La cerimonia
«Il fascismo sta tornando a casa nostra»: da Ronchi il monito a ricordare la Resistenza e «il sacrificio»
La città ricorda i caduti in occasione del 25 Aprile. Monito ai giovani a non dimenticare. Il nipote di Mario Candotto richiama i valori della libertà.
«Il 25 aprile è importante ricordarlo perché oggi il 25 aprile si ricorda molto poco, anzi, pochissimo. Il 25 aprile è importante ricordarlo perché oggi, invece, il fascismo si ricorda troppo. Sta tornando qui, a casa nostra». A dirlo, oggi durante le orazioni ufficiali per la Festa della Liberazione, a Ronchi dei Legionari, è stato Alessandro Marega, nipote di Mario Candotto, l’ultimo deportato sopravvissuto alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale scomparso l’altr’anno e per anni memoria storica ronchese di quelle vicende.
Una mattinata che, come da tradizione per il comune bisiaco, è iniziata alle 9.30 con la Santa Messa celebrata nella chiesa parrocchiale di San Lorenzo martire dal vicario parrocchiale, don Gigi Fontanot, ed è proseguita con il consueto omaggio alle varie lapidi e monumenti. Il primo, di fronte la casa canonica in via San Lorenzo, e dedicato a don Giovanni Battista Falzari, parroco di Ronchi negli anni della Seconda Guerra mondiale che accolse i soldai sbandati che giungevano dai Balcani e coloro che uscivano dai campi di concentramento per le popolazioni slave nella Bassa Friulana, ha visto il discorso del presidente dell’Azione Cattolica di Ronchi dei Legionari, Massimiliano Natali.
Natali ha ricordato la figura di Leda Bevilacqua, giovane militante di Azione Cattolica nata a Vermegliano nel 1922 e deportata prima ad Auschwitz e poi a Ravensbrück dove morì il 28 febbraio 1945. «Oggi – così Natali – la sua memoria è custodita nei segni concreti presenti nella sua comunità che invitano chi passa a fermarsi, ricordare, interrogarsi». Per il presidente, «il 25 Aprile richiama al valore della memoria che è impegno per il presente».
Al Cimitero Civile, Gastone Martinuzzi ha ricordato la storia dietro all’Ossario dei Caduti Partigiani, costruito anche con fondi privati per ricordare tutti i caduti ronchesi – di cui 24 riposano proprio lì – e le discussioni politiche che ne ritardarono l’inaugurazione. Poco lontano, sempre nel cimitero civile, riposa anche Vjekoslav Andrijic, partigiano dalmata ucciso in un’imboscata a seguito di una soffiata a Soleschiano. «Come dalmata ha sofferto molto come suoi conterranei la violenza fascista», ha ricordato Libero Tardivo, presidente della locale sezione dell’Anpi. «Qui a Ronchi aveva trovato una differenza tra fascisti e italiani. La nostra è una terra di frontiera, di culture e tradizioni e usi che si compenetrano. Il suo sangue assieme a quello dei nostri nonni ha nutrito questa terra della quale noi siamo figli. Dobbiamo valorizzare le memorie che ci hanno dato ricordando da dove veniamo per continuare nel loro messaggio di libertà, democrazia e partecipazione».
A Martinuzzi è stato affidato il ricordo a Selz, alla lapide posta all’ingresso del paese giungendo da Doberdò: «Queste celebrazioni ci ricordano che la memoria non è un bene acquisito una volta per tutte né un’eredità che si tramanda per inerzia. È, al contrario, un processo fragile e reversibile che esige cura costante, competenza e un senso di responsabilità collettiva».
Infine, in Piazza Unità, con la deposizione dell’ultima corona sotto al monumento dedicato alla Resistenza, si è dato avvio alle orazioni ufficiali. A fare da collante la Banda della Società Filarmonica “Verdi” diretta dalla maestra Fulvia Antoniali. Su palco, la presidente dell’Anpi di Ronchi dei Legionari, Marina Cuzzi, ricordando l’ultimo partigiano ancora in vita, Longino Sardon, che quest’anno ha compiuto 100 anni, ha indirizzato ai giovani il proprio saluto ricordando come «la Resistenza e la Liberazione dal nazifascismo hanno consentito una nuova unità nazionale ma hanno dato a ciascuno una nuova responsabilità, quella di accettarne le regole e di difenderla da possibili stravolgimenti che riportino a un odioso passato».
Sentito e accorato l’intervento di Alessandro Marega, nipote di Mario Candotto, che ha richiamato i valori universali di libertà per chiunque. «Il 25 Aprile è importante ricordarlo per chiunque, sia per la destra che per la sinistra», così Marega che ha proseguito ribadendo che «bisogna capire che la pace, la libertà e l’uguaglianza sono qualcosa di speciale, unico e insostituibile. Nessuno dovrebbe svegliarsi la mattina con la paura di parlare o di sentirsi diverso e sbagliato», sottolineando come sia fondamentale proseguire nella memoria in futuro oltre che nel presente.
Quindi, tre rappresentanti della Consulta dei giovani, la vicesindaca Zoe, Ettore e Sara, hanno riportato ai presenti alcune testimonianze raccolte nel corso dei decenni di partigiani e staffette. «Ronchi non è stata spettatrice della storia: ne è stata protagonista», ha ricordato il vicesindaco, Enrico Papais, che ha posto l’accento sulle donne che «furono staffette instancabili e colonna portante di quella ribellione morale e civile».
«Quanto accade oggi sotto i nostri occhi – ha richiamato Papais – è, ancora una volta, la storia che bussa alla nostra porta». Per il vicesindaco «il nostro compito è duplice: il primo è ricordare, non con retorica vuota ma con la precisione di chi tramanda un testimone, e il secondo è riconoscere che la Resistenza non fu solo lotta armata ma la scelta di milioni di italiani di dire di no».
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