Giovani e fede a èStoria, realtà a confronto con don Matteo Marega

Giovani e fede a èStoria, realtà a confronto con don Matteo Marega

L'INTERVISTA

Giovani e fede a èStoria, realtà a confronto con don Matteo Marega

Di Mattia Zucco • Pubblicato il 29 Mag 2026
Copertina per Giovani e fede a èStoria, realtà a confronto con don Matteo Marega

In Sala Dora Bassi l'incontro a cura della Consulta Provinciale Studentesca di Gorizia. Il sacerdote ha dialogato con Danjel Braini. Il vissuto religioso tra esperienza personale ed evoluzioni culturali.

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Quanto credono davvero i giovani? E cosa significa, oggi, dirsi religiosi? Sono le domande al centro dell'incontro "Giovani e religioni: realtà a confronto", andato in scena venerdì 29 maggio nella Sala Dora Bassi nell'ambito del festival èStoria 2026, dedicato quest'anno al tema delle religioni. A dialogare sono stati don Matteo Marega, responsabile della pastorale giovanile diocesana e assistente ecclesiastico per gli scout, e lo studente di Scienze Politiche dell'Università di Trieste Danjel Braini, in un appuntamento curato dalla Consulta Provinciale Studentesca di Gorizia.

Il confronto è partito dai risultati di un questionario somministrato agli studenti del Friuli Venezia Giulia. «L'impatto più forte resta quello familiare», ha osservato don Marega: il 55% degli intervistati si definisce religioso, ma oltre il 75% di chi si dichiara credente associa la fede all'ambiente domestico. I dati segnalano poi un progressivo allontanamento dalla religione con il crescere dell'età e una maggiore religiosità tra le ragazze rispetto ai coetanei maschi.

Alla domanda sul perché molti giovani facciano fatica a credere, il sacerdote ha individuato due ragioni principali. La prima riguarda l'immagine stessa di Dio: «A volte, più che di non credere, si tratta di un rifiuto sano di un Dio proposto in modo quasi coattivo». La seconda è quella della "controtestimonianza", ovvero di chi si professa credente ma si comporta in modo opposto, finendo per allontanare gli altri dalla fede. Don Marega ha citato Sant'Agostino – «Se lo comprendi non è Dio» – e ha allargato il discorso al tema delle guerre giustificate in nome della religione: «Putin, quando invade l'Ucraina, cita il Vangelo di Giovanni; Trump si presenta come una sorta di Gesù moderno. Bisogna chiedersi cosa significhi davvero essere religiosi: si tratta solo di mettere un cappello religioso su azioni che di religioso hanno ben poco».

Centrale anche la riflessione sul rapporto tra parola, fede e linguaggio. «La parola di Dio non è soltanto la scrittura, ma anche la creazione e la meraviglia che contemplo», ha spiegato don Marega, ricordando come le parole costruiscano i mondi che abitiamo: in italiano, ha osservato, manca un corrispettivo maschile di "prostituta", mentre termini come "dongiovanni" o "farfallone" non hanno alcuna connotazione negativa.

Il dialogo si è poi spostato sul peso dell'ambiente nella formazione personale e sul rapporto tra norma religiosa e libertà individuale. «Personalmente non ho mai sentito la Chiesa imporsi su di me, anzi è proprio il contrario», ha affermato il sacerdote. «La fede cattolica è proprio quella che dice che la regola non può assoggettare la libertà. Quando la religione perde di vista la persona che ha davanti, allora è finita». Sul futuro della Chiesa in un mondo in continua trasformazione, don Marega ha concluso: «Lo specifico della Chiesa non è fare la revisione del guardaroba, ma accompagnare il viaggio interiore. Il progresso tecnologico è sempre un progresso umano? Non credo. L'essere umano deve continuare a lavorare su sé stesso».

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