èstoria
Il fascismo nelle scuole di Gorizia, «quei bambini istigati alla violenza»
L'impostazione violentemente razzista e basata sul culto della personalità del Duce sono presenti nel fascismo sin dagli esordi. Il racconto.
«Siamo le piccole italiane, siamo le mamme di domani». Uno slogan che, al giorno d'oggi, verrebbe ricusato da più parti: da chi ha un atteggiamento femminista, da chi rivendica il diritto delle donne di decidere se sia corretto identificarsi unicamente con la maternità . Eppure nel 1932 era ciò che si poteva sentire, non in una semplice adunata fascista, ma in un'aula scolastica. E si poteva leggere: non su un quotidiano o periodico di partito ma in un quaderno: non di una liceale, ma di una bimba di nove anni.
Nel corso della presentazione di “Un anno di scuola. Eno šolsko leto. A scuola di razzismo nella Gorizia in camicia nera” Dario Mattiussi e Ferruccio Tassin hanno dimostrato come molti luoghi comuni del ventennio debbano essere risolutamente abbattuti. Il volume, realizzato in collaborazione con il Centro isontino di ricerca e documentazione storica e sociale “Leopoldo Gasparini e la Fondazione/Sklad Dorce Sardoc, è nato dal casuale rinvenimento in un vecchio baule del quaderno da cui si è originata una ricerca su come sia stato gestito, nelle scuole del nostro territorio, il passaggio al regime fascista.
La constatazione finale è che, in verità , l'impostazione violentemente razzista e basata sul culto della personalità del Duce sono presenti nel fascismo sin dagli esordi, con buona pace dello stereotipo degli “italiani brava gente” e delle leggi razziali giunte all'improvviso, come fossero state dettate dalla volontà del regime di rispecchiare fedelmente il nazismo. Come ha spiegato Dario Mattiussi, autore della prefazione del volume al centro dell'incontro svoltosi nell'aula magna del Polo universitario Santa Chiara, nelle scuole di confine come quelle che si potevano trovare nel goriziano era necessario sopprimere l'identità slovena.
Per questo, nelle aule l'atteggiamento era di istigazione alla violenza e di ideali di supremazia, con una palese retorica per la guerra che sarebbe venuta di lì a poco (il quaderno preso in esame è del 1932). Tutto ciò è quanto si poteva ritrovare nei dettati delle maestre, alcuni stralci dei quali sono stati recitati da Lucia German: maestre che spesso erano più che zelanti nello svolgimento del loro lavoro perché allettate dalla partecipazione a concorsi nazionali in cui mettere in evidenza la propria fedeltà al regime.
«Nelle pagine del quaderno - ha raccontato Ferruccio Tassin - troviamo citazioni da Cavour, San Francesco, D'Annunzio, dagli stessi discorsi del re mentre parallelamente viene elogiata la figura dell'ispettore scolastico Francesco Loiacono e, ovviamente, del Duce paragonato a una figura inviata dalla Divina Provvidenza per salvare l'Italia e riparare al danno d'immagine della Grande guerra». Per riuscire in questi intenti era necessario potenziare la razza, risanarla moralmente, insistere sulla battaglia demografica riconoscendo nella famiglia il nucleo stesso di un'identità pura.
Pensieri che venivano instillati dunque sin dall'infanzia e che dovevano avere come obiettivo supremo il potenziamento della razza e dell'Italia stessa, in un clima di intolleranza e antislavismo marcati sin dall'insediamento del fascismo.
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