis uno sconto al ribasso per la procedura d'appalto del 50, 96%, che comporterebbe l'impossibilità  di applicare le normative di sicurezza atte a rimuovere i materiali pericolosi, come già  si sta verificando. «Gli operai non indossano le mascherine FP3 – ribadisce Dalla Francesca mostrando le immagini – e alcuni lavorano a braccia scoperte». Dai sacchi abbandonati alle ruspe che sollevano polveri fino ai camminamenti sotterranei, cunicoli dove corrono impianti contenenti asbesto incapsulato, per i quali Asugi non ha mai reso disponibile il verbale annuale richiesto per legge. «Il decreto Legislativo 81 del 2008 prevede una verifica periodica – rimarca – mentre la legge regionale del 2019 ne esige una annuale, che di fatto non c'è».

Un edificio che originerà  100mila metri cubi di sfasciume, dopo aver versato per anni in abbandono senza manutenzione alcuna. «Nel 2008 Asugi ha abbandonato il bene pubblico – riprende Schnabl – con una totale noncuranza della res publica, che in realtà  potrebbe essere recuperata anche a blocchi o solo in parte». Responsabile unico della demolizione è l'ingegner Gianluca Bubbola di Pordenone, che nel progetto esecutivo sottolinea come «ai fini della sicurezza l'aspetto più delicato è rappresentato dal fatto che i lavori verranno svolti con il traffico in esercizio» spalmandosi «nell'arco delle ventiquattro ore». Diverse le parti del monoblocco in cui è stato rilevato amianto: dal mastice delle intercapedini dei vetri alle lastre di copertura, ai comignoli e alle tubazioni di scarico. Presente, inoltre, nell'edificio “Ex infettivi” e nella struttura 10 dei “Servizi” sotto forma di materiale refrattario del portellone di caldaie e guarnizioni di flangia, oltre che nella guardiola d'accesso e nei già  citati cunicoli, dai quali l'amianto andrebbe rimosso a braccia. A queste si sommano le cosiddette Fav, presenti in più della metà  dei campioni analizzati in laboratorio.

«Non solo siamo radicalmente contrari – conclude Schnabl – ma abbiamo presentato una segnalazione alla Procura della Repubblica, oltre che una ai due nuclei operativi dei Carabinieri e all'autorità  anticorruzione, in quanto abbiamo riscontrato lacune e contraddizioni di aspetto diverso. C'è un grosso problema ambientale – chiarisce – poiché i materiali inquinanti che si stanno bonificando si disperdono nell'aria. In questi casi è obbligo di legge quantomeno avvisare affinché vengano chiuse le finestre, dal momento che una demolizione comporta la produzione di polveri nell'aria e un inquinamento ambientale. Tutto ciò non è stato fatto». Patologie a lunga latenza, quelle asbesto correlate, che si manifestano in maniera subdola dopo lunghi anni, e per le quali soltanto il tempo potrà  decretare l'eventuale entità  del danno. (Foto, Leonorado Colletta e Rossana D'Ambrosio)

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