lo spettacolo
Gorizia, ‘A qualcuno piace caldo’ riporta in vita Marilyn Monroe e il genio di Billy Wilder
La pièce è andata in scena al teatro Verdi di Gorizia nella serata di lunedì 9 febbraio con grande successo di pubblico, fra risate, gag e imprevisti.
“I wanna be loved by you”, canta l’intramontabile Marilyn Monroe nel successo di Billy Wilder. A riproporla sul palco del teatro Verdi di Gorizia è stata l’attrice Euridice Axén - classe 1980 - nell’adattamento teatrale di Mario Moretti del film “A qualcuno piace caldo” (1959), andato in scena nella serata di ieri con grande successo di pubblico. Un ritmo incalzante moltiplicato da proiezioni immersive, con cui il regista Geppy Gleijeses ripropone gli anni del proibizionismo americano nella fluidità dell’intreccio filmico. «Sono pochi gli oggetti che entrano ed escono – spiega il regista - in parte portati via dagli attori e in parte dai tecnici a ogni cambio di scena, ma tutto è molto fluido e rapido offrendo la bellezza di una recitazione in diretta, con lo sguardo a un film inimitabile». Al light design del direttore tecnico Francesco Griego si intersecano le musiche di Matteo D’Amico, riconsegnando un’epoca segnata dalle note di Bing Crosby o Louis Armstrong. «È un allestimento molto musicale – riconosce Gleijeses – sviluppato lungo tutto lo spettacolo, non solo per la proverbiale canzone cantata da Marilyn». Che è incarnata dalla bellezza fiammante della Axén, affiancata da Giulio Corso nei panni di Tony Curtis (Josephine) e Gianluca Ferrato in quelli di Jack Lemmon (Dafne). «Ho detto a Euridice che è talmente brava da non fare Marilyn – confessa - ma “essere” Marilyn. È straordinaria, affascinante e bravissima. Mentre Giulio Corso aveva già lavorato con me in “Testimone d’accusa”, guarda caso ancora un film di Billy Wilder, dove interpretava l’imputato che alla fine si rivelerà essere l’assassino».
Allievo di Giorgio Strehler è invece Gianluca Ferrato, che dal monologo si sposta al teatro di compagnia facendo nel finale coppia con il miliardario Oscar (Francesco Laruffa). «È stato sempre un attore monologante – precisa – ma con me è diventato attore di complesso. Sa essere comico e al contempo drammatico, e in questo ruolo è divertentissimo». Risate assicurate sin dalla scena esilarante nelle cuccette del treno, con l’intercalare del «Sono una donna» o la complicità femminile che va evolvendosi fra gag e colpi di scena fino al lieto finale con il motoscafo piatto. Una conclusione in cui, seppure «nessuno è perfetto», Gleijeses stupisce e commuove rasentando la perfezione. Del resto, lo stesso regista ebbe modo d’incontrare Wilder appena adolescente: «Quando avevo diciassette anni feci la comparsa in un suo film – racconta - dove recitava anche Jack Lemmon». La pellicola era la commedia romantica “Che cos’è successo tra mio padre e tua madre?” (1972) ambientata a Ischia, e la parte venne girata sull’imbarcazione per raggiungere l’isola: «Mi ritrovai su quest’aliscafo in cui si girava questa scena – prosegue - dove due geni assoluti si divertivano girando in tutta tranquillità quelle poche battute che bisognava fare, ed era evidente la loro gioia nel lavorare senz’alcuna tensione insieme alla troupe. A un certo punto si sedettero davanti a me e li sentii confabulare. Sentivo ripetere più volte la parola “rabbit”. Allora chiesi al direttore di produzione di cosa stessero parlando. “Stanno discutendo su dove andare a mangiare il coniglio all’ischitana” – riporta con ironia – e questi erano quei due geni».
Fra i tanti incontri Gleijeses ricorda poi quello con il grande Alberto Sordi: «Che, al di là del fatto di essere un genio – prosegue - era un attore delizioso di altrettanta semplicità. Si divertiva, giocava, come fanno i miei attori in questo spettacolo, che interpretano i loro ruoli con semplicità e divertimento». A segnare il cammino di Gleijeses anche grandi registi come Mario Monicelli, di cui con orgoglio ricorda il debutto teatrale con “Arsenico e vecchi merletti”: «All’epoca le protagoniste erano Regina Bianchi e Isa Barzizza. In seguito, riproposi l’opera con le due più grandi attrici italiane viventi, Annamaria Guarnieri e Giulia Lazzarini. E sempre con la regia di Monicelli mettemmo poi in scena “Le relazioni pericolose”, in cui impersonavo Vicomte de Valmont, mentre Dominique Sanda era Madame de Merteuil e Laura Morante recitava nella parte della Presidentessa de Tourvel». All’appello non poteva mancare Liliana Cavani, che debuttò alla regia con una memorabile “Filomena Marturano” in cui Geppy affiancava Mariangela D’Abbraccio. «Di grandi attori e di grandi registi – rimarca - ne ho visti tanti. Con la regia di Monicelli portammo a teatro anche un testo di Woody Allen, “Don’t drink the water”, che intitolammo “Una bomba in ambasciata”». Un’opera drammaturgica del 1966 che Allen avrebbe trasposto per la televisione nel 1994. «Nella mia vita ho fatto tanto teatro – specifica - ricordo che ebbi come scritturata anche Alida Valli, la più grande diva italiana di tutti i tempi, o Arnoldo Foà. Di attori potrei parlare all’infinito, per non parlare dei più giovani».
Un regista di grande carisma che in questi giorni propone “Napoli nobilissima” in tournée nella capitale - due atti unici di Raffaele Viviani composti da “La musica dei ciechi” e “Don Giacinto” - e pronto nel cassetto ha il progetto su De Filippo: «Il prossimo anno proporrò “Il sindaco del Rione Sanità” – aggiunge - io sono l’ultimo allievo di Eduardo e, mi permetto di dire, uno dei prediletti. Eduardo era una persona meravigliosa, dolcissima, tenerissima – riflette - che sapeva essere anche pieno di attenzioni, nonostante fosse un “burbero benefico” con la sua severità naturale. Non ho mai recitato con lui, ma ho avuto i diritti di tutte le sue opere e sono stato l’unico al mondo a ottenerli. Prima del debutto di due commedie che mi aveva concesso – rammenta - telefonò al critico Luigi Ricci dell’allora Paese Sera e disse: “Scrivete quello che volete, dello spettacolo, ma specificate che io per questo giovane levo il veto alle mie opere”. Per lui mi chiese di fare “Il figlio di Pulcinella” quando avevo 19 anni. Gli chiesi: “Ma io devo fare la parte del figlio?”. Disse: “No, voi dovete interpretare la parte mia, quella di Pulcinella”. “Ma voi l’avete fatta a sessant’anni”, risposi, e lui: “Non vi preoccupate, potete farcela”. E così fu». Geppy lavorò anche al fianco di Luca De Filippo, scomparso prematuramente nel 2015 per un male incurabile: «Quella di Luca per me è stata una lezione di grande capocomicato. Mentre il padre pensava più alla recitazione e agli attori interessandosi un po’ meno delle scene – osserva - lui proponeva allestimenti curatissimi. Naturalmente come attore non arrivava alle altezze del padre e come autore non ha mai scritto. Lo spettacolo del prossimo anno sarà il mio “ottavo Eduardo”. Con Pirandello – conclude - De Filippo è senz’altro il più grande autore del Novecento insieme a Viviani, cantore della povera gente e del sottoproletariato napoletano». Due giganti in grado di mettere a nudo l’anima di una città con la stessa abilità di Wilder, che puntò alle masse attraverso la satira e la leggerezza e fu il maestro indiscusso della commedia americana. (Foto, Rossana D'Ambrosio)
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